Interventi a gamba tesa

Il calcio delle femminucce è spacciato. Quello delle donne ancora no

Molti sospirano. Sogghignano sotto i baffi. Fanno spallucce. Chi in pubblico, chi nell’intimo dei propri pensieri, decretano: “le donne col calcio non c’entrano un beneamato c… nulla”. Forse l’universo maschile è scosso, essendo impreparato all’idea di vedere quel rettangolo verde usurpato nientemeno che da “femmine”, con la loro pretesa di amare il calcio rivendicando la possibilità di calcare luoghi e atmosfere di cui gli uomini credevano essere proprio appannaggio. Il calcio maschile però, assieme ai suoi idoli di cartapesta, non gode di ottima salute e il potere del denaro lo ha snaturato. Quello femminile, invece, ha appena finito di celebrare i suoi Mondiali in Francia. Parliamone.


Pier Paolo Pasolini aveva la sua opinione in merito alla presenza delle donne nel calcio. Lui che, da grande appassionato e tifoso del Bologna, al pallone ci giocava ed era anche piuttosto bravo. In un’intervista, l’ultima, alla rivista “Guerin Sportivo” rilasciata pochi giorni prima della sua tragica morte, ebbe a dire: “Che le donne giochino a pallone è uno sgradevole mimetismo un po’ scimmiesco. Esse sono negate al calcio come Benvenuti o Monzon”. Mimetismo scimmiesco. Negate al calcio. Donne, queste, paragonate a due pugili alle prese con un pallone a cui non serve il benché minimo utilizzo, con un’entità, e Aristotele avrebbe sottoscritto, perfetta come lo può essere una sfera. Queste parole, lette con gli occhi di oggi, verrebbero condannate se non radiate, considerate come un parto di una mente mediocre e maschilista. Eppure parliamo di Pasolini. Di un gigante.

Un mondo in bianco e nero

 


Calcio e guerra

Anche Massimo Fini, uno dei più grandi intellettuali e scrittori viventi, analizzando le disfunzioni di un mondo alla deriva in cui l’essere umano non c’è o fa finta di esserci, ci viene a dire che il gioco del calcio non è un affare per donne. Chi prende parte al gioco del calcio con l’enfasi del combattente, mentre il sudore sgorga, mentre il sangue fa da corollario alla fatica e laddove la furia animalesca ne detta i tempi, quella stessa furia delimitata da regole precise in grado di non renderla più brutale di quanto non lo sia già. Ebbene, chi prende parte al gioco del calcio nell’obiettivo di calciare e rincorrere un pallone affinché lo si mandi in rete all’interno dei fatidici novanta minuti, in quel rettangolo di erba, in realtà, secondo Fini, sta prendendo parte ad un altro gioco. Parliamo del gioco della guerra. Parliamo del gioco dei giochi che per millenni ha attratto l’uomo intrattenendolo morbosamente, rendendolo culturalmente ciò che è. Dalle donne invece la guerra è stata da sempre detestata, osteggiata, perché lei, la donna, è foriera di vita in quanto dà la vita come Madre Natura vuole, laddove nella guerra la morte regna sovrana. Quindi, che c’entra la donna con la guerra e la morte?

L’umanità, nel bene o nel male, dai tempi di Omero via via fino ad oggi, è cambiata


Il fiume carsico del paradosso

Se il calcio, per dirla ancora con Pasolini, è “un linguaggio coi suoi poeti e prosatori” e se in fondo è anche la continuazione della guerra con altri mezzi (Carl von Clausewitz ci scuserà per la storpiatura); se nel mondo guerresco l’epica, con le narrazioni mitologiche delle gesta dei suoi eroi-combattenti n’è il cantore, ebbene, in tutto ciò, le donne che c’azzeccano? Nulla, verrebbe da pensare. Attenzione, però: se prendessimo per buoni i concetti di Pasolini e di Fini, dobbiamo prendere cognizione del fatto che gli eroi, i combattenti, i poeti, gli ideali, i prosatori, i martiri non ci sono più. L’uomo è cambiato. La donna è cambiata, non è più la ricompensa di nessuno, non è l’oggetto del contendere di nessuno. Deve dare conto solo a sé stessa e basta. Nelle lande caotiche della post-modernità, in cui ci troviamo, i confini e le barriere di natura antropologica sono andate a catafascio e non sappiamo se sia un bene o un male. Ragion per cui s’insinua un paradosso che nasce come il corso di un fiume carsico e, aumentando d’intensità, prima o poi sarà costretto ad emergere in superficie.

La differenza tra donne e femminucce

I Mondiali di calcio femminile disputati in Francia sono appena giunti alla loro conclusione e possiamo trarre qualche conclusione: sebbene si siano notati un po’ di strafalcioni ed il livello tecnico non sia sempre stato all’altezza, le donne, tra le quali si annoverano giocatrici di grande livello, hanno giocato dimostrando di essere nel complesso preparate; non solo, ma per certi versi anche di essere più credibili di molti dei loro colleghi uomini, che da come si comportano dentro e fuori dal campo, spesso non risultano affatto dei guerrieri bensì delle femminucce della peggior specie. Appena hanno una telecamera a portata di volto, sono subito pronti a fare i vezzosi, i vanitosi con quei sorrisi falsi e improponibili a 32 denti e 24 carati. Trasformati in uomini immagine, figli degli sponsor, viziati, coccolati, capricciosi ed inarrivabili, nemmeno fossero esseri metafisici passati al rango di nuove divinità dall’industria del calcio e da quella del denaro.

Nel campo di battaglia, anziché tacere e farsi valere combattendo, che fanno? Fanno pena. Le femminucce te le vedi che spesso frignano per la minima sciocchezza, per un graffietto, una manata, una legnata; sempre pronti a bluffare, a impietosire l’arbitro per un fallo, vero o presunto e a mentirgli poi spudoratamente quando conviene. Anziché resistere alle angherie dell’avversario rimanendo orgogliosamente in piedi e continuando a giocare, preferiscono simulare falli che non esistono, lasciandosi cadere come foglie al vento, mandando a farsi benedire il furore agonistico con buona pace dello spettacolo e del gioco stesso.

La virilità s’è fatta donna

Invece le donne sembrano diverse ed ecco che torna ad emergere quello che sembra un paradosso. Sembrano più credibili nel ruolo di guerrieri nel campo di battaglia, pur coi loro smalti sulle unghie, i loro capelli lunghi e volti suadenti. Non frignano. Combattono. Non protestano più del dovuto. Accettano le decisioni arbitrali con molta più serietà rispetto ai loro colleghi uomini. Se le danno di santa ragione e subiscono e accettano le legnate, le manate, le gomitate senza per questo concedersi pianti e penose sceneggiate pur di muovere a pietà l’arbitro facendogli estrarre il tanto agognato cartellino. Le simulazioni sono ridotte al lumicino. La furbizia è relegata non al ruolo di primattrice ma al massimo di comparsa. Capita di commettere una scorrettezza di troppo e subito arrivano le scuse nei confronti dell’avversaria di turno. Quando una compagna si ritrova a terra a causa di una fucilata o di una granata, le altre te le ritrovi attorno per sincerarsi delle sue condizioni colte da genuina e cameratesca preoccupazione.

La sensazione di gruppo che prevale sul singolo è forte e nel calcio maschile ormai si vede raramente


Il denaro non dorme mai

La guerra, il mito, gli eroi, i combattenti, i poeti, i prosatori, i martiri, l’epica: tutto ciò non significa più niente, sono temi che non fanno più presa nell’immaginario collettivo e a maggior ragione in quello maschile. Va da sé anche nel calcio. Però il calcio femminile, lambendo i temi succitati a modo suo, conserva le fattezze di uno sport non del tutto inquinato dal sozzume dello show business, cinico e vile per definizione. E si spera che quel sozzume, nel loro caso, arrivi il più tardi possibile. Già ora qualcuno si sta sfregando le mani. Il denaro, come recita il titolo di un film di Oliver Stone, non dorme mai.

Nasce il 20 Ottobre del 1987. Ama scrivere dal momento che gli consente di non annoiarsi facilmente. Non ama invece complicarsi la vita con le sue malattie immaginarie. Detesta i falsi e i leccaculo. L'unico sport che non gli è indifferente è il calcio. A volte lo emoziona. A volte lo fa addormentare. Fatto sta che preferisce guardarlo e commentarlo anziché praticarlo. Essendo anche uno sbadato, il motivo non se lo ricorda.