Interventi a gamba tesa

Alla scoperta di Caroline Graham Hansen

caroline graham hansen

Oggi parliamo di una donna che nel suo campo ci sa fare. Il suo campo è il campo di calcio. È una calciatrice. Nazionalità: norvegese. Classe 1995. Il suo nome è Caroline Graham Hansen ed è un grande talento che profuma di rugiada. Un talento tutto da scoprire


Per molti maschietti accostare l’universo del calcio a quello femminile è un po’ come far stridere una forchetta su un piatto di porcellana: il rumorio che si porta dietro risulta assai sgradevole. Molti di noi alzano le sopracciglia, storcono le labbra, mugugnano essendo parecchio scettici di fronte all’esplosione, che a tanti risulta una moda, del calcio in gonnella. Dicono: eccole lì, vogliono fare tutto ciò che facciamo noi, ci manca solo che trovino il modo per pisciare in piedi rubandoci uno dei pochi primati rimasti, ora vogliono anche giocare a calcio, lasciateci il calcio, per cortesia, almeno il calcio, il calcio no, il calcio è nostro.

Un altro accostamento che potrebbe stridere è quello fra Norvegia e calcio. Qualcuno potrebbe obiettare che la storia calcistica maschile della Norvegia è anonima quanto la vita di un impiegato al catasto; questo qualcuno potrebbe ancora obiettare dicendo che, sì, calciatori norvegesi bravi e anche ottimi ce ne sono stati, basti pensare a Tore Andrè Flo, Ole Gunnar Solskjær, Steffen Iversen, John Arne Riise; per carità, ci mancherebbe, tuttavia resta il fatto che questi sono maschi e non femmine…

Arriva l’ennesimo sabato sera. Anziché uscire annoiandomi come una bestia rimango a casa davanti alla tivù. Sulla Rai danno Grecia – Italia valevole per le qualificazioni ai prossimi europei. Penso: questi qui li vedi giocare 365 giorni l’anno, perché guardare i soliti noti? E allora cambio canale. Mi dirigo su SkySport. C’è una partita del Mondiale di calcio femminile. C’è Norvegia – Nigeria. Partono gli inni nazionali. Onestamente? Sono tentato di cambiar canale. Sul groppone pesano quintali di pregiudizi. Vedo 11 donne da una parte e altre 11 dall’altra e il primissimo impatto è segnato inevitabilmente dalla diffidenza. La stessa diffidenza, ad esempio, di quando capita di imbattersi nei testimoni di Geova nel momento in cui, in fila per due, con le Sacre Scritture alla mano, tentano di indottrinare l’indottrinabile partendo sempre dall’ordine del giorno, ovvero dalla figura del signor Satana in quanto unico indiziato circa le disgrazie che attanagliano, da tempo immemore, l’umanità. Ma lasciamo perdere, con rispetto parlando, i testimoni di Geova e ritorniamo al nostro discorso. Il mio scetticismo sul calcio femminile, come d’incanto, si affievolisce al 17esimo del primo tempo.

C’è un calcio d’angolo da battere. L’incaricata alla battuta anziché mettere in mezzo il pallone con un traversone, glielo serve alla numero 10, la numero 10 lo fa suo come a dire “dai qua, fai fare a me, ci penso io”; sguardo fisso sulla difensora nigeriana che ha di fronte, si avvicina con passo aulico, la punta, la dribbla, si porta il pallone sulla destra, nel frattempo chi le ha servito poco prima il pallone raggiunge l’aria di rigore, la numero 10 con la coda dell’occhio la vede, la serve con eleganza e quella, aiutata da una deviazione, tira e fa goal.

Sopra il numero 10, sulla schiena, c’è scritto “Graham”. Porca puttana, e chi è? La telecronista poco dopo dice il suo nome completo: Caroline Graham Hansen. Trasecolo. Rimango impressionato dalla facilità e dalla velocità con cui giostra la palla. Punto gli occhi su di lei. Sia nel primo che nel secondo tempo fa letteralmente ammattire la difesa nigeriana. Arriva poi l’83esimo del secondo tempo. La partita è quasi finita. La Norvegia sta vincendo (e vincerà) 3 a 0. Si avvicina palla a terra alla porta avversaria con portamento placido, dolce, tutt’altro che elettrico e isterico come lo vedi in molti giocatori pur dotati tecnicamente. Entra nell’aria di rigore e, prima di tentare un tiro rivelatosi successivamente inoffensivo, seguita a portarsi la palla sulla sua destra con la tipica leggiadria dei grandi giocatori. Allora ti fai prendere dalla curiosità. Guardi un po’ di video su Youtube che la vedono protagonista e ti convinci che si tratta di un talento puro. Me ne innamoro. Calcisticamente parlando, s’intende.

Emana profumo di estro, di fantasia, che ricorda quello dell’erba bagnata dalla rugiada. La rugiada emana quel profumo inconfondibile e la goccia di rugiada Caroline Graham Hansen quando tocca palla, quando la conduce con grazia dove vuole lei, quando la serve alla compagna con altrettanta grazia d’esterno, d’interno e di collo, quando fraseggia sullo stretto, quando la sua ispirazione creativa si rivela, profuma di calcio. Gioca come laterale di centrocampo, quando serve fa la seconda punta a supporto della prima, tendendo sempre ad abbassarsi quel tanto che basta per prendersi con personalità la palla e pennellare assist. Lei secondo me è una trequartista purosangue. La classica rifinitrice sulla trequarti nella veste di anello di congiunzione tra centrocampo e attacco. Quello sa fare e quello deve fare. Contro la Francia, persa per 2 a 1, le norvegesi non entrano mai in partita. Sono in soggezione, temono particolarmente le francesi essendo quella transalpina una delle squadre più forti in assoluto del mondiale. Fatto sta che la Hansen non brilla, non è serata sua sebbene sia una delle più pericolose. Invece contro la Corea del Sud, vinta dalla Norvegia, diciamolo pure, immeritatamente 2 a 1, la sua classe si fa sentire dopo cinque minuti dal fischio d’inizio: segna il rigore dell’1 a 0. Nei primi minuti del secondo tempo, con una giocata delle sue, se ne procura un altro. Il problema è che si fa male alla caviglia. Si teme un infortunio serio. Viene sostituita ed esce in lacrime. Mi preoccupo. Finisce la partita e continuo a preoccuparmi.

L’indomani mattina cerco notizie in merito. Sono in norvegese. Non lo conosco il norvegese, non importa, faccio copia incolla, faccio tradurre da Google e Google mi dice che dovrebbe aver rimediato solo una botta. Mi dice che probabilmente ci sarà agli ottavi di finale. Per fortuna goccia di rugiada recupera. Stranamente le australiane partono male subendo l’inaspettata aggressività delle norvegesi. Sento subito il profumo della rugiada. La Hansen gioca da Dio. Il dolore alla caviglia sembra non lo avverta. Corre come una dannata, se la sposta sulla destra, sulla sinistra, fa ciò che vuole con la palla e n’è conscia. E però succede che la Norvegia, dopo essere passata in vantaggio al 31esimo con un destro della sua punta Herlovsen, s’eclissa man mano subendo l’iniziativa delle australiane. Goccia di rugiada non si rassegna e al 37esimo prova a dare la carica: brucia la fascia con una cavalcata e tenta il tiro che viene strozzato dall’intervento della difensora.

La Norvegia si fa schiacciare anche nel secondo tempo. La Hansen continua a non demordere. Le azioni offensive partono quasi tutte dai suoi piedi. Al 55esimo tenta l’ennesimo affondo sulla fascia. Tira. Niente da fare. Parato. Vuole segnare. Si impunta. Parte il duello con la portierona australiana Williams. L’Australia gioca meglio e infatti pareggia, anche se in maniera rocambolesca, all’83esimo. Dopo il goal subito la Norvegia si risveglia dal suo torpore, prende coraggio e ritorna in sé. Vuole evitare i tempi supplementari. La Hansen ci riprova. Limite dell’area. Guarda la Williams. Guarda l’angolino lontano. Prende la mira. Conclusione a giro, d’interno piede. S’infrange sul palo interno. La Hansen è sfortunata. Vuole vederla dentro, quella palla. Al 93esimo del primo tempo supplementare tenta ancora ma il suo tiro viene deviato e al 98esimo la Williams le vieta nuovamente, ancora una volta, il goal. Maledizione.

E però non si perde d’animo, goccia di rugiada. Ora agisce sulla fascia, ora avanza stando più vicina alla prima punta, ora arretra per farsi dare la palla aiutando anche le mediane. Non si ferma mai. La trequarti campo è cosa sua. Fa reparto da sola. Il duello contro la portierona australiana continua e si ripresenta in altre due occasioni: al 109esimo del secondo tempo supplementare e dopo 10 minuti con un’altra sassata. La partita finisce 1 a 1. Arrivano i calci di rigore. Siamo ormai all’epilogo. Goccia di rugiada è la prima a dover tirare. Prende la palla con sé. Se la stringe sul petto. Attraversa la restante metà campo come una bimba, peraltro dolcissima, con quelle sue guance morbide e paffute. Arriva a destinazione e si guarda attorno. Trema. Goccia di rugiada, ebbene sì, trema come una foglia. Inspira ed espira con fatica. Dà l’impressione di essere destinata al fallimento. Lei stessa sembra subodorarlo. Tenta di rilassarsi. Non ci riesce. Non ha tempo. Deve tirare. E allora pone la palla sul dischetto, rialza lo sguardo e dona alla portiera un sorriso fanciullesco, sinceramente amichevole. L’arbitra fischia. Parte la rincorsa. Segna. Rigore perfetto. Il duello giunge al suo termine e, dopo essersi portata dietro il fantasma della fallibilità che è insito nelle cose umane, dopo averlo superato, la Hansen è come se avesse suggerito alle sue compagne di prenderlo con sé e di non scacciarlo. Seguono il suo consiglio e segnano tutte. La Norvegia è ai quarti.

Da maggio di quest’anno, la Hansen è passata al Barcellona dopo aver militato dal 2014 in Germania nel Wolfsburg collezionando, tra campionato e coppe, 132 presenze e 52 goal. Con la sua ex-squadra ha vinto consecutivamente 3 volte il campionato (2016-2017, 2017-2018, 2018-2019) e 5 volte la coppa nazionale (2014-2015, 2015-2016, 2017-2018, 2018-2019). Nel 2013 ottiene l’argento nei campionati europei con la sua nazionale. Per ben due occasioni, nella stagione 2015-2016 e nella 2017-2018, è arrivata in finale di Champions League facendosi battere entrambe le volte dall’Olimpique Lione; squadra, questa, che quest’anno ha conquistato in Francia il sedicesimo titolo consecutivo e per la quarta volta di fila vittoriosa in Europa battendo il Barcellona 4 a 1 con una tripletta di Ada Hegerberg. Norvegese anche lei. Classe 1995 anche lei. Vincitrice del Pallone d’oro.

Assente in questi Mondiali perché in polemica con la sua federazione che, a suo dire, non investirebbe abbastanza nel calcio femminile. Sbircio su Youtube anche sul suo conto e intuisco che è il tipico attaccante di sfondamento dagli ottimi piedi e dalla ferocia leonina. Una che ha grande dimestichezza con i goal. Una macchina. E però in genere, senza nulla togliere alla Hegerberg, le macchine, così metodiche, così fredde, così perfette, e quindi così disumane, sono anche banali. Non c’è cosa più banale della perfezione. A me personalmente hanno sempre affascinato gli irregolari, i fluttuanti, i soggetti piegati dall’incostanza e in lei, nella Hansen, c’è l’inclinazione alla volubilità tipica del genio dal momento che il genio, essendo un mero veicolo portatore di dinamiche celestiali indecifrabili, è lunatico per definizione. Ci sono dei giorni in cui l’ispirazione che permette al genio di essere geniale, c’è e si palesa; in altri no e si dà misteriosamente alla macchia.

Contro l’Inghilterra, ai quarti di finale, purtroppo si dà misteriosamente alla macchia. Il profumo della rugiada non c’è. La Hansen sbaglia tutto. Dal passaggio banale allo stop. Non le riesce un dribbling. Dicasi uno. Tenta di farsela avere questa palla, tenta in tutti i modi di entrare nel vivo del gioco. Non è cosa. Nel secondo tempo, da attaccante aggiunto, si mangia un goal davanti alla porta grande quanto una casa. Al 71esimo perde palla banalmente e il suo sguardo è tutto un programma. Come a dire: vorrei sparire ma non posso. Le inglesi sono più brave e forse, nel complesso, superiori in tutto. Le norvegesi sono frettolose. Sono soprattutto stanche. Non ne azzeccano una. Si limitano a chiudersi in difesa e a spararla lì in mezzo con questi lanci lunghi ad cazzum, nella fattispecie intercettati con facilità sebbene la difesa inglese nel complesso non abbia brillato affatto. Il tentativo è quello di scavalcare il centrocampo e servire l’isolatissimo reparto d’attacco sperando che se la cavi da sé; il tutto, oltreché improduttivo, e per citare Il secondo tragico Fantozzi, risulta noiosissimo come un film cecoslovacco ma con i sottotitoli in tedesco. E niente. La Norvegia perde 3 a 0 meritatamente. La Norvegia è fuori. Caroline Graham Hansen, pure. Mai mi sarei aspettato di appassionarmi ad una giocatrice. Eppure è successo. Spero solo di poterla rincontrare in campo, di poter risentire quel suo profumo, il profumo della rugiada, magari con la maglia blaugrana del Barcellona.


 

Nasce il 20 Ottobre del 1987. Ama scrivere dal momento che gli consente di non annoiarsi facilmente. Non ama invece complicarsi la vita con le sue malattie immaginarie. Detesta i falsi e i leccaculo. L'unico sport che non gli è indifferente è il calcio. A volte lo emoziona. A volte lo fa addormentare. Fatto sta che preferisce guardarlo e commentarlo anziché praticarlo. Essendo anche uno sbadato, il motivo non se lo ricorda.