Interventi a gamba tesa

Damian Lillard: non solo mister “clutch”

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Portland Trail Blazers’ Damian Lillard leaves the court after hitting the game-winning three-pointer to beat the Oklahoma City Thunder 118-115 in Game 5 of their best-of-seven first-round playoff series in Portland, Ore., Tuesday, April 23, 2019. Lillard finished with a franchise playoff-record 50 points and Portland eliminated Oklahoma City from the postseason. (Sean Meagher/The Oregonian via AP) ORG XMIT: ORPOR106


Il leader di Portland sta giocando la sua miglior stagione in carriera.


NUMERO ZERO

Scelto alla chiamata numero sei nel draft 2012 dai Portland Trail Blazers, con buona pace dei Bobcats che alla due hanno pescato Kidd-Gilchrist e dei Kings che alla cinque hanno optato per Thomas Robinson, -ma sappiamo bene tutti che il draft non è una scienza esatta- Damian Lillard ha subito vinto il Rookie of the Year nel 2013. Nel 2015 ha firmato un contratto di cinque anni da 120 milioni di euro complessivi con i Portland Trail Blazers e fino ad oggi ha indossato soltanto la casacca della “Rip City” (ventiquattro milioni all’anno per uno come lui non sembrano nemmeno eccessivi). Lillard ha preso parte a quattro All-Star Game ed ormai è il simbolo di un’intera città e di tutta la franchigia. Sulla maglia porta il numero 0 -in onore alla O della Oregon dove si trova Portland, della Oakland dove è nato, e della Ogden nello Utah dove ha giocato nel college- e Damian con quella canotta ha siglato vari buzzer-beater decisivi in questo arco di tempo in Nba, facendo conquistare molte vittorie insperate ai Blazers. Il periodo di tempo finale, che solitamente riguarda l’ultimo minuto, ha preso il nome di “Dame Time”, nel quale Lillard sente che è arrivato il momento di decidere la partita. Quasi sempre ha avuto ragione nel fidarsi del suo istinto letale: lo confermano i numerosi gesti delle dita che fanno tic-toc sul suo polso dopo aver insaccato i canestri decisivi a pochi decimi dallo scadere, ad indicare le giocate “clutch” del prodotto di Weber State.

Attenzione: video ad alto contenuto esplosivo (eccezion fatta per i primi 30 secondi). Per maggiori dettagli chiedete agli Houston Rockets nel 2014 o a Oklahoma City tre settimane fa.

DA  BRUCO A FARFALLA

Ma sono tante le qualità cestistiche di Damian Lillard. In primis il saper segnare in ogni maniera, con penetrazioni, triple da distanze siderali, canestri in fade away, stepback, e molti altri modi per andare a referto. Senza dimenticare come sappia regalare assist lussuosi ai compagni, spezzando poi i raddoppi e le marcature sistematiche grazie a capacità di ball-handling straordinarie, dando perciò ai tiratori sul perimetro metri di spazio. Ecco, considerato tutte queste prerogative, oggi Lillard sembra essere arrivato all’apice della sua maturità sportiva. E a quasi 29 primavere compiute sta disputando la prima finale di conference in tutta la sua carriera.
Finora aveva raggiunto le semifinali della Western Conference con la maglia di Portland in due occasioni: nel 2014 e nel 2016, venendo sconfitto rispettivamente dai San Antonio Spurs e dai Golden State Warriors. Però nel 2019 la squadra di Terry Stotts è riuscita ad imporsi nella serie del secondo turno contro i Denver Nuggets per 4-3. Proprio nella decisiva gara 7 “Dame” ha dimostrato a tutti gli addetti ai lavori come mai abbia raggiunto il pieno del suo percorso ad altissimi livelli. Perché sebbene sui tabellini di fine incontro abbia fatto registrare solamente 13 alla voce punti con un rivedibile 3/17 dal campo, dopo i primi due quarti in cui ha provato a mettersi in ritmo -ma non c’era niente da fare per sbloccarlo- il prodotto dell’università di Weber State di Ogden, nello Utah, ha preso in mano la situazione smazzando passaggi vincenti al resto del roster, facendo la voce grossa sotto canestro e soprattutto siglando due sole triple, ma di un peso specifico impareggiabile per il momento in cui sono arrivate.

Un giovane Lillard con la maglia della Weber State University.

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Ha disputato una prova da leader, da giocatore che capisce i momenti focali del match e che capitalizza al massimo gli sbagli degli avversari. Una partita che ha erto Lillard tra i playmaker d’élite della pallacanestro moderna, se ancora qualcuno avesse qualche dubbio a riguardo. Facendo un esempio con un suo dirimpettaio attuale, questa metamorfosi sul parquet pare mancare a Russell Westbrook. Il playmaker dei Thunder quando vede scappare via la partita si incaponisce e commette ancora più errori nella gestione dei possessi. Invece Damian nella “bella” del Pepsi Center ha distribuito 8 assist e catturato 10 rimbalzi. E soprattutto, dopo un primo tempo in cui ha sbagliato 8 conclusioni su 10 tentate, ha capito che non sarebbe stata una delle sue classiche serate da oltre 25 punti a referto, magari impreziosite da impossibili canestri agli sgoccioli dell’incontro. Lillard ha di conseguenza lasciato il proscenio in mano a C.J. Mccollum, il “robin” del duo Lillard-Mccolum. La decima scelta dei Blazers del 2013 ha trascinato al successo la franchigia dell’Oregon grazie a 37 punti e i sigilli decisivi sulla qualificazione alla finale di Conference (per ritrovare l’ultima apparizione dei Blazers in una Western Conference Finals si deve tornare all’anno 2000, quando coach Mike Dunleavy guidava Rasheed Wallace, Arvydas Sabonis e Scottie Pippen).

BENTORNATO A CASA

Ora Lillard, insieme ai compagni dei Trail Blazers, sta affrontando la finale della conference dell’Ovest contro gli alieni dei Golden State Warriors. La franchigia di Steph Curry & co. gioca alla Oracle Arena di Oakland a San Francisco, in California. E per Damian è come un ritorno a casa, poiché -come detto all’inizio- il numero 0 di Portland è nato il 15 luglio 1990 proprio ad Oakland. Dame è cresciuto sulla costa est della baia di San Francisco tirando a canestro, ma anche dilettandosi con lo skateboard. E gli farà sicuramente uno strano effetto giocarsi l’approdo alle Nba Finals nella città in cui ha plasmato le sue abilità con la palla a spicchi tra le mani, in cui ha dominato tanti suoi coetanei ai playground, e in cui gli amici di vecchia data della “bay” hanno visto muovere le prime armi e gli esordi del “Dame time”.

Lillard all’high school della “sua” Oakland.

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Da lì Damian di strada ne ha fatta. Ora è arma distruttiva completa e sa fare tutto alla perfezione. Nonostante la sconfitta in gara 1, può giocarsi queste finali di Conference con la testa libera di chi ha già sovvertito i pronostici nei due turni precedenti (in molti davano per favoriti Okc e Denver contro il team di Rip City). Il gruppo è guidato da un ottimo coach come Terry Stotts, che ha dato luce ad uno dei sistemi di gioco offensivi della lega più efficaci, lasciando il pallino del gioco ai due creatori principali Lillard e Mccolum, e sfruttando i punti forti di ogni singolo giocatore. Di Kanter il gioco in post basso e la forza a rimbalzo offensivo, di Collins l’ottima protezione del ferro, di Seth Curry la pericolosità sul perimetro, di Turner l’abilità nel punire gli avversari dal mid-range. Trovando inoltre un rivitalizzato Hood, che uscendo dalla panchina fa il terzo violino offensivo; senza dimenticare che i Trail Blazers stanno vivendo la post-stagione senza il centro titolare Nurkic. Insomma, hanno una metodologia riconoscibile che sta dando i suoi frutti. Perché dall’arrivo di Stotts, contemporaneo a quello di Lillard nell’estate del 2012, Portland ha sempre partecipato alla post-season, eccezion fatta per la stagione 2012-2013. Tuttavia lo scorso anno, terminato con la cocente eliminazione dai playoff nel primo turno contro i Pelicans di Anthony Davis, la panchina di Stotts sembrava essere appesa a un filo, ma è stato soprattutto Lillard, leader del gruppo, a premere per la permanenza nell’Oregon dell’ex membro del coaching staff di Rick Carlisle della Dallas del titolo Nba del 2011.

BREVE FOCUS SUI PLAYOFF 2019 DI “DAME”

Alcune importanti statistiche di Lillard raccolte in questa post-season ci spiegano come mai il suo apporto sia più incisivo rispetto alle edizioni degli ultimi due playoff. Prima di tutto il plus-minus di Damian è il più alto di tutti i suoi playoff giocati finora: +5.3. Un numero davvero importante se si considera che sta giocando 40.3 minuti a partita. Un altro dato in aumento rispetto agli anni passati riguarda lo usage di “Dame”: quest’anno il 29.9 % di palloni delle partite dei Blazers sono gestiti dalla combo-guard di Oakland (due anni fa arrivò al 31.4 %). Ma mai come in questi playoff Damian segna così tanto. In 13 partite finora disputate ha mantenuto una media di 27.7 punti a gara, (aveva scollinato i 27 due anni fa, ma con 4 partite in postseason) con 2 recuperi ogni incontro; anche questo numero è un record personale di Damian. Contro i Warriors però deve fare più fatica in difesa per inseguire i movimenti asfissianti e le scorribande di Stephen Curry. Un cliente forse troppo difficile da marcare per uno come lui. Però ricordiamoci: stiamo parlando di Lillard, l’uomo che in questo periodo sta strabiliando tutti, e che non vuole smettere di sorprendere ancora.


Carlo Cecino, giovane trevigiano di belle speranze. Nato il 18/05/1994 durante la meravigliosa notte di Atene, col Milan che sculacciava il Barcellona di Cruijff, si appassiona fin dal primo ciuccio allo sport. Segue con fervore il basket, con i San Antonio Spurs in cima alle ricerche. Entrare nel mondo giornalistico sportivo è il sogno, ma anche diventare il magazziniere dello spogliatoio dei New York Knicks non sarebbe male. Gli idoli sono Valerio Fiori e DeShawn Stevenson, oltre a Federer, leggenda vivente del tennis.