Interventi a gamba tesa

Una storia sbagliata


Questa è una di quelle storie che faresti meglio a non provare a raccontare. Una storia che non piace quasi a nessuno, al punto da essersi già irrimediabilmente deteriorata, consumata prima ancora di vedere la luce. Una storia che, mentre stava accadendo e assumendo l’ineludibile forma delle cose reali, ha turbinato impazzita come in un frullatore, per settimane intere. Finché è finita come quasi nessuno voleva che finisse. Sarri alla Juve era un’opzione che, per tutti, fino a qualche mese fa poteva valere al massimo come paradosso. Un paradosso per tutti, ma evidentemente non per Sarri e per la Juve, che erano proprio le due componenti necessarie a farlo succedere.


Maurizio, figlio di Amerigo che era un gruista dell’Italsider ed anche ciclista dilettante, ha portato a termine la sua fuga ed è arrivato finalmente al traguardo, quello in cima alla montagna. Il figlio ha vinto quella corsa che il papà aveva sempre sognato di vincere; ora può indossare la maglia dei vincitori, non quella rosa ma “la maglia a righe” come la chiamò proprio lui e non certo per attribuirle onore e gloria.

La Juventus, dall’altro lato della “trattativa”, ha scelto il suo allenatore, quello che dovrebbe proiettarla in una nuova dimensione calcistica e ideologica; quello che da avversario evocava l’Olanda del ’74, mentre in quella che, al tempo, era la parte opposta si sosteneva che ad avere ragione siano sempre coloro che alla fine vincono.

Non sorprende che proprio in pochi l’abbiano presa bene. Erano tantissimi, al contrario, quelli che si ostinavano a non volerci credere per nessuna ragione al mondo, abbandonandosi languidamente verso qualsiasi via di fuga, possibile o impossibile che fosse. Perché questa somiglia proprio a una di quelle storie in cui la persona di cui sei innamorato, e che ti induce ad abbandonarti a irriducibili illusioni, finisce per innamorarsi proprio di quell’altra (o) di cui sparlavate e addirittura ridevate insieme; e allora non solo si spengono crudelmente tutte le tue illusioni, ma è pure il tuo stesso sentimento, oltre che la tua stessa persona, a finire calpestato ed umiliato. Che tu non voglia crederci per nessuna ragione al mondo e voglia lottare con tutte le tue forze, anche contro ogni principio di realtà, risulta non solo comprensibile, ma inevitabile.

Sia i sarristi che gli juventini. I sarristi hanno dovuto vedere il proprio comandante entrare nel Palazzo. Anzi, diventare anche lui il Palazzo. Gli juventini hanno dovuto affrontare l’idea di prendersi il nemico in casa, e già questo risultava complesso. Poi qualcuno ha ben pensato di animare con cieca ostinazione il fantasma di Guardiola. Dopo aver vissuto l’estate di Cristiano Ronaldo, mettere le briglie alla fantasia risultava impresa impegnativa e, infatti, a chi ci è provato mal gliene è incolto.

La storia, però, è andata a finire così. Mentre essa si consumava già prima che accadesse davvero, Maurizio Sarri aveva provato a indirizzare tutti verso il finale che inevitabimente si sarebbe scritto. Il comandante con la tuta, l’outsider che sfida sia l’establishment che le convenzioni formali, si era così fatto intervistare da Vanity Fair, la rivista che piace alla gente che piace. E non si era sottratto al tema che l’agenda mediatica aveva già imposto, il famigerato tradimento: “I napoletani conoscono l’amore che provo per loro, ho scelto l’estero l’anno scorso per non andare in una squadra italiana. La professione può portare ad altri percorsi, non cambierà il rapporto. Fedeltà è dare il 110% nel momento in cui ci sei. Che vuol dire essere fedele? E se un giorno la società ti manda via? Che fai: resti fedele a una moglie da cui hai divorziato? L’ultima bandiera è stata Totti, in futuro ne avremo zero”. Certo. Il cosiddetto “professionismo” è uno dei rifugi preferiti dai modernisti censori e denigratori di un presunto romanticismo ormai fuori moda, preso di mira insieme alla retorica che ne deriverebbe e che sarebbe ormai un ferro vecchio. Vale la pena far notare, tuttavia, che il Sarri di Vanity Fair non sta accantonando solo la suddetta retorica, ma sta accantonando innanzitutto il racconto che si era sforzato di dare di sé. Più o meno un anno fa, guarda il caso, sullo stessa tema, alla Rai, rispondeva così:

Come recita quell’altro adagio ormai sempre più di moda? Solo gli stupidi non cambiano idea. Certo. A volerlo dar per buono, l’ex comandante avrebbe inconfutabilmente dimostrato di non essere stupido. Bene così. Come se poi il tema cruciale fosse davvero il professionismo. O magari quello della tuta, come se la sostanza potesse ridursi essenzialmente alla forma: “se la società mi imponesse di andar vestito in altro modo, dovrei accettare. A me fanno tenerezza i giovani colleghi del campionato Primavera che portano la cravatta su campi improponibili. Mi fanno tristezza, sinceramente”. Il problema non è il vestito, così come c’entra poco il rifugiarsi nella trita e ormai stanca retorica sulle bandiere e sulla presunta ineluttabilità del loro ammainarsi. Passaggi dalla sponda napoletana a quella juventina rimandano storicamente a cesure e talvolta ferite profonde negli appassionati partenopei. Partendo dall’iconica vicenda di Josè Altafini, passando poi per Ciro Ferrara, Quagliarella e infine Higuain, tralasciandone certamente altri e non menzionando qualcuno che, invece, il proprio passaggio ha potuto consumarlo in relativa serenità. E vale molto poco anche il discorso dei romantici tempi andati. Nei primi anni ’80 Rino Marchesi fu l’allenatore di un Napoli che andò vicino alla sua prima e tanto sospirata vittoria dello scudetto. Nell’86/87 divenne l’allenatore della Juve e nessuno a Napoli se la prese più di tanto a male, anche perché quella volta gli azzurri lo scudetto lo vinsero davvero.

Il grande Rino Marchesi

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Non è così facile. Non è facile perché il problema non è neanche la realtà. Il problema è come ce la rappresentano. Il problema sono le costruzioni simboliche a cui ci attacchiamo somigiando un po’ a quegli ubriachi che di notte si abbracciano ai lampioni, per provare a ritrovare disperatamente un minimo senso dell’orientamento. E così finiamo per scambiare un ex bancario con Che Guevara, un campionato di calcio con la lotta per la libertà, una squadra di calcio con una brigata partigiana e la conformazione tattica e la struttura di gioco di quella stessa squadra con la Critica della Ragion pratica e la Critica della Ragion pura. Sono tutte cazzate, ma noi ci vogliamo credere. Oppure vogliamo credere ad una squadra di calcio come “brand”, a non meglio identificate “entità della finanza”, ammesse ad una sorta di “Sovramondo” dove tutto è più chiaro, ammesse perciò a qualsiasi verità meglio e prima di tutti gli altri, perché hanno fiumi di soldi da investire. Sono cazzate, ma se queste cazzate portano alla conclusione che arrivi Guardiola, ecco che uno ci vuole credere a tutti i costi; a chi vuoi che venga in mente la crisi dei subprime o Lehman Brothers? Basta che ci diano un lampione a cui aggrapparci, basta che ci diano una storia che ci piaccia o a cui vogliamo credere, e noi ce la beviamo tutta. E guai a chi osa metterla in dubbio.

Finché la realtà ti presenta il conto e quelle storie a cui avevi voluto credere finiscono per non valere più. Così sei costretto a farti capace che Maurizio Sarri non è quello che tu avevi creduto egli fosse, e che proprio lui aveva voluto farti credere. Maurizio Sarri non è il suo personaggio. Il suo personaggio gliel’hanno modellato addosso proprio assecondando i desideri, le aspettative di chi voleva esattamente quel personaggio lì. Lui, pur con le sue inclinazioni caratteriali e la sua scarsa propensione all’esibizione e alla scena, si è sforzato pervicacemente di rispondere a quel modello; dopo una così lunga gavetta, consapevole di essere giunto in quel fatidico momento in cui ti capita la tua occasione, ha temuto non bastassero solo la sua applicazione ossessiva e il suo perfezionismo sui campi d’allenamento. Doveva sforzarsi di recitare la sua parte nella società dello spettacolo. L’allenatore Sarri è diventato così anche il suo personaggio, ma Maurizio l’ex bancario non era quello lì. E non era neanche quello che saltava fuori dal recinto e chiamava finocchio Mancini, o addirittura mostrava il dito medio, o quello a cui scappava qualche battuta fuori luogo. Un uomo non si può certo ridurre ad un suo scatto d’ira e nemmeno a qualche incrinatura o a qualche nota stonata nella sua educazione culturale. È troppo poco per emettere una sentenza di condanna nei suoi confronti.

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Egli interpretava soltanto il suo personaggio quando si lamentava dei numeri sulle maglie che non erano più dall’uno all’undici, poi dei colori delle stesse maglie che tradivano la tradizione (“speravo di morire prima di vedere un NapoliJuventus grigi contro gialli“), degli orari sfalsati delle partite. Altrimenti come si concilierebbe una tale (questa sì) retorica visione circa il romanticismo del calcio che fu, con i suoi discorsi a Vanity Fair  di adesso, sul professionismo e sulle bandiere che non esistono più?

Interpretava soltanto il suo personaggio anche quando diceva: “La Juve dal punto di vista dei risultati rappresenta il potere, perché viene da sei campionati vinti e sono in testa nel settimo. La Juve rappresenta per questo motivo il potere tecnico, ma secondo me anche qualche altro…. Ma questa è una mia considerazione personale”, e sulla scia di queste considerazione assecondava e si serviva della narrazione sulla presa del Palazzo, sulla rivoluzione sarrista e sul rovesciamento del potere corrotto. Quando, dopo aver perso “lo scudetto in albergo”, diceva che “nella vita una cosa ci aiuta ed è che prima o poi tutto finisce”…che l’anomalia dal calcio italiano era rappresentata dal fatto che vinceva sempre la stessa e le altre “già sanno dall’inizio che non vinceranno mai”; altrimenti nello sfavillio delle luci nella sua cerimonia di presentazione per il suo personale ingresso all’interno del Palazzo, dovrebbe dire: “per me questo è il coronamento e il punto di arrivo di una carriera in cui nessuno mi ha regalato nulla, partita dal basso che davvero più basso non si può, ovvero dalla Terza categoria, per arrivare, solo grazie alla fatica e al valore del mio lavoro, sulla panchina della squadra destinata ineluttabilmente al dominio incontrastato in Italia, perché tanto quelle altre sanno già che non possono vincere”. Non lo dirà perché non gli conviene, mentre, al contrario, dire proprio quelle cose quando era sull’altra sponda gli conveniva eccome, innanzitutto per avvalorare e vendere meglio i propri risultati. Non dira così, ora, anche perché dovrà cominciare a rimodellare la costruzione simbolica del suo personaggio, in relazione ai desideri e alle aspettative dei suoi nuovi “fruitori”. La società dello spettacolo collaborerà, parteciperà e reagirà di conseguenza.

Mentre, dunque, prenderà forma un personaggio Sarri un po’ diverso e un po’ uguale rispetto a quello che ci è stato propinato finora, per provare a rintracciare un’inquadratura (per quanto sfocata) dell’uomo bisogna affidarsi al racconto di quello che non solo è il suo rivale, ma addirittura la sua antitesi, colui al quale è riuscito alfine ad usurpare il posto. Quel livornese che, qualche anno fa, narrava di quella volta ad Agliana, quando lui allenava l’Aglianese e il figlio di Amerigo la Sangiovannese. Per i 434 spettatori accorsi si trattò di un’inedita forma di supplizio, un orripilante 0 a 0 senza neanche un tiro in porta, esasperante a tal punto che uno spettatore arrivò a sentenziare: “se siete allenatori voi due, posso allenare anch’io”. Ecco, al di là delle narrazioni, la vita è questa. Quello spettatore di Agliana sarebbe bello poterlo vedere e poterci parlare oggi. Ci sarebbe da abbracciarlo, dicendogli: “tranquillo, l’unica cosa certa della vita è che, in fondo, non ci abbiamo comunque capito un cazzo.”

Così l’uomo Sarri lo si può rintracciare nella sua ossessione, in quella sua incrollabile fiducia e in quella sua maniacale dedizione al suo lavoro; tanto che persino nell’intervista a Vanity Fair un brandello di verità riesce a rompere gli infingimenti e sgorgare fuori, stracciando un lembo del velo del personaggio, per lasciare scoperto un pezzo dell’uomo: “il sarrismo è un modo di giocare a calcio e basta. Nasce dagli schiaffi presi. L’evoluzione è figlia delle sconfitte. Non solo nel calcio. Io dopo una vittoria non so gioire. Chi vince, resta fermo nelle sue convinzioni. Una sconfitta mi segna dentro più a lungo, mi rende critico, mi sposta un passo avanti.” Il sarrismo non esiste nella realtà, è un tentativo di costruzione simbolica fortunato, per certi versi anche accattivante e che ha funzionato per un certo tempo. In questa specifica risposta, in questa sua piccola confessione, sfuggitagli alla rivista che piace alla gente che piace, invece, è forse racchiuso quel poco che ci è dato di sapere di Maurizio Sarri, quello vero, figlio dell’Amerigo gruista dell’Italsider ed ex ciclista dilettante.


Raffaele Cirillo, classe 1981, di Paestum. Fantasista di piede mancino, ma solo fino a 17 anni, rigorosamente un passo prima del professionismo. Iniziato al calcio dal pirotecnico Ezio Capuano nel settore giovanile dell’Heraion, che poi gli ispirerà anche un libro, un romanzo sul calcio intitolato "Il mondo di Eziolino". Con la stessa disposizione d’animo e la medesima aspirazione creativa con cui si disimpegnava in campo, ora il calcio lo guarda, lo interpreta e ne scrive.