Interventi a gamba tesa

Storie a margine

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Storie di esilio e abbandono, ma anche di rinascita. Storie che comunque, non vorremmo mai più raccontare.


Justin Fashanu

Justin Fashanu, inglese di origine nigeriana, è nato a Londra il 19 febbraio 1961. Oltre ad una esperienza quasi decennale nella prima divisione inglese, è divenuto tristemente famoso per essere stato il primo calciatore professionista a fare coming out. La sua ammissione risale al 1990, anche se da parecchio aleggiavano su di lui voci di una presunta omosessualità, tanto che Brian Clough, il mitico allenatore del Nottingham Forest, lo apostrofava apertamente come “fottuto finocchio”. Con una carriera oramai in declino a causa di svariati infortuni sperava, forse, che il liberarsi di un peso lo avrebbe aiutato a sentirsi un po’ meglio. Invece, viene vessato ed ostracizzato da chiunque. Il fratello minore, anch’egli calciatore, lo ripudia pubblicamente. La comunità nera britannica non si comporta diversamente, ritenendo le sue dichiarazioni una vergogna, un affronto ed un danno d’immagine patetico ed imperdonabile.

Justin che era tra l’altro capace di gol del genere.

Trovare un ingaggio diviene sempre più complicato. Scende nelle serie minori, dove sfottò ed insulti non lo abbandonano. Fugge negli Stati Uniti, praticamente come un esiliato. Gioca un paio d’anni nella MLS, per poi  strappare un contratto da allenatore in una squadra professionistica nel Maryland. È qui che nel 1998 un suo giocatore lo accusa di molestie sessuali e sodomia, dando vita ad un vero e proprio caso. A nulla serve smentire, discolparsi, il suo passato, dicono, parli per lui. Fashanu è costretto nuovamente a scappare, destinazione Londra. Dichiara ad un tabloid inglese di sentirsi tremendamente solo e depresso. Nelle settimane che trascorre nella City vive praticamente da recluso, nascondendosi sotto falso nome. È alla ricerca di qualcuno che lo aiuti a costruire una difesa, ma viene sadicamente lasciato al suo destino. Conta nulla che le illazioni verso la sua persona si siano dimostrate totalmente infondate e che, addirittura, il suo accusatore abbia ritrattato quanto dichiarato in precedenza. Justin muore suicida il 2 maggio 1998, ad appena un mese dallo scoppio dello scandalo. Il suo biglietto d’addio recitava: “Desidero dichiarare che non ho mai e poi mai stuprato quel giovane. Sì, abbiamo avuto un rapporto basato sul consenso reciproco, in seguito lui mi ha chiesto dei soldi. Quando ho risposto “no”, mi ha detto “aspetta e vedrai”. Spero che il Gesù che amo mi accolga: troverò la pace, infine.

Graeme Le Saux

Graeme Le Saux, inglese dell’isola di Jersey, nel bel mezzo del Canale della Manica, è stato un terzino di ottimo livello. Durante la sua carriera ha vestito le maglie di Chelsea, Blackburn, Southampton e, per un breve periodo, Wembley. Con la nazionale di Sua Maestà ha totalizzato 36 presenze mettendo a segno una rete. La storia di Graeme Le Saux è la cartina tornasole di come non sia necessario essere gay per venire insultati ed emarginati. Basta un dubbio, un pettegolezzo, anche infondato, a farti crollare il mondo addosso, in un Paese poi che si reputa aperto e progressista, ma è tanto più bigotto di quanto non voglia far credere.  Spesso, è molto più facile rinnegare ed attaccare piuttosto che prestare ascolto e cercare di comprendere. È bene sottolineare che Le Saux è eterosessuale, semplicemente per dare la misura dell’assurdità di questa storia. È stato quanto di più lontano dallo stereotipo del calciatore: per nulla sciupafemmine, amante della letteratura e dell’arte, molto interessato alla politica e all’attualità. Probabilmente, per questa sua diversità di gusti ed interessi uscì dallo spogliatoio la voce che fosse omosessuale, poi finita sui giornali e, di conseguenza, sparsasi in tutta l’Inghilterra, tanto che in qualsiasi stadio giocasse gli veniva cantato un coro sulle note di Go West dei Village People che, più o meno, recitava “Le Saux la prende nel…” (vabbè, si capisce). Ha anche raccontato di quando un bambino, che poteva avere al massimo dieci anni, gli ha urlato in faccia “frocio”, accanto al padre che se la rideva di gusto. Cercava di non dar peso alle offese, di lasciarsele scivolare addosso. Non contava nulla il fatto che fosse sposato.

Le Saux in maglia Blues

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A chiunque si possa trovare in una situazione del genere, si consiglia di essere forte, più forte dell’ignoranza e della cattiveria di “quattro idioti” (si dice sempre così), ma è dura quando gli insulti si ripetono negli anni e, domenica dopo domenica, diventano sempre più offensivi ed ossessivi. Un giorno del ’99, il Chelsea è di scena contro il Liverpool. Robbie Fowler (lo stesso che in un’esultanza mimò di tirare cocaina, sniffando la riga di fondo) provoca pesantemente Le Saux, apostrofandolo come… non c’è bisogno di dirlo, mostrandogli il culo ed insultandolo a più riprese. Graeme lo intima più volte di darci un taglio, ma niente. Fowler non ne vuole sapere. Chiunque stia guardando la partita si è accorto del riprovevole atteggiamento del centravanti in maglia rossa, direttore di gara compreso, che non interviene. A un certo punto, a palla lontana, Le Saux perde il controllo e molla una gomitata all’attaccante del Liverpool, che crolla al suolo. Le telecamere non mancano di riprendere l’accaduto e Le Saux viene squalificato, ma incredibilmente questo gesto gli permette di recuperare tutta la virilità perduta agli occhi di tifosi e colleghi tempo addietro. Gli insulti vanno via via scemando fino a scomparire del tutto. Estremamente curioso, se non addirittura assurdo, come una violenza inqualificabile, per quanto giustificata, ristabilisca l’equilibrio e la verità nella vita di un uomo. Ma tant’è. Dopo il fattaccio, la Football Association, che condannava aspramente le discriminazioni a sfondo razziale, iniziò  a domandarsi se non fosse il caso di aggiungere alla lista quest’altro tipo di discriminazioni. Oggi Le Saux fa parte della commissione che si occupa proprio di giudicare fatti di questo genere. Se il calcio d’oltremanica e, in generale, la società inglese sono più sensibili al tema omosessualità, un qualcosa lo devono alla tenacia e alla forza di Graeme Le Saux, tenendo bene a mente la tragica storia di Justin Fashnau, un uomo lasciato solo.

Yoann Lemaire

Yoann Lemaire è nato il 3 aprile 1982 a Vireux-Wallerand, paesino di neanche duemila anime nella zona delle Ardenne francesi. Per tutta la vita è stato un calciatore dilettante, barcamenandosi tra la quarta e la quinta serie transalpina. Ormai nove anni fa è diventato tristemente famoso per essere stato il primo calciatore francese a dichiararsi omosessuale. Nel 2009, Lemaire gioca nel Chooz FC. Fatica a tenersi tutto dentro. È stanco di continuare a mentire, di far finta di volersi “sbranare” ogni ragazza che passa quando è fuori con i compagni, per non destare sospetti. È stanco di inventarsi relazioni e prestazioni sessuali in realtà mai avvenute. Un giorno smette di recitare e decide di parlarne ad allenatore e compagni. Le reazioni non sarebbero potute essere peggiori. Oltre a vessazioni ed insulti di rito, la società praticamente lo caccia e, come se non bastasse, un dirigente lo offende pubblicamente su Facebook. Il suo presidente lo liquida, dicendogli: “Capisco che pensi che le ragioni siano pietose, ma sono parte di una preoccupazione, è per proteggere entrambi”. Presosi un anno sabatico, Yoann rilascia un’intervista a France 3 nella quale, oltre a fare coming out, narra della sua vita, delle bugie che è stato costretto a dire per proteggersi. Racconta delle offese di compagni (uno dei suoi gli disse di non sentirsi tranquillo a fare la doccia in sua presenza) e tifosi, avversari e non, di una relazione avuta a ventidue anni con un altro calciatore, che lo ha piantato dicendogli di voler tornare “normale”.

Prova a rimettere piede in campo, ma in molti gli sbattono la porta in faccia, la federazione in primis che, con colpevole ritardo, definisce vergognoso l’atteggiamento del Chooz FC . Tra i pochissimi schieratisi dalla sua parte, c’è stata Rama Yade, a quel tempo Segretario di Stato al Ministero dello Sport, la quale non si è preoccupata di affermare  più volte come tali atti non dovessero restare impuniti. Per il resto, il nulla più assoluto. Lemaire ha il merito di non essersi lasciato sconfiggere. Dal 2010 in poi si è dato parecchio da fare, ha scritto un libro (“Sono l’unico giocatore di Football Homo, finalmente sono stato io”) e la sua storia ha ispirato un film-documentario diretto da Michel Royer, dal titolo “Sport e Omosessualità, qual è il problema?”, nel quale testimonia in prima persona. È stato eletto dalla rivista Tètu tra le venticinque personalità più influenti del 2011 e Gay of The Year 2010. Da alcuni anni è tornato nel suo paese d’origine, riscoprendo la gioia del gioco. Gli capita ancora di venire insultato, come recentemente ha raccontato: “Un avversario proprio di recente. È entrato duro per colpirmi, gridando: “ora mi faccio il frocio”. Mi sono rialzato e l’ho picchiato. L’arbitro mi ha espulso, è stato inutile parlargli alla fine: non ha riconosciuto gli insulti come omofobi. È vergognoso colpire un avversario, non è da me, ma ho provato sollievo. Ho 34 anni e ho subito troppe cose per la mia omosessualità. Lui ha avuto la sua lezione. Voleva fare l’uomo e ha perso. Lo so, è bestiale. Ma mi consola”. In un’intervista del 2016 per Repubblica, alla domanda “Cosa fanno le istituzioni e consiglierebbe ai calciatori omosessuali di dichiararsi” ha risposto: “Nulla, la cosa non li riguarda. Gli omosessuali sovvertono il gioco, portano problemi. Perciò non mi permetto di consigliare a un calciatore gay di fare coming out. Dipende dal carattere, dalla personalità, dal rapporto con i compagni, i dirigenti, l’allenatore. È deludente che l’UEFA non abbia concesso agli Europei il minuto di silenzio per le vittime della strage gay di Orlando”. E ancora: “Finalmente parliamo dell’omosessualità nel calcio. Sappiamo che questo è un argomento tabù. Mi sembra che riflettere su questo argomento sia molto importante, soprattutto in vista dei Mondiali in Russia, dove i diritti degli omosessuali sono più che ridotti. Siamo in un periodo in cui dobbiamo aprire questo dibattito e parlare con umiltà, con serietà ma anche con umorismo. Credo sinceramente che nell’élite del calcio sono pronti a parlare, le cose sembrano sbloccate. Nel mondo dei dilettanti penso che la situazione sia peggiorata“.

Yoann e Didier

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Poco dopo il coming out, grazie all’intermediazione del giornalista Jacques Vendroux, è entrato a far parte del Variety Club di Francia, che annovera tra gli altri Robert Pires, Zinedine Zidane, Laurent Blanc, Fabien Barthez e Christian Karembeu, divenuto un suo caro amico. Ancora oggi Lemaire è un esempio per tutti gli omosessuali, sportivi e non, di Francia, si batte per i diritti gay, nella speranza di smuovere le coscienze ed apportare un miglioramento alla società d’oltralpe.


 

Nato a Caltanissetta, classe ’94. Laureato in Economia Aziendale con un’ambiziosa ed utopistica tesi su una proposta d’introduzione del salary cap nel calcio europeo. Attualmente studente magistrale in Strategia, Management e Controllo. Nel frattempo, prova a scrivere di calcio e pallacanestro, visto che di pennellare come van Hooijdonk e tirare come Klay Thompson non se ne parla proprio. Sogna una conversazione a tavolino con Sarri, Bielsa e Popovich, meglio se accompagnata da una bottiglia di buon vino.