Interventi a gamba tesa

Da Camoranesi a Pirlo fino a Torreira e Bennacer: quando gli anatroccoli si rivelano dei cigni


La storia dice che se un giocatore dimostra il suo valore e il suo potenziale in squadre con cui si deve barcamenare fra mille difficoltà, lo farà con tutta probabilità anche in collettivi più forti, dove la vita si fa meno dura; l’aver militato in squadre piccole, magari retrocesse, può essere un valore aggiunto e non una discriminante. Va da sé che più il collettivo in cui opererà sarà talentuoso e strutturato per sfruttare al meglio il potenziale di ognuno, meglio sarà per la sua evoluzione. La provincia non deve spaventare e non devono aspettare quei giocatori che da lì ci arrivano. Certo, le eccezioni non confermano la regola e tale rimane fino a prova contraria, ma ce n’è un’altra che la precede: è facile, ma è sbagliato guardare e giudicare la realtà con le pessime lenti del pregiudizio.


Quasi non ci speravamo più. Ci stavamo rassegnando all’idea di vedere la tanto agognata fumata bianca sostituirsi a quella nera. Pareva che la trattativa per portare Ismaël Bennacer al Milan si fosse bloccata. La fede al dito, dal valore di 1,3 milioni per 5 anni, all’improvviso non andava più bene. Lo sposo rappresentato dal suo entourage pareva ne volesse uno più costoso dal valore di 2 milioni. Il diavolo fa capire che il matrimonio a queste condizioni non s’ha da fare: o accetti o tanti saluti. Con duecentomila euro in più, l’equivalente del prezzo di una casetta piccolina in Canadà con vasche pesciolini e tanti fiori di lillà, il compromesso per fortuna del Milan e del giocatore si è trovato (contratto quinquennale da 1,5 milioni).

Ora, se questa querelle tutta franco-algerina-meneghina fosse stata causata dagli agenti non ce ne stupiremmo; ma se invece fosse stata caldeggiata anche dal giocatore, francamente ci rimarremmo un po’ male. Ammesso e non concesso che sia andata così, noi se ne avessimo avuta l’opportunità a tempo debito ci saremmo permessi di sfoderare col giocatore, come si fa tra fratelli, il fatidico pistolotto con pacca sulla spalla al seguito.

Li sminuiscono prima, li osannano dopo: tre esempi

Intanto molti tifosi, molti appassionati, molti (autoproclamatisi) esperti di calcio come lo può essere Paperino in fatto di diritto pubblico comparato, sfottono. Se la ridono. Dicono: non bastava uno (il buonissimo e sottovalutatissimo Krunić), ora ne arriva un altro dall’Empoli, ovvero da una squadra piccola, da una squadra retrocessa, quindi ‘cessa’; argomentazione questa da fini esegeti del pensiero. È un po’ come dire che la Juventus di Allegri, siccome ha vinto 5 scudetti consecutivi, abbia automaticamente convinto producendo un gran bel gioco: infatti non è vero per niente. Anche in questo caso, non è affatto detto che una squadra piccola, retrocessa e ‘cessa’, non abbia nulla da offrire in termini di giocatori dall’avvenire roseo e importante. Anzi, è vero l’esatto contrario e di esempi in merito se ne possono fare a menadito.

Dall’Argentina con furore

C’è un tempo in cui non si riesce a ricavare quel che di buono alberga in Mauro Germán Camoranesi. Il buono che c’è viene mozzato e costantemente compromesso, messo in discussione. Il motivo è soprattutto dettato dalla sua irruenza vulcanica che lo accompagnerà per tutta la sua carriera, sin dagli esordi. E intanto la diffidenza, condita dal pregiudizio, monta. Ci troviamo nel 1994. In Argentina si gioca un derby, uno fra tanti del settore giovanile: Club Atletico Aldosivi contro Club Atletico Alvarado. Mauro, che non è ancora un professionista, veste la casacca dell’Aldosivi. In quella partita spezza una gamba ad un giocatore, Roberto Pizzo, dal cui infortunio non si riprenderà più e per cui Camoranesi pagherà dopo 16 anni una multa di 200 mila pesos (quasi 38 mila euro). Dall’Argentina va via. Emigra in Messico, poi va a finire in Uruguay, nel Montevideo Wanderers, qui in una partita rifila un violento pestone all’arbitro costandogli una squalifica di 10 giornate. Taglia la corda, ritorna prima in Argentina militando in serie B col Banfield e poi nuovamente in Messico col Cruz Azul. Nel 2000 il Verona lo nota e lo porta in Italia. Lui si fa le ossa e si fa notare dal calcio che conta. Nel 2002 la Juventus lo acquista in comproprietà con la squadra scaligera nel frattempo retrocessa in B. Viene accolto dai nuovi tifosi a suon di fischi. Eppure, grazie ad un ambiente che riesce a valorizzarlo attutendone le intemperanze caratteriali, diventa uno dei giocatori più rappresentativi del calcio italiano e non solo. Farà benissimo coi bianconeri nei successivi 8 anni stregando i suoi tifosi (3 scudetti vinti di cui 2 revocati). Parteciperà ad una finale (persa) di champions league nel 2003. Vincerà la coppa del mondo del 2006 con l’Italia. Non male.

Sembrava un Pirlo e invece…

Anche lui diventerà campione del mondo nel 2006. Ora viene chiamato “il Maestro”. Ma nel suo caso c’è stato un tempo in cui è solo un ragazzo incompreso con un cognome simpatico. Come ci ricorda Carlo Pellegatti in un suo articolo, nel 2001 il Milan sborsando 35 miliardi di lire (più o meno la stessa cifra in euro spesa per Bennacer) lo acquista dall’Inter che non sa che farsene. Non riescono a trovargli la giusta collocazione tattica e il tempo per aspettarlo sbocciare non c’è o non lo si vuol trovare. Nei due anni precedenti i nerazzurri lo girano in prestito prima alla Reggina poi al Brescia da cui originariamente parte la sua carriera, in entrambe le piazze fa bene, eppure a Milano non riesce ad adattarsi. Nel 2000 vince gli Europei Under 21 disputati in Slovacchia, viene nominato miglior giocatore del torneo nonché capocannoniere. Niente da fare. Molti lo considerano una meteora con un futuro incolore, lo reputano un buon giocatore dai piedi buoni destinato a calcare gli anonimi campi da calcio della provincia. Fatto sta che quell’anno la Milano rossonera aspetta Rui Costa. Nel frattempo arriva Pirlo. La diffidenza si fa generale. I pernacchioni sono all’ordine del giorno. Carlo Ancelotti si tappa le orecchie, gli dà fiducia e decide di arretrarlo, come aveva già pensato bene di fare Mazzone nel Brescia, come regista davanti alla difesa nel centrocampo a rombo. Quel cambio di passo, in quel Milan dei sogni, permetterà alla storia di Andrea Pirlo di sovvertire radicalmente l’ordine costituito del calcio. Diventa IL Regista. In Italia e nel mondo.

Torniamo al presente

Estate 2019. Si vocifera che il diavolo stia sondando proprio per quel ruolo Lucas Torreira dell’Arsenal. Il giocatore uruguagio è da molti considerato ormai un top player. Ora. Prima, solo nei sogni. Nel 2013 il Pescara in B lo acquista giovanissimo per due pesche noci dal Wanderers di Montevideo per farlo giocare nella squadra della Primavera. A quei tempi pochissimi credono in lui. Infatti la sua tentazione è quella di tornarsene a casa ed è soprattutto Roberto Druda, osservatore specializzato in calcio sudamericano, attualmente dirigente del Pescara, ad insistere affinché rimanga in Italia dimostrando tutto il suo valore. Nel 2015 fa il suo esordio in Serie B e la Sampdoria ne intuisce il potenziale comprando il suo cartellino per 3 milioni di euro e facendolo rimanere in prestito un altro anno in Abruzzo. I blucerchiati nell’anno successivo lo portano in A, se lo tengono stretti per due stagioni durante le quali diventa una delle rivelazioni della Serie A, valorizzato alla grandissima da Marco Giampaolo. Tradotto: nel luglio del 2018 lo vendono per quasi 30 milioni di euro ai Gunners. Ora ne vale 50-55.

Non si vive di sole valutazioni

Premettendo che non basta il valore di mercato, sia per eccesso e sia per difetto, per decretarne quello intrinseco ed effettivo del giocatore, il punto focale da cui partire è un altro: la storia dimostra che non si nasce grandi con la camicia stirata e imbellettata, lo si diventa col tempo giocando con continuità e ricevendo la fiducia di un ambiente, di un collettivo all’altezza. Per come ragionano i fini esegeti del pensiero, possiamo scommetterci che sarebbe capitato quanto segue: se il Milan avesse preso l’ex signor nessuno, ora signor qualcuno, Torreira dall’Arsenal pagandolo un occhio della testa, ebbene, noi scommettiamo che i fini esegeti del pensiero con la memoria corta, i masticatori di calcio come lo può essere Barbie in fatto di rugby, si sarebbero sperticati in lodi a destra e a manca decretando con le mani incrociate rivolte al cielo: il playmaker davanti alla difesa, il top player, è giunto. Noi possiamo dire che probabilmente a Casa Milan è già arrivato sebbene in sordina e si chiama Ismaël Bennacer, campione d’Africa con la sua Algeria e premiato come miglior giocatore del torneo, pagato dai rossoneri 16 milioni più bonus e sul cui talento già espresso e dal potenziale enorme il signor Giampaolo, essendo un vero un uomo di calcio, ci crede e anche noi, come abbiamo già detto in passato, siamo speranzosi. In Francia se ne sono già innamorati: per l‘Équipe è “le phénomène de l’Algérie”.


 

Nasce il 20 Ottobre del 1987. Ama scrivere dal momento che gli consente di non annoiarsi facilmente. Non ama invece complicarsi la vita con le sue malattie immaginarie. Detesta i falsi e i leccaculo. L'unico sport che non gli è indifferente è il calcio. A volte lo emoziona. A volte lo fa addormentare. Fatto sta che preferisce guardarlo e commentarlo anziché praticarlo. Essendo anche uno sbadato, il motivo non se lo ricorda.