Interventi a gamba tesa

Moise Kean non è il nuovo Mario Balotelli

E’ tempo di smontare questo luogo comune che, per essere chiari, sembra essere basato più sul colore della pelle del ragazzo e sul suo procuratore, piuttosto che sulle sue caratteristiche tecniche o umane.


La prima maglietta di calcio che comprai in vita mia fu quella di Pavel Nedved. Era l’estate del 2003, ero in vacanza con i miei a Viareggio e la Juventus aveva da poco perso la finale di Manchester contro il Milan, lo spartiacque di una generazione di tifosi di calcio italiani. Io avevo 7 anni e il più grande lascito che percepivo di quella partita era che per la prima volta ero andato a dormire tardi, davvero molto tardi, in un giorno in cui la mattina dopo sarei dovuto essere a scuola. Di fronte al dramma della mia squadra avevo già da un po’ deciso di legare il mio destino a quello del biondo buttato a terra in semifinale contro il Real, con entrambe le mani sulla faccia, mentre l’arbitro gli mostrava statutario quel devastante cartellino giallo. Mio padre mi spiegó il concetto di diffida e percepii che tutto stava precipatando. Non esisterà statistica del calcio che riuscirà a desistermi dal credere che la Juventus non avrebbe mai perso quella finale con Nedved in campo e quella che oggi è una tenera speranza all’epoca era una ferma e inscrollabile certezza. Camminando per il lungomare, trovammo una bancarella stracolma di magliette da calcio e chiesi a mio padre di rendere omaggio a quel caduto di guerra calcistica. Andai così in giro per il lungomare con quella bellissima maglia bianconera numero 11, almeno per qualche mese. A 7 anni si cresce troppo in fretta per le magliette di calcio.

Quella fatale somiglianza…

Qualche anno dopo, mentre iniziavo il liceo, la Juventus comprò Milos Krasic. Non mi sembrava vero. Ero finito dentro il sequel della mia infanzia mentre iniziavo a coprirmi di brufoli. Milos era biondo, aveva i capelli lunghi a zattera, giocava sulla fascia destra di centrocampo, veniva dall’Est Europa. Aveva perfino questo nome così ugualmente musicale, con una perfetta alternanza tra vocali e consonanti. Pavel e Milos. Non avevo bisogno di altro per innamorarmi. La mia squadra del cuore mi aveva appena fatto un regalo. Milos Krasic era mio. Ero già con lui. 45 minuti di inquietante apnea tecnica a Bari al debutto non mi fecero cambiare idea. Krasic sarà il salvatore della Juventus di Delneri e io saró dalla sua parte. Lo strapagai al fantacalcio, comprai la sua maglietta numero 27 e iniziai a sperare e sognare. Si rivelò alla fine la tipica storia d’amore adolescenziale piena di pause di riflessione, lunga e sofferta, con tanti momenti felicissimi e diversi vuoti inspiegabili. Una tripletta assurda al Cagliari, un gol all’ultimo minuto contro la Lazio. Qualche inevitabile imbarazzo. Quando contro il Bologna si buttò per terra inscenando una sgradevolissima simulazione, mi vergognai come quando presenti un tuo amico ad un’altra persona e il tuo amico fa improvvisamente una cosa completamente fuori luogo, una cosa che non gli avevi mai visto fare prima. La stagione di Krasic andó via via a sgonfiarsi. Delneri se ne andò nello psicodramma di una Juventus lontanissima dai vertici e nel marasma arrivò il giovane Conte, parlando di 4-2-4 un modulo che sembrava disegnato proprio per Krasic. Niente da fare. Pochissime apparizioni, prestazioni incolori. Fu allora che esternai definitivamente quello che sapevo fin dall’inizio, che svelai a me stesso il tranello in cui ero consapevolmente caduto. E se Krasic fosse stato moro e con i capelli corti? Se fosse stato nero? Se fosse nato in Irlanda? Cosa avrei pensato di lui? Avrei comprato la sua maglietta? No. Non avrei mai lontanamente pensato nulla di simile. Sono stato ingannato. Milos Krasic non è Pavel Nedved. Anzi, Milos Krasic non ha assolutamente nulla a che fare con Pavel Nedved. Eppure sembrano uguali.

Geneticamente Moise Kean sta a Mario Balotelli esattamente tanto quanto Milos Krasic sta a Pavel Nedved. Non esistono altri punti effettivi di contatto tra i due. Kean è nero, Balotelli è nero. Kean è prima punta, Balotelli è prima punta. Basta così.

 


Qualcosa in comune

Sgombriamo subito il campo da ogni equivoco. Effettivamente a prima vista Moise Kean potrebbe sembrare Mario Balotelli. Entrambi sono alti più di 1.80, per esempio. Entrambi sono cresciuti nella laboriosa provincia del Nord Est, chi a Vercelli, chi a Brescia. Entrambi hanno deciso di affidarsi a Mino Raiola. Entrambi hanno uno stile comunicativo aggressivo, patinato, totalmente figlio dei nostri tempi. E dato che poi le cose sembrano fatte apposta, entrambi si sono spostati in Inghilterra prima ancora di scoprire davvero chi fossero. Mario a 21 anni è andato in un Manchester City affamato, chiamato dal mentore Mancini. Kean ha anticipato la tappa, emigrando a 19 anni in una squadra però meno competitiva, l’Everton di Marco Silva, ottavo nell’ultima Premier. Quindi a voler essere puntigliosi di punti di contatto se ne potrebbero trovare tra i due, in attesa di scoprire l’impatto di Moise con il multipolmonare calcio inglese.

La cessione di Kean ha dato il via al festival del luogo comune su social, siti web, giornali, tv sportive. Il tormentone estivo canta che la Juventus si sbarazza di un giocatore tossico, pieno di intemperanze caratteriali, ingestibile, fin troppo eccentrico fuori dal campo. Insomma, la vulgata sostiene che la Juventus non vuole avere nulla a che fare con il Mario Balotelli del futuro. A Torino, in terra sabauda non c’é spazio per farfalloni del genere. Dunque le evidenti ragioni di carattere tecnico, economico e di opportunità per il giocatore sono state spesso messe quasi in secondo piano di fronte all’aspetto caratteriale e morale, al regime gerarca vigente dentro la Continassa. La cessione di Kean puó apparire effettivamente in controtendenza rispetto a quanto visto sul campo. Seppure nel pieno dei suoi limiti, delle sue esuberanze giovanili e all’interno di un campionato ormai fondamentalmente finito, Kean ha dato prova di un talento a tratti sesquipedale nei meno di 700 minuti concessi da Allegri sul tramonto della scorsa stagione, mostrando che la scelta di tenerlo a Torino per un anno di rodaggio è stata corretta. Kean ha segnato una media di 1 gol ogni 85 minuti, facendo crescere in pochissimi giorni un hype praticamente illimitato nei suoi confronti. Le perplessità sulla sua cessione possono emergere anche per via delle cifre fondamentalmente generose se consideriamo i voli pindarici del calciomercato odierno. 27.5 milioni più un paio per eventuali bonus. È vero, Kean sicuramente attualmente non ha dimostrato di valere più di tale cifra, ma in potenziale? Possibile che questa cifra sia il massimo a cui la Juventus poteva aspirare dal primo giocatore del nuovo millennio della storia del calcio a debuttare in uno dei massimi campionati europei, a segnare in uno dei massimi campionati europei e a debuttare in Champions? 


Non tutto il male viene per nuocere

Chiaramente la cessione presenta anche degli evidenti e immediati pro, valevoli sia per la Juventus che per Kean. Intanto la Juventus alle prese con un contratto quasi in scadenza si risparmia di sedersi al tavolo delle trattivi con Raiola, pratica sempre da evitare, come insegna il caso Donnarumma. Inoltre è chiaro che i bianconeri hanno necessità di fare cassa. Il maxi acquisto di de Ligt, forse nemmeno preventivato dalla società bianconera ad inizio mercato, non puó essere indolore. Servono liquidità per sistemare il bilancio e serve sfoltire la rosa. Considerando le difficoltà nel piazzare sul mercato a cifre adeguate le altre due prime punte ultratrentenni Mandzukic e Higuain, Kean è diventato in maniera quasi inevitabile l’agnello sacrificale designato del reparto offensivo bianconero. La Juventus è da sempre stata una società che guarda più al presente che al futuro. Molti giovani sono stati lasciati andare in momenti inaspettati, sicuramente prima di concedere loro di esprimere il pieno valore e quasi mai la Juve si è ritrovata a pentirsi di tale scelte (pensiamo a Coman che al netto di quel gol beffardo proprio contro la Juve non è mai riuscito ad imporsi in Baviera o anche a gente mai rimpianta come Romagna e Caldara per restare in Italia). La Juventus vuole vincere la Champions League nelle prossime due stagioni, le forse due ultimi stagioni ad alti livelli di Cristiano Ronaldo, il più grande colpo della storia bianconera. Dopo questi due anni probabilmente partirà un profondo percorso di rinnovazione. Per adesso si naviga a vista, illuminando la strada solo il quanto basta per raggiungere l’obiettivo. In questo momento evidentemente la valutazione della squadra mercato di Paratici è stata che Kean non risulta utile alla causa europea in campo, non essendo abbastanza pronto per fare il titolare e ponendosi a rischio di svalutazione economica in caso di annata a marcire in panchina. Kean invece risulta utilissimo sul versante economico. I circa 30 milioni arrivano poi in piena plusvalenza, essendo Moise un prodotto del settore giovanile. Non si può definire l’offerta dell’Everton davvero irrinunciabile (Joao Felix è stato venduto al quadruplo di Kean e in fondo ha giocato come l’italiano una sola annata ad alti livelli) ma sicuramente era piena di buoni motivi per accettarla.

Anche per Moise ovviamente il trasloco in Premier presenta aspetti se non completamente positivi, quanto meno estremamente eccitanti. Considerando poco attendibile l’annata comunque positiva a Verona di due anni fa (forse la squadra più triste del decennio di Serie A), Kean dovrebbe avere quanto meno sulla carta per la prima volta la titolarità piena in una squadra competitiva. Che questo avvenga in un campionato nuovo è decisamente il rischio più grande nella scelta di Kean e anche in un certo senso nella scelta dell’Everton (che al momento non ha in rosa un attaccante con le stesse caratteristiche dell’italiano e quindi dovrà puntare molto su di lui). La sua esplosività fisica sembra cucita sui ritmi inglesi: quello che sembra peró evidentemente mancare a Kean è una predisposizione alla fase difensiva e più in generale a tutto ciò che in campo non lo riguarda direttamente. Aspetti senza dubbio migliorabili, ma non facilmente in un contesto privo di margini di errore come la Juventus e soprattutto con un allenatore poco dedito alla sperimentazione come Sarri. Di certo peró se c’è una cosa che altrettanto ben sappiamo è che la Premier non aspetta. Spesso un impatto negativo rischia di condizionare l’intera stagione e in un campionato così tirato e competitivo raramente gli allenatori possono permettersi di aspettare l’ambientamento di un giocatori. Ultimamente per gli attaccanti italiani la Premier League equivale al triangolo delle Bermuda. Si passa di lì e si scompare. Osvaldo, Paloschi, Zaza e Gabbiadini sono arrivati oltremanica pieni di speranze per poi tornare presto in Italia con la coda tra le gambe, in una realtà e in una dimensione globale decisamente inferiore rispetto a quella da cui sono partiti. Kean ha fisico e tecnica per invertire questa tendenza, ma di punti interrogativi ce ne sono non pochi. In Inghilterra intanto sono eccitatissimi alla prospettiva di vedere Kean crescere sui loro campi. Il Telegraph lo ha considerato il miglior acquisto della sessione estiva

L’Everton è una società che guarda al futuro, come me”


Insomma stiamo parlando di una cessione complessa, piena di incroci, con diversi risvolti economici e soprattutto con una dose di rischio altissima per entrambi le parti. Nulla ci vieta di pensare che Kean possa mantenere in Inghilterra le medie gol viste in Primavera in Italia e nulla ci porta ad escludere la prospettiva di un Kean sovrastato dai ritmi inglesi che a gennaio torna in Italia in prestito in qualche squadra di medio classifica. Entrambi gli scenari sono plausibili e non c’è dubbio che la Juventus abbia legittimamente puntato le sue fiches sul fallimento di Kean al netto della possibilità un po’ arzigogolata di pareggiare e vincere una qualsiasi potenziale futura offerta per Kean.

Questo è lo scenario in cui la squadra per otto volte consecutive campione d’Italia arriva a rinunciare  al più giovane talento della sua “cantera”, il più lumunoso dai tempi di Giovinco. Includere motivazioni caratteriali vuol dire essere o completamente ciechi di fronte alle dinamiche del calciomercato bianconero attuale oppure più semplicemente, essere razzisti.

Moise Kean si è presentato sul palcoscenico del calcio italiano senza far finta di essere un bianco e questa cosa non è che sia andata proprio giù a tutti. Nella sua bio di Instagram a fianco al suo nome c’è una scimmietta. Nella finale del Mondiale Under 20 del 2018 contro il Portogallo persa dall’Italia 4-3 Kean mette a segno una doppietta ed esulta emulando il suo idolo. Si toglie la maglietta, tende i muscoli come un body builder e fissa il vuoto, immobile. Per la prima volta Kean mostra al Paese che non solo esistono giovani italiani neri ma mostra anche i giovani italiani neri iniziano ormai ad avere una propria narrazione, una propria tradizione, un proprio linguaggio. 

La paura del passato che si ripresenta

Nel 2012 tutti credevamo in Mario Balotelli e quel gol alla Germania, quell’esultanza iconica è stato probabilmente il momento di massima goduria azzurra del decennio, un decennio calcisticamente abulico, a tratti drammatico. Balotelli sembrava la luce nel deserto, il nome su cui costruire e pazienza se era nero. Poi come ben sappiamo, Balotelli ha fallito oltre ogni nefasta aspettativa e ci siamo quasi maledetti per aver potuto credere in lui, per esserci fidati di uno come lui che sembrava effettivamente all’apparenza tutto fuorchè un ragazzo affidabile. Quando Kean ha esultato in quel modo in maglia azzurra, quando Kean lo ha indicato come suo idolo, quando Kean ha sbagliato un rigore con un pallonetto ridicolo in semifinale del campionato Primavera, tutti sembravano sapere cosa stava succedendo. Sta succedendo che ne sta per arrivare un altro. Un altro negretto con dei capelli ai confini dell’eterosessualità, che ascolta musica piena di parolacce, che veste Gucci, che fa lo sbruffone in campo e fuori, che non risponde minimamente al canone del campione italiano giovane e umile. No grazie. Ci siamo cascati una volta, non ci cascheremo di nuovo. L’opinione pubblica non si farà fregare di nuovo. All’Europeo Under 21 del 2019 l’apoteosi. In un’ Italia già con un piede fuori, Kean insieme al suo compare Zaniolo arriva sciaguratamente in ritardo ad un riunione tecnica. I due vengono messi fuori rosa per l’ultimo match contro il Belgio e finiscono anzitempo un pessimo Europeo. Quale era l’ultimo ragazzo di colore che faceva scorribande in azzurro? Si puó celebrare l’equazione. Moise Kean è Mario Balotelli.


Nel 2019 Kean ha vissuto sulle montagne russe dell’informazione sportiva, passando nel giro di una manciata di settimane da futuro Pallone d’Oro ad esiliato, come titola questo articolo del Corriere della Sera (con compresa inutile menzione di Balotelli)


Chiamiamolo col suo nome: razzismo

In realtà forse la sola cosa che accomuna davvero Kean e Balotelli è il fraintendimento del razzismo nei propri confronti, le annaspanti giustificazioni dei fischi loro rivolti. Esiste infatti una solida corrente di pensiero che sostiene la tesi secondo cui i due non vengono fischiati perchè sono neri, ma perchè in campo hanno atteggiamenti strafottenti nei confronti degli avversari e del pubblico. Come sempre avviene in questi casi, sono uomini bianchi a spiegare questo raffinato concetto sociale a uomini neri, come se un cristiano si mettesse a spiegare ad un ebreo come funziona un Bar-Mitzvah. Totti, autore del celeberrimo calcione a Balotelli, forse l’episodio di violenza gratuita più clamoroso e inutile visto su un campo di calcio italiano, ha dichiarato che “il colore della pelle non ha a che fare con i fischi. Balotelli è un provocatore”. Bonucci, dopo i fischi di Cagliari ha sostenuto che la colpa era a metà tra Kean e il pubblico sardo, creando il primo caso al mondo di giocatore che difende e giustifica il razzismo contro un proprio compagno di squadra. Insomma la colpa non è dei razzisti ma del fatto che sono due strafottenti che farebbero bene a stare al loro posto, così come d’altronde ben sappiamo che la colpa non è dello stupratore ma della ragazza che si è messa la minigonna. 

La fallacia e l’arretratezza culturale di questo modo di pensare è così evidente e conclamata che non ha certo bisogno di una mia perorazione (il coro collettivo alzatosi contro l’imbarazzante dichiarazione di Bonucci è stato anzi simbolo di un passo avanti nella cultura calcistica internazionale). Così come Kean non ha certo bisogno di una mia difesa. Se vorrà bruciare la sua carriera collezionando stupidaggini, nessuno potrà fermarlo e in fondo ne avrebbe anche pieno diritto. Così come ha pieno diritto di non essere paragonato a Mario Balotelli per ogni respiro, anche perché volendo scendere nel merito non abbiamo tracce di atteggiamenti da parte di Kean che possono essere davvero ricondotti alle follie di Balotelli, uno che all’età di Moise si divertiva a lanciare freccette ai ragazzi delle giovani del City. A meno che non vogliamo davvero pensare che la Juventus abbia voluto vendere un suo giocatore perchè lo stesso ha fatto tardi ad una riunione tecnica in Under 21 sarebbe bene andarci piano con questo insistito paragone. Vogliamo davvero credere che avremmo continuamente paragonato Kean a Balotelli anche se avesse un diverso colore della pelle? Vogliamo davvero negare che c’è una qualche forma di razzismo in tutto ciò?

 


Scrivendo questo articolo ho preso coscienza del fatto che Milos Krasic è attualmente svincolato, dopo due stagioni al Legia Danzica in Polonia (in realtá temevo si fosse definitivamente ritirato dal calcio quindi ho appreso la notizia quasi con piacere). Krasic è svincolato esattamente come Mario Balotelli, che all’alba dei 29 anni è rimasto intrappolato dentro il suo stipendio milionario, non più veritiero del suo attuale valore. La patetica storia del motorino fatto gettare in acqua a Napoli per una scommessa è l’ultimo gradino di una discesa verso il dimenticatoio calcistico che chissà se mai si fermerà. Adesso per lui si parla addirittura di Flamengo, come fosse un brasiliano in preda alla saudade di fine carriera. 

Balotelli ha 10 anni in più di Kean e ne ha seguito con attenzione l’intera carriera. Dopo il gol di Moise contro la Finlandia in Azzurro, Mario ha pubblicato una storia Instagram dai toni quasi paternalistici. “Forza Moise Kean, meriti il meglio! È un traguardo che va oltre l’aspetto sportivo”. 

Tante volte si dice di non far mai ricadere le colpe dei padri suoi figli. Ecco. Non facciamo ricadere le colpe dei giovani attaccanti neri su altri giovani attaccanti neri

Nasce ad Avezzano nell’estate del 1996 e inizia a parlare di sport con l’ostetrica. Quando lavora legge Hornby, mentre nel tempo libero beve birra e studia Giurisprudenza alla Luiss in quel di Roma, dove vive da tre anni. Crede fermamente che Fabio Fognini un giorno vincerà il Roland Garros.