Interventi a gamba tesa

Hatem Ben Arfa, amore primordiale

ben arfa

Luci e ombre, alti e bassi di uno dei talenti più catastrofici e cristallini degli ultimi quindici anni.


Se ricercate il significato della parola talento salteranno fuori una moltitudine di risultati: dote, specifica propensione ad una particolare attività, ingegno. Nell’antichità, però, il termine talento era perlopiù associato a voglia, desiderio, volontà e, più in là, identificato come dono di Dio. Curioso che nella nostra visione materialistico-calcistica siano talenti solo i giovani, o meglio che raggiunta una certa età e non avveratesi certe condizioni, dall’essere un talento si passi allo status di spreco o di promessa non mantenuta, come se il saper fare qualcosa meglio degli altri marcisca con l’inesorabile avanzamento degli anni ed imputridisca una volta che le aspettative non siano state rispettate. Chi di sicuro sa fare qualcosa meglio degli altri, nello specifico correre con un pallone attaccato ai piedi ed inventare traiettorie invisibili, ma che di voglia e desiderio non ne ha mai avuto, è Hatem Ben Arfa.

Che poi dire che non abbia mai avuto desiderio non è propriamente corretto. Il suo era giocare a pallone, niente di più niente di meno; sostanzialmente lo stesso che molti di noi hanno coltivato per anni. Poi, quel talento gli ha permesso di arrivare prima degli altri al grande palcoscenico, quello in cui non sono ammessi errori, deviazioni, sbandamenti o complicazioni. Ma arrivare in alto precocemente è pericoloso, tanto più se sei caratterialmente di cristallo e ti manca la voglia di rimanerci. Si rischia di scivolare e la caduta può essere rovinosa,  un tonfo sordo del quale tutti si ricordano e sul quale tutti sono pronti a speculare, a maggior ragione quando di nome fai Hatem, di cognome Ben Arfa e a neanche vent’anni giocavi titolare in Champions League.

Chissà cosa gli ha detto Juninho ad inizio partita.


Enfant Prodige

Il talento in oggetto è nato nel 1987 a Clamart, cittadina nota per essere stata il teatro dell’attentato del’62 a Charles de Gualle e della morte di Yasser Arafat nel novembre del 2004. Si forma calcisticamente in uno dei centri più importanti di Francia: l’INF di Clairefontaine. Durante la sua permanenza a Clairefontaine diviene protagonista dell’omonimo documentario che racconta la vita di una classe di giovani calciatori all’interno dell’accademia. Il maggior pregio della serie è il non voler essere uno spot della superiorità e dell’efficacia del sistema francese, ma semplicemente la fotografia del funzionamento dell’accademia. Le giovani promesse si dividono tra il campo e la scuola, e pur essendo adolescenti sono consapevoli delle pressioni a cui sono sottoposti, coscienti di non poter commettere errori, della possibilità di venire esclusi alla fine dell’anno, di non potersi infortunare, soprattutto se non hanno ancora firmato un contratto. Lo stesso Hatem dirà in un’intervista: <<Dopo l’allenamento torni in camera e sei ancora in competizione. Tutti vogliono diventare il migliore. Mentalmente non ti riposi mai.>> E durante le riprese: <<Ci allenano per farci migliorare, non per farci peggiorare. Se peggioriamo non gli serviamo più.>> Già negli anni dell’accademia si intravedono le difficoltà caratteriali che lo accompagneranno per l’intera vita: per citare un episodio, quasi arriva alle mani con Diaby reo di avergli offeso la madre. Nel corso delle puntate si vede spesso Monsieur Dusseau, direttore della struttura, il quale non manca di bacchettare e catechizzare i ragazzi quando se ne presenta l’occasione. Parla con la voce seria ed intransigente di un genitore che per forza di cose deve essere duro con la progenie. Alla generazione ’86 (di cui Hatem fa parte perché troppo più forte dei suoi pari età) raccomanda: <<Cambiate, siete ancora in tempo. Se non date niente, non avrete niente. E il calcio è un mondo difficile. È una piccola giungla.>>

All’ultimo anno Ben Arfa firma con il Lione, che è all’ alba del suo ciclo di vittorie. Viene aggregato alla primavera, ritenuto troppo acerbo per competere coi grandi. Nell’ agosto del 2004 fa la sua prima apparizione in Ligue 1 e ha già sulle spalle il pesante marchio del predestinato, che gli viene accreditato dopo l’Europeo under 17 tenutosi in maggio, nel quale ruba la scena ai più quotati Benzema, Nasri e Menez, risultando a mani basse il miglior giocatore del torneo.

I due anni successivi rappresentano perfettamente la sua carriera: un alternarsi di giocate pazzesche e continui litigi con compagni di squadra e allenatore. La giovane età però lo tiene momentaneamente al riparo dalla pioggia di critiche che seguiranno nel futuro e gli permette anche di sfoggiare quell’estro di cui è in possesso, senza troppi assilli tattici e responsabilità. Del resto la squadra non dipende da lui e questo è un bene. Difficile non invaghirsi di questo mancino dotato di un cambio di passo fatale ed una propensione palla al piede elegante, in grado di segnare, assistere e (il suo spartito preferito)  mostrare numeri da circo tanto belli quanto inutili. Gli stessi numeri che faranno dire al presidente Aulas: “Ben Arfa è Cristiano Ronaldo. In venti anni a Lione non ho mai visto un ragazzo dotato quanto lui con il pallone.” Nel 2008 viene anche votato miglior giovane della Ligue 1. Sembrava andare a meraviglia, soprattutto grazie all’opera di Perrin, succeduto sulla panchina del OL  ad Auellier. Invece, di lui ne hanno già le tasche piene. Cris, centrale di difesa brasiliano, ha commentato: <<A volte si comportava da stupido. Quando ci parli lui dice sempre di aver capito e che terrà a mente i tuoi consigli. Il problema è che dieci minuti dopo, appena gli hai dato le spalle, fa l’esatto contrario di quello che gli hai appena detto.>>

Se c’è una cosa su tutte che il calcio mi ha fatto capire, è l’impossibilità ed inutilità di chiedere ad un uomo di snaturarsi, di affrontare la propria indole, domarla, porle un freno al fine di raggiungere un nobile scopo. Tratto caratteristico di Ben Arfa è la presa di coscienza dei suoi difetti: sa di essere una “testa calda”, orgoglioso, riottoso, aprioristicamente contro l’autorità. Però non trova soluzioni. Prova con la religione, abbracciando il sufismo (dottrina islamica di miglioramento spirituale), con la filosofia, leggendo Kant, Spinoza, Nietzsche, come confesserà successivamente in un’intervista, ma non ci riesce. Ineluttabilmente prigioniero di se stesso.

<<Mi hanno preso in giro. Ma ci ho provato a leggerlo. Che non posso provarci? Ho provato a leggere Nietzsche, Kant, ho provato con Socrate, eccetera. Ma non ci sono riuscito. Cioè, non è che non ci sono riuscito, è che era complicato. Ho provato a risolvere i miei problemi, non sapevo come ed ho provato in tutti i modi.>>

Il trasferimento al OM sembrava essere quello che ci voleva. Trova un allenatore-padre che alterna saggiamente bastone e carota, che capisce sin da subito che per il bene di tutti questo genio del pallone va lasciato libero di esprimersi, svariare, giocare con i suoi modi ed i suoi tempi. Neanche a Marsiglia vengono a mancare litigi e diverbi, come quello con Djibril Cissè in allenamento o con M’Bami nel riscaldamento prima di Marsiglia-Liverpool. Al netto della svogliatezza e dell’indolenza, che sono due costanti ineliminabili, gioca ad un buonissimo livello ed anche i numeri sembrano essere dalla sua parte.

La stagione successiva dovrebbe essere quella della definitiva consacrazione. Parte titolare, finisce per perdere il posto, si prende più volte con Deschamps con il quale il rapporto non sarà mai idilliaco, (<<mette gli allenatori nella merda>>)  tanto è vero che l’ex bianconero non lo ha mai preso seriamente in considerazione una volta divenuto CT della Francia (anche perché nel frattempo ne sono saltati fuori tre o quattro tutto sommato bravini).

Oltremanica

È lo stesso Deschamps che spinge per la cessione. La nuova destinazione è Newcastle. Dopo il primo gol  contro l’Everton è costretto ai box per tutta la stagione, causa intervento da carcere duro di Nigel De Jong. Fa di tutto per tornare in forma e la dirigenza gli riconosce la buona volontà dimostrata, tanto da decidere di riscattarlo quando è ancora infortunato.  L’anno dopo diverte e si diverte. A tratti imprendibile, spezza i raddoppi, esce arioso dalle marcature, sguscia via agli avversari che è una bellezza, segna gol stupendi e ricama assist di pregevolissima fattura. La tanto attesa esplosione sembra arrivata. La strada giusta appare imboccata (i tifosi di Blackburn e Bolton possono testimoniare).

Ma per Hatem, come per tanti altri che noi esteti del pallone e poveri scemi alla continua ricerca di una forma di bellezza da contemplare adoriamo chiamare geni, la strada giusta non esiste. Si perde nella deludente stagione dei Magpies. Di diritto si sente il leader tecnico di ogni squadra nella quale gioca, ma non chiedetegli di essere il leader emotivo, quello dal quale ci si attende la riscossa, perché rimarrete tremendamente delusi. Ed anche qui si sciorina un canovaccio già visto: litigi con l’allenatore, intristimento che lo porta a giocare sempre peggio, esclusione inevitabile, ceduto alla prima occasione.

Viene spedito in prestito all’Hull City, dove rimane per sei mesi e dove il campo lo vede pochissimo. Durante le vacanze natalizie fa ritorno a Newcastle, risolve il contratto ed è pronto ad accasarsi al Nizza.

Retour

La presentazione avviene all’inizio di gennaio nella centralissima Place Massena. Bagno di folla ad accoglierlo, come quando il cantante di fama mondiale arriva in una provincia che di artisti di questo tipo ne ha visti raramente. L’entusiasmo viene spento sul nascere. La FIFA blocca il trasferimento, dato che il giocatore ha già vestito le maglie di due diverse squadre nel corso della stessa stagione (in agosto aveva giocato una partita con la primavera del Newcastle). Sono vani i ricorsi del Nizza, così come la protesta social portata avanti dai tifosi, con tanto di hashtag #jesuisbenarfa. Sembra il preludio al ritiro o, ancor peggio, allo svernare in uno di quei posti belli e lussuosi, ma nei quali il calcio è una questione minore. Puel, però, crede in lui e in giugno si concretizza l’ingaggio. Stavolta gli viene assegnato un più consono numero 9, rispetto al grigio numero 4 invernale.

Come la fenice risorge dalle ceneri, Ben Arfa ritorna dall’ inferno del rimanere senza contratto a quasi trent’anni. Non solo ritorna ai propri standard, ma gioca di gran lunga la sua miglior stagione. È dominante, ammaliante, ma soprattutto utile e decisivo. Quei tocchi di palla brevi e nevrotici, quello stile barocco e ridondante, non sono più art pour art, ma messi al servizio di un nobile scopo: trascinare il Nizza in Champions League. Gioca così bene che quasi convince Deschamps a riportarlo in Nazionale, venendo convocato in novembre per le amichevoli contro Germania ed Inghilterra. Ciò che impressiona di più è che riesca finalmente ad associarsi, limando quel tratto autistico che lo ha sempre contraddistinto, come sottolineato in un nostro vecchio articolo, nel quale si riportano le parole di Nicola Roggero: <<Ben Arfa deve capire che se in campo ci sono altri dieci giocatori con la maglia del suo stesso colore, un motivo c’è.>>  Alla fine dell’anno il Nizza mancherà il pass per la Coppa dei Campioni, ma Hatem chiuderà la stagione con diciassette gol ed una vagonata di giocate sfarzose che gli restituiscono quel glamour perso negli anni.


L’ambizione lo porta a Parigi, convinto di potersi ritagliare un ruolo di primaria importanza in un contesto di altissimo livello, anche perché, a detta sua, il Pallone d’Oro è un obiettivo ancora a portata di mano. Ma in quel circolo di campioni non c’è spazio per il suo egotismo ed Emery sin da subito decide di lavarsene le mani, permettendosi di non convocarlo già in settembre e commentando la scelta in modo un po’ indispettito: <<Se non l’ho convocato è perché non è in forma. Deve perdere peso, io devo convocare solo i migliori. In più posso aggiungere che non mi piace il suo comportamento in allenamento. Pensa troppo al dribbling, deve capire che il calcio è un gioco di squadra.>> I rapporti con l’ex allenatore del Siviglia non decolleranno mai, al punto che nella seconda stagione Hatem si ritrova escluso dalla lista UEFA e successivamente dalla prima squadra, costretto ad allenarsi con le riserve. Dal 1° luglio è nuovamente a spasso.

In estate le voci si rincorrono, dalla MLS alla Cina, sino ad un clamoroso ritorno a Lione, oltre a rumors che lo vorrebbero in piazze prestigiose come Dortmund e Siviglia. Nel frattempo tiene, insieme a Yaya Touré, una rubrica sui Mondiali per France Football, che viene ironicamente chiamata “Tribuna Libera”. Arriva anche la velleitaria e simpatica offerta di un club di quarta divisione, l’US Castetis-Gouze, che gli propone uno stipendio da 800 euro mensili, un alloggio in un oratorio parrocchiale ed un’auto non propriamente funzionante, oltre all’ amore e alle attenzioni di tutto l’ambiente (non mi sarei stupito se avesse accettato).

In settembre firma un contratto di un anno col Rennes, che sembra essere la nuova meta di ripiego, ultima spiaggia per chi di ultime chance se n’è giocate almeno due o tre. Invece, in Bretagna torna a risplendere, a modo suo, intermittente ma accecante, regalando prestazioni sontuose e giocate sublimi, soprattutto contro PSG, Lione ed Arsenal. Ed è proprio contro il PSG poi, che si prenderà la vendetta più grande, andando a sconfiggerli nella finale della Coppa di Francia.

Anche adesso che ha spento trentadue candeline e sembra aver trovato la sua realtà, Hatem mantiene in viso e nella corsa i tratti efebici della gioventù. Esegue i movimenti con la stessa squisita malizia con la quale umiliava gli amici del quartiere. Come finirà? Dove andrà? Sono quesiti ai quali non so dare una risposta ed ai quali francamente non mi interessa trovarne. Per cui Hatem continua a giocare, divertiti e facci divertire. Sarà difficile, tra trenta o quarant’ anni, spiegare che eri praticamente il più forte della tua generazione. Chi lo dirà sarà un utopico o, al massimo, un benpensante. Ci resterà solo un malinconico ricordo ed il pensiero struggente che uno così forte e contraddittorio, che per sua genesi sembra uscito da La Haine di Kassovitz, difficilmente lo rivedremo.

Mi piacerebbe chiedere ai giocatori dell’ Angers cosa ci hanno capito


Nato a Caltanissetta, classe ’94. Laureato in Economia Aziendale con un’ambiziosa ed utopistica tesi su una proposta d’introduzione del salary cap nel calcio europeo. Attualmente studente magistrale in Strategia, Management e Controllo. Nel frattempo, prova a scrivere di calcio e pallacanestro, visto che di pennellare come van Hooijdonk e tirare come Klay Thompson non se ne parla proprio. Sogna una conversazione a tavolino con Sarri, Bielsa e Popovich, meglio se accompagnata da una bottiglia di buon vino.