Interventi a gamba tesa

Sulla strada di Stramaccioni


Nell’estate degli allenatori, fra Sarri e Conte, fra Fonseca e l’ingombrante fantasma di Guardiola che tanto ha aleggiato sui giornali, sbuca all’improvviso l’allenatore italiano di cui non sentivi la mancanza e di cui avevi addirittura dubitato l’esistenza, Andrea Stramaccioni. Che si prende un piccolo trafiletto nelle cronache di questo inizio estate quando di punto in bianco si diffonde la notizia che ha accettato la panchina dell’Esteghlal di Teheran.


Una scelta improvvisa che, quando non ha suscitato ilarità, ci ha lasciati indifferenti. Giusto il tempo di un pensiero veloce, magari anche sprezzante, per poi guardare e passare oltre. Pronti, ancora una volta, a riporre Stramaccioni nell’angolo buio della nostra memoria, in forzieri sepolti sotto chilometri di sabbia che, se tutto va come dovrebbe, probabilmente nessuno dissotterrerà mai.

Al buio, d’altro canto, Stramaccioni ci è abituato: la vita calcistica del romano di San Giovanni non ha praticamente mai – nemmeno per quei fatidici 15 minuti che secondo Warhol spetterebbero di diritto a ognuno di noi – visto le luci dei riflettori puntate su di sè. Una carriera di calciatore in cui l’alba coincide col tramonto: nell’unica partita giocata, un grigio Bologna-Empoli valido per il terzo turno di una competizione – la Coppa Italia di Serie C – che più buia non si può, l’allora diciottenne sbatte contro il suo destino. Dallo scontro ne viene fuori con un collaterale sfilacciato, menischi e legamenti crociati anteriore e posteriore del ginocchio destro rotti. Game over.

Neanche il tempo di iniziare e  Stramaccioni si ritrova già a fare il lavoraccio di re-inventarsi: gli studi, una laurea in giurisprudenza ma soprattutto il campo d’allenamento. Stramaccioni agisce nell’ombra, dove il sole batte forte tanto da lasciare arsi i campetti ma non illumina con i raggi della fama e della gloria, tutt’al più con quelli della speranza in un domani migliore di cui sono pieni i settori giovanili: prima i dilettanti, poi tanta Roma e infine la Primavera dell’Inter.

La prima e (finora) ultima volta in cui Stramaccioni è portato in trionfo

L’Inter è il grande treno che Stramaccioni aspettava da tempo, quella mano buona in cui le carte nel tuo mazzo promettono finalmente bene e hai anche le fiches necessarie per giocare. Soprattutto arriva il fatidico marzo 2012: prima la vittoria della NextGen Series, la “Champions League dei giovani” come la chiamavano prima che questa competizione prendesse effettivamente vita, poi l’esonero di Ranieri in prima squadra, le cui chiavi finiscono proprio in mano sua.
Finalmente le luci della ribalta sono su Stramaccioni, che si libera dalle tenebre che, volente o nolente, hanno avvolto la sua carriera.
Quello che Stramaccioni non sa è che quelle luci sono solo un abbaglio, violento e fulminante, che nonostante quel carico di entusiasmo, euforia e speranze che porta con sè finisce per durare troppo poco.

Dura giusto il tempo di essere il primo allenatore, dopo più di un anno, a prendere lo scalpo della Juventus in campionato, per di più in casa dei bianconeri. Un momento, per quanto estemporaneo, di cui comunque andare in qualche modo orgogliosi. Mai come in questo caso infatti It’s better to burn out than to fade away“.

Maggio porta bruscamente sul pianeta Terra il volo di Stramaccioni: 9° posto in classifica, con la squadra per la prima volta dopo innumerevoli anni fuori dalle competizioni UEFA, e immediato allontanamento dalla panchina. La mano di poker, che sembrava quella della vita, si è risolta in una scala mancata, un bluff a cui nessuno ha abboccato. Le luci dei riflettori, dopo un attimo in cui hanno indugiato su di lui, lo abbandonano ancora una volta all’anonimato, alle tenebre. Sembra quasi di sentirlo Stramaccioni, quando si ritrova ancora una volta faccia a faccia con il buio, salutarlo come un vecchio amico: “Hello darkness, my old friend: I come to talk with you again…”

Sulla strada di Stramaccioni, da quel momento in poi, c’è solo un vagabondaggio alla ricerca di sè stesso, di quello che è stato per un attimo ma poi non è stato più. Un’ultima occasione, all’Udinese, nel calcio italiano che però finisce per masticarlo e poi sputarlo via senza pietà al termine di un’annata negativa (16° posto con 41 punti, al tempo record negativo della squadra da quando la Serie A è a 20 squadre) ma che a posteriori, viste le successive difficili stagioni dei friulani, fa sorgere il dubbio: vuoi vedere che il problema vero in fin dei conti non fosse Stramaccioni?

Avrà tutte le colpe del caso, vero: ma è oggettivamente difficile fare bene quando il miglior giocatore della squadra che alleni è un tuo coetaneo inevitabilmente sul viale del tramonto (l’anno successivo Totò mise a referto solo due gol e decise di dire basta) e il ricambio non è stato all’altezza delle rose precedenti

La strada di Stramaccioni porta il suo viaggio verso le periferie del calcio, in campionati di livello sempre inferiore e in squadre come lui alla ricerca di un nuovo inizio, una nuova alba che possa rischiarare il presente fattosi ormai piuttosto oscuro: Panathinaikos in Grecia, ormai ombra di sé stesso e dietro non solo agli storici rivali dell’Olympiakos ma anche a compagini meno gloriose come AEK o PAOK; poi lo Sparta Praga, altra nobile decaduta in cerca di riscatto dopo anni di frustrazioni e campionati passati a vedere solo la targa dell’emergente Viktoria Plzen.
Tutte finite nell’identico, pessimo modo: dimissioni o esonero che sia, Stramaccioni perde troppo spesso il controllo della situazione e non riesce a portare a termine la stagione.

Un addio addirittura auspicato dai tifosi cechi, che si sono ironicamente offerti di provvedere al biglietto aereo per il pronto ritorno a casa di Stramaccioni.

C’è però una costante in questi viaggi apparentemente senza senso che hanno spinto un allenatore giovanissimo (ha solo 43 anni) ad accettare panchine che un tecnico proveniente dall’élite calcistica accetterebbe solo nel momento di svernare: la strada di Stramaccioni lo conduce irrimediabilmente verso est. Da Milano a Udine, poi verso Atene, Praga e infine Teheran, capitale di quel misterioso e quasi favoleggiante Iran, tempio di una cultura misteriosa ancora imperscutabile per noi europei, lontana dai nostri canoni occidentali. Sempre e inesorabilmente verso oriente, spinto in maniera quasi ineluttabile da una carriera oscura che in molti leggono già come finita e proprio non ne vuole sapere di accendersi ed essere, quantomeno per un poco, luminosa. Perciò si muove, passo dopo passo, sempre più a levante, quasi a voler intercettare l’alba e costringerla a irradiare anche lui, prima che questa possa ancora una volta deviare ed andare ad illuminare altre notti.

Le prime dichiarazioni di circostanza da nuovo allenatore dell’Esteghlal

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Sulla strada di Stramaccioni dunque, specie per chi ha avuto la pazienza di seguirne i passi (magari anche attraverso queste parole) non è la meta, ma il viaggio che importa, quella bella sensazione di essere ancora una volta in gioco, e ogni volta fare un ulteriore rilancio nonostante le fiches adesso iniziano a scarseggiare, sperando che sia finalmente giunta la volta buona. Il viaggio e ovviamente la strada in cui Strama, di volta in volta si immette, girovagando per il mondo attraverso luoghi incantevoli facendo ciò che più ama, e in fin dei conti va bene anche così per essere felice.

Felice e, in un certo qual modo, vittorioso in un mondo del calcio a volte troppo preso dalla dicotomia fra bianco e nero, trionfo e fallimento, per fermarsi a pensare alle migliaia di sfumature di colore possibili. Vittorioso perché ribelle al pensiero dominante che comunque, a posteriori, lo masticherà e lo sputerà ancora una volta bollandolo come perdente. Vittorioso perché abbastanza folle da fregarsene di tutto questo. Vittorioso perché, proprio per via di tutto questo, qualcuno si prenderà la briga di parlarne ancora una volta anche solo per un momento, convinto com’è che:

“…per me l’unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano, come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni attraverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno Oooohhh”


 

Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio e raccontarne le numerose storie. Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.