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5 Aprile 2019

Il calcio non riesce ad accettare l'omosessualità


Abbiamo raccolto tre storie per ricordarcelo.

Graeme Le Saux, inglese dell’isola di Jersey, nel bel mezzo del Canale della Manica, è uno di quei classici terzini di buon livello, uno di quelli affidabili senza mai essere straordinario. Un grande classico del calcio britannico, insomma: ha avuto una carriera solida, con 400 partite in massima divisione tra Chelsea, Blackburn e Southampton. Ha raggiunto anche la nazionale inglese negli anni '90, giocando 36 partite e segnando anche un gol.

La storia di Graeme Le Saux è diventata un manifesto di come il calcio abbia sempre faticato ad accettare la presenza, anche solo ipotetica, di un giocatore omosessuale su un campo da gioco. Basta un dubbio, un pettegolezzo, anche infondato, a farti crollare il mondo addosso. Le Saux non è mai stato omosessuale. Semplicemente, la sua "colpa" era quella di non rispecchiare lo stereotipo ultra-machista del giocatore di calcio: fuori dal campo leggeva il Guardian, nel tempo libero andava a visitare i musei ed era un grande lettore, non aveva mille amanti con cui circondarsi ma solo sua moglie, Mariana.

Probabilmente, per questa sua diversità di gusti ed interessi uscì dallo spogliatoio la voce che fosse omosessuale, poi finita sui giornali e, di conseguenza, sparsasi in tutta l’Inghilterra, tanto che in qualsiasi stadio giocasse gli veniva cantato un coro sulle note di Go West dei Village People che, più o meno, recitava “Le Saux la prende nel culo”. Le Saux era oggetto di insulti pressoché continui; nella sua autobiografia, diversi anni dopo, racconterà come anche il vice allenatore del Chelsea, Gwyn Williams, fosse solito insultarlo: «Veniva da me prima dell'allenamento e mi diceva: "Dai, vatti a mettere le scarpe, finocchio."» Qualche anno dopo, Williams verrà licenziato dal Leeds per aver mandato immagini pornografiche a diversi colleghi e, successivamente, denunciato per avver aggredito, sia fisicamente che con insulti razzisti, alcuni bambini dell'Academy del Chelsea.

Graeme Le Saux in campo con il Chelsea.
Le Saux in maglia Blues.

Le Saux in questo senso è stato oggetto di insulti anche dai suoi avversari. Il caso più eclatante risale a una partita contro il Liverpool nel 1999. Robbie Fowler decide di prenderlo di mira, insultandolo per tutta la partita e provocandolo indicandosi il sedere. Le Saux prova a segnalare questi episodi all'arbitro, ricevendo, per tutta risposta, un giallo per proteste. Alla finem, decide quindi di farsi giustizia da solo: a palla lontana, molla una gomitata a Fowler, che crolla al suolo.

Le telecamere non mancano di riprendere l’accaduto e Le Saux viene squalificato ma, neanche troppo incredibilmente, questo gesto gli permette di recuperare tutta la virilità perduta agli occhi di tifosi e colleghi tempo addietro. Gli insulti vanno via via scemando fino a scomparire del tutto. Oggi Le Saux fa parte della commissione che si occupa proprio di giudicare fatti di questo genere. Se il calcio d’oltremanica e, in generale, la società inglese sono più sensibili al tema omosessualità, un qualcosa lo devono alla tenacia e alla forza di Graeme Le Saux.

Se la vicenda di Le Saux ha avuto un esito quasi positivo forse è perché l'opinione pubblica inglese aveva dovuto fare i conti, pochi mesi prima, con quella di Justin Fashanu.

Fashanu è stato uno dei grandi talenti emergenti del calcio britannico di inizio anni '80. Era esploso nel Norwich, dove aveva segnato 40 gol nelle sue prime 100 partite prima ancora di compiere 20 anni. Con la retrocessione dei Canaries, però, Fashanu decide di lasciare la squadra, diventando il primo giocatore nero a essere pagato un milione di sterline con il suo passaggio al Nottingham Forest.

Vinse anche il premio di gol dell'anno con questo gioiello contro il Liverpool.

Nei Reds, però, Fashanu inizia a fare i conti con le voci che girano su di lui. Brian Clough, nella sua autobiografia, cita una sua reprimenda a Fashanu: «"Dove vai se vuoi una pagnotta?" gli chiesi. "Da un fornaio, immagino." "Dove vai se vuoi un cosciotto d'agnello?" "Da un macellaio." "Allora perché continui ad andare in quei cazzo di locali per froci?"»

Il rapporto con Clough e i problemi fisici finiscono per far precipitare la carriera di Fashanu: tra il 1982 e il 1980 cambia otto squadre, cercando di riciclarsi in California e in Canada prima di tornare in Inghilterra. A ottobre del 1990, con una carriera ormai compromessa, Justin Fashanu dichiara ufficialmente la sua omosessualità, sperando almeno di togliersi un peso di dosso. Il risultato è che, invece, viene ostracizzato da tutti: il fratello minore, John, lo ripudia pubblicamente e la sua carriera naufraga. In un'intervista, pochi mesi dopo, dichiara che non si aspettava questo tipo di reazione dall'opinione pubblica, sottolineando come i suoi compagni, nonostante alcune battute discutibili, avessero accettato la sua omosessualità.

Nei due anni seguenti, Fashanu tenta di riciclarsi nelle serie minori e all'estero ma non riesce a ottenere più che qualche provino e brevi contratti, spesso risolti dai club. Nel 1997, dopo una trentina di partite sparse su quattro anni, Fashanu annuncia il suo ritiro, si trasferisce negli Stati Uniti e prende la guida dei Maryland Mania.

È qui che, nel marzo 1998, un diciassettenne lo accusa di stupro dopo essersi svegliato nel letto con lui dopo una sera a bere. Quando la polizia americana si presenta per portarlo a processo, Fashanu è però scappato in Inghilterra. Qui vive da reietto, cercando aiuto per difendersi nel processo senza però riuscirci. La situazione precipita in poche settimane e il 2 maggio 1998, Justin Fashanu viene trovato morto suicida. Nel suo messaggio di addio dice che agli occhi di tutti era stato già giudicato colpevole.

Il calcio inglese non è però l'unico che ha mostrato queste forme di rigetto verso l'omosessualità. Il primo giocatore a dichiararsi pubblicamente omosessuale in Francia è arrivato quasi undici anni dopo la morte di Fashanu. Si chiama Yoann Lemaire e ha rotto questo soffitto di cristallo nell'agosto 2009, mentre giocava nel Chooz. Il risultato è che la sua società decide di licenziarlo. Il comunicato che il presidente del Chooz diffonde recita: "Capisco che [Lemaire] pensi che le ragioni siano vergognose ma è per proteggere entrambi". Nell'intervista in cui annuncia il suo coming out, Lemaire racconta anche la sua storia: gli insulti subiti dai compagni – uno di questi gli disse di non sentirsi tranquillo a fare la doccia con lui – e dagli avversari ma anche da un suo partner, un giocatore che lo lasciò dicendo di "voler tornare normale".

Per vedere qualcuno prendere una vaga posizione in sua difesa ci vuole quasi un anno, quando la Segretaria di Stato con delega allo sport, Rama Yade, dichiara in pubblico che "tali atti non devono restare impuniti", senza però fare concretamente nulla. Lemaire, però, nel frattempo si dà da fare: scrive un libro dal titolo "Sono l'unico calciatore omosessuale" e partecipa al documentario "Sport e omosessualità, qual è il problema?".

In un'intervista del 2016 a Repubblica, Lemaire racconta di essere tornato a giocare a livello dilettantistico e di come ha deciso di affrontare gli episodi omofobi che vive in campo. "Un avversario proprio di recente, è entrato duro per colpirmi, gridando: “ora mi faccio il frocio”. Mi sono rialzato e l'ho picchiato." Aggiunge poi: "L'arbitro mi ha espulso, è stato inutile parlargli alla fine: non ha riconosciuto gli insulti come omofobi. È vergognoso colpire un avversario, non è da me, ma ho provato sollievo. Ho 34 anni e ho subito troppe cose per la mia omosessualità. Lui ha avuto la sua lezione. Voleva fare l'uomo e ha perso. Lo so, è bestiale. Ma mi consola". Quando la sua controparte, Angelo Carotenuto, gli chiede cosa fanno le istituzioni in merito e se consiglierebbe ad altri giocatori di fare coming out, Lemaire risponde con grande cinismo: "Nulla, la cosa non li riguarda. Gli omosessuali sovvertono il gioco, portano problemi. Perciò non mi permetto di consigliare a un calciatore gay di fare coming out. Dipende dal carattere, dalla personalità, dal rapporto con i compagni, i dirigenti, l'allenatore. È deludente che l’UEFA non abbia concesso agli Europei il minuto di silenzio per le vittime della strage gay di Orlando".

Yoann Lemaire e il CT della nazionale francese di calcio, Didier Deschamps.

Ora, grazie all’intermediazione del giornalista Jacques Vendroux, Lemaire è entrato a far parte del Variety Club di Francia, che annovera tra gli altri Robert Pires, Zinedine Zidane, Laurent Blanc, Fabien Barthez e Christian Karembeu, divenuto un suo caro amico. Le iniziative che ora porta avanti hanno trovato tanti appoggi, come quelli dei campioni del Mondo del 98 ma anche del CT francese Didier Deschamps e di Antoine Griezmann, entrambi coinvolti nel documentario "Calcio e omosessualità, al cuore del tabù" e mostratisi a supporto della causa. Con la speranza di non vivere più vicende così in futuro.


  • Nato a Caltanissetta, classe ’94. Laureato in Economia Aziendale con un’ambiziosa ed utopistica tesi su una proposta d’introduzione del salary cap nel calcio europeo. Attualmente studente magistrale in Strategia, Management e Controllo. Nel frattempo, prova a scrivere di calcio e pallacanestro, visto che di pennellare come van Hooijdonk e tirare come Klay Thompson non se ne parla proprio. Sogna una conversazione a tavolino con Sarri, Bielsa e Popovich, meglio se accompagnata da una bottiglia di buon vino.

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