Interventi a gamba tesa

Istanbul Başakşehir: lo scudetto di Erdogan

Istanbul Başakşehir

In vetta al campionato turco c’è una società di Istanbul, come al solito. Ma quest’anno non si tratta del Galatasaray, del Fenerbahce o del Besiktas, che esercitano da sempre un oligopolio sulla Super Lig: a guidare il campionato c’è l’Istanbul Başakşehir, una squadra di proprietà del Governo di Erdogan, fondata de facto nel 2014, che ha uno stadio intitolato all’allenatore della sua più diretta concorrente per il titolo –Fatih Terim del Galatasaray- e una rosa piena di vecchie glorie del calcio internazionale e giocatori esotici, tra cui un italiano.


In Turchia il calcio ha storicamente un profondo legame con la politica. Per decenni è stato utilizzato come veicolo per dimostrare alle nazioni occidentali quanto la Turchia fosse competitiva, e nel corso del tempo numerosi ministri e sindaci hanno assunto la presidenza di società calcistiche, divenute uno strumento utile per facilitare il raggiungimento dei loro obiettivi.
Nonostante questo stretto rapporto, nessuna società era mai stata smaccatamente sostenuta dalla politica. La volontà di Erdogan di utilizzare il calcio sia come uno strumento di costruzione del consenso che come un mezzo per veicolare i valori islamici e conservatori propri del suo partito (l’AKP), ed il montare delle proteste anti-governative nel 2013, però, hanno portato ad un radicale mutamento di scenario. E’ in questo contesto che, sulle ceneri della vecchia società, nasce l’Istanbul Başakşehir, l’unica delle cinque squadre di Istanbul in massima serie a portare il nome della città nella sua denominazione ufficiale.

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LA GENESI E LA PRIMA GESTIONE AVCI

I più avranno sentito nominare per la prima volta l’Istanbul Başakşehir nel 2017, quando la Roma ufficializzò l’acquisto di un allora sconosciuto Cengiz Under proprio dal club turco.
La squadra nasce nel 1990 con il nome di ISKI SK. Al suo primo campionato della regione di Istanbul ottiene subito la promozione la promozione in TFF 2. Lig, la terza serie del campionato turco. Dopo la promozione la squadra cambia nome in İstanbul Büyükşehir Belediyesi Spor Kulübü, conosciuta più prosaicamente come İstanbul B.B., e ottiene un’altra promozione nel 1996 approdando nella seconda serie, all’interno della quale naviga per diversi anni.

Il primo turning point arriva nellestate del 2006, quando la società -allora ancora di proprietà del comune- decide di scommettere su un allenatore emergente, Abdallah Avci. Un passato da attaccante di discreto livello coronato da qualche presenza presenza in nazionale, Avci nel 2006 è un tecnico che fino a quel momento ha allenato solamente squadre giovanili. Dopo un anno da responsabile del settore giovanile del Galatasaray, si era fatto apprezzare nel 2005 per aver condotto la Nazionale U17 della Turchia –guidata dalla stellina Nuri Sahin- ad una sorprendente vittoria degli europei di categoria ed al quarto posto nei mondiali. Approdato all’Istanbul BB per la sua prima vera esperienza tra i professionisti, nel 2006-2007 ottiene subito la promozione in Süper Lig, la massima serie turca. Alcuni club con ambizioni di vertice iniziano a pensare a lui, ma Avci vuole aspettare di essere più pronto per cogliere la sua grande occasione. Così decide di rimanere all’Istanbul BB, senza sapere che il suo destino e quello della società si sarebbe legato in maniera quasi inestricabile e che l’occasione sarebbe arrivata proprio lì, 13 anni dopo.
Ottenuta la promozione, arrivano una serie di buoni piazzamenti e addirittura una finale di Coppa di Turchia nel 2009-10, persa ai rigori. Avci nel 2011 lascia la guida del club perché riceve una chiamata irrinunciabile, quella della nazionale Turca.

L’Istanbul BB però non riesce mai a scaldare i cuori degli amanti del calcio turco: viene percepita come un’intrusa tra le altre società di Instanbul, senza delle radici storiche e soprattutto senza un quartiere di riferimento. La chiusura del club diventa addirittura uno dei punti principali della campagna elettorale di Mustafa Sarigul, candidato sindaco del Partito Repubblicano (CHP), che poi perderà le elezioni. Quella strana società dai colori arancio-blu seguita soprattutto da giovani e studenti alla ricerca di un pomeriggio in compagnia, infatti, restava poco amata e lontana da ogni stereotipo sul calcio Turco: giocava nell’enorme Ataturk Stadium (il teatro del drammatico Milan-Liverpool 3-3) nonostante il pubblico non riuscisse mai a superare le 5000 unità; aveva una tifoseria risicata, molto politically correct (i gufi grigi) e contro la violenza negli stadi che aveva segnato gli ultimi decenni; latitava di un solido legame col territorio e di un’identità marcata. Nel frattempo la squadra retrocede e, senza certezze, si prepara ad affrontare la stagione 2013-2014.

INTERMEZZO: IL CALCIO NELLA NARRAZIONE DI ERDOGAN

Tornando al 2013, le tifoserie calcistiche (soprattutto a Istanbul, dove hanno sede le 3 big) hanno partecipato all’ondata crescente di proteste contro Erdoğan e il suo governo – causate dall’imminente distruzione del Gezi Park, uno dei pochi angoli di verde rimasti a Istanbul- facendo leva sulla loro popolarità e capacità di influenza. Storicamente, le tre big di Istanbul si dividono le diverse fasce sociali della città: aristocrazia per il Galatasaray, medio borghesia per il Fenerbahçe e proletariato per i bianconeri del Besiktas. Pur conservando la loro marcata rivalità, le tifoserie hanno trovato un punto di incontro nell’avversione al Governo centrale. Lo stadio diventa così uno dei pochi luoghi sicuri in cui esprimere liberamente opinioni politiche a lungo sopite, in un contesto in cui aderire a un sindacato o a un partito d’opposizione viene visto come un comportamento ai limiti dell’accettabilità sociale. L’epicentro di questo fermento sugli spalti è rappresentato dai Carsi del Besiktas, simpatizzanti di sinistra e laici. In generale, la più forte opposizione si riscontra nei tre quartieri laici più rappresentativi di Instanbul: Besiktas, Kadikoy e Beyoglu.

Beyoglu, ovverosia uno dei quartieri più affascinanti di Istanbul.

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Per Erdogan, che ha iniziato la sua carriera politica proprio come sindaco della città, costituisce un duro colpo a livello prettamente simbolico e nondimeno inizia a diventare un concreto ostacolo al suo desiderio di costruire un’egemonia culturale. Il suo regime avvia così un giro di vite negli stadi, cercando di tenere fuori storiche frange delle tifoserie attraverso l’inasprimento di misure di sicurezza e cause legali. La misura decisiva in tal senso è stato l’inserimento dell’odiato “sistema Passolig”: ai tifosi veniva richiesto di firmare e fornire i propri dati personali alla Banca Aktif, prima di poter acquistare i biglietti delle gare. La Aktif, proprietà della Calik Holding, una banca commerciale fino a poco tempo prima gestita dallo stesso Recep Erdogan, acquisiva l’accesso ai loro dati d’identità, ai conti bancari e ad altri dati privati, al fine di condividerli con la polizia e le autorità calcistiche. Un’intromissione molto marcata che  per i tifosi rappresenta un’ulteriore forma di controllo sociale e di schedatura, così in molti decidono di boicottare il sistema anche a costo di non recarsi allo stadio. Al netto di queste prese di posizione, però, l’obiettivo di Erdogan non è mai stato quello di sradicare il fenomeno calcio dalla cultura popolare del suo paese: ha tentato (e tenta tuttora) piuttosto di incorporarlo nella sua narrazione e di renderlo funzionale alla stessa.
Per l’AKP, il suo partito islamista e conservatore, la conquista di un’egemonia sulla cosmopolita Istanbul resta uno snodo fondamentale, ma sostituire la cultura del tifo con quella approvata da Erdoğan è più difficile che demolire la sala del teatro in Piazza Taksim e costruire una moschea dall’altra parte della strada. Ecco perché il calcio non è solo una parte della battaglia culturale che va avanti da anni, ma ne è il fulcro. Erdogan stesso è un grande appassionato del fùtbol e, da ex giocatore semi-professionista (c’è anche una epica compilation delle sue amazing skills su youtube), è consapevole dell’importanza che questo sport ha in Turchia, essendo una passione viscerale che accomuna milioni di cittadini.

LA SQUADRA DEL PRESIDENTE

Nel 2014, dopo 11 anni da Primo Ministro, Erdogan decide che è giunto il momento di candidarsi a Presidente della Repubblica. E’ un primo fondamentale step per perseguire il suo scopo di trasformare della Turchia da Repubblica Parlamentare a Repubblica Presidenziale -con nemmeno tanto velate tendenze monarchiche- e non a caso ha da poco fatto modificare la legge elettorale inserendo l’elezione diretta del Presidente (in precedenza veniva nominato dal Parlamento).

Durante la campagna elettorale, decide di giocare il suo asso nella manica in ambito calcistico: prende sotto il controllo del suo Governo l’Instanbul BB, che nel frattempo aveva ottenuto nuovamente la promozione in Super Lig ma sembrava destinato alla chiusura, e lo ribattezza Istanbul Başakşehir, legandolo all’omonimo distretto borghese a trazione conservatrice costruito alla fine degli anni ’90 quando Erdoğan era il sindaco.

All’interno del quartiere viene costruita anche la nuova casa della società, lo stadio Başakşehir Fatih Terim, costato la bellezza di 178 milioni di lire turche (poco meno di 50milioni di euro). L’inaugurazione nel Luglio 2014 dell’impianto, intitolato allo storico allenatore di Turchia e Galatasaray (peraltro ancora in attività), è stata un vero e proprio circo che ha visto coinvolti membri del consiglio della Federcalcio turca, cantanti, attori, ex calciatori e calciatori, tutti al servizio di un one man show: quello del futuro Presidente, autore –guarda caso- di una tripletta.

Il Presidente, nonostante una ferrea marcatura, mostra le sue doti da calciatore all’inaugurazione del nuovo impianto.

Istanbul Başakşehir

Intorno alla squadra nascono anche dei nuovi ultrà, il “Gruppo 1453“, chiamato così in riferimento alla data della presa di Costantinopoli da parte del sultano Maometto II e della caduta dell’Impero bizantino. Sono nazionalisti sfegatati, islamisti e, neanche a dirlo, seguaci di Erdogan. Va però riconosciuto che anche nella nuova gestione i (pochi) tifosi del Basaksehir sono rimasti tra i più corretti in Turchia, lontani dagli eccessi di altre curve.

Alla guida della squadra viene richiamato il figliol prodigo Abdallah Avci, che ha concluso anzitempo la sua avventura alla guida della Nazionale, tra contestazioni e insulti per aver fallito la qualificazione al Mondiale 2014: era stato esonerato con 3 giornate di anticipo con la Turchia appena quarta nel suo girone (dietro Russia, Romania e Ungheria). Il nuovo Instanbul Basakshir ottiene subito un sorprendente quarto posto, confermato anche nella stagione successiva. Nel 2016-17 supera le aspettative e contende per buona parte della stagione lo scudetto al Besiktas, chiudendo al secondo posto con ben 9 punti di vantaggio dalle altre due rivali cittadine, le ben più quotate Fenherbace e Galatasaray.

Durante le prime due stagioni, grazie all’influenza di Erdogan e del suo Governo la società riesce mettere insieme i finanziamenti di Medipol, azienda ospedaliera che diviene main sponsor del club, di due colossi bancari come Deniz Bank e Ziirat, della compagnia di bandiera Turkish Airlines (che finirà anche sulle divise come main sponsor), di Vodafone e di realtà legate al territorio come la Fuzul, gruppo di costruzioni e assicurazioni. Questa forza economica dà nuovo impulso al mercato della società, che può permettersi di attrarre calciatori di spessore, forte anche del fatto di non dipendere dall’azionariato popolare, al contrario di quasi tutte le altre società turche. Inizia così a tesserare giocatori di livello internazionale agli ultimi anni di carriera come Emre Belozoglu, figura iconica e controversa nonché attuale capitano, e Emmanuel Adebayor. Grandi nomi che fanno da catalizzatore e così a loro volta si aggiungono – nell’estate 2017- il terzino sinistro Gaël Clichy (a parametro zero dal Manchester City), l’ex Napoli e Leicester Gökhan Inler (a zero dal Besiktas) e Eljero Elia (dal Feyenoord), vecchia meteora della Juventus. A gennaio poi, arriva il vero colpo, con Arda Turan in prestito per due anni e mezzo (una sorta di parametro zero camuffato) dal Barcelona. Non si tratta semplicemente di un ritorno in patria del calciatore più forte dell’ultimo decennio in Turchia, poiché l’acquisto di Arda è l’ennesimo emblema dell’indissolubile rapporto tra la società e Erdogan: nel 2017 il calciatore si era apertamente schierato a favore del sì al referendum con il quale il Presidente voleva ampliare i propri poteri, sostenendo la necessità di “una Turchia forte” e guadagnandosi le antipatie dei tifosi del Barcelona. Erdogan, da sempre un suo estimatore, è un fattore fondamentale nel convincere Turan a tornare in Turchia, e pochi mesi dopo sarà anche il suo testimone di nozze in un matrimonio blindatissimo, all’interno del quale non vengono serviti alcolici per rispetto del Presidente, musulmano osservante. Secondo alcuni giornalisti, il rapporto tra i due è di reciproca convenienza: pare che il calciatore sogni un futuro in politica e presta il suo volto all’attuale governo; Erdogan invece sfrutterebbe l’immagine del calciatore più rappresentativo della Turchia per attirare maggiori simpatie.

LA foto nunziale.

Istanbul Başakşehir

Ad ogni modo, questi innesti di qualità portano l’Istanbul Başakşehir a chiudere al terzo posto l’annata 2017-18, a soli 3 punti dal Besiktas vincitore, in un campionato condotto per 8 giornate a cavallo tra la quattordicesima e la ventottesima. Si arriva quindi all’attuale stagione, che ha avuto un chiaro obiettivo sin dal principio: la vittoria del campionato. Dopo anni di piazzamenti al vertice, i presupposti ci sono tutti per poter finalmente puntare con decisione alla conquista di un trofeo. La rosa è competitiva, merito anche di una direzione sportiva lungimirante che, senza grandi esborsi per i cartellini, ha allestito una squadra ben allestita in ogni reparto.

A UN PASSO DALLO SCUDETTO, ANCHE SENZA TIFOSI

Avci costruisce la squadra sull’ormai rodatissimo 4-2-3-1, il modulo che ha scelto dal primo giorno del suo ritorno al Basaksheir, ormai cinque anni fa. L’unico vero cambiamento del 2018-19 rispetto alla stagione precedente è l’avvicendamento tra i pali tra Volkan, relegato al ruolo di portiere di coppa, e Günok. 

Il 4-2-3-1 tipo di Avci con cui il Basaksheir si presenta ai nastri di partenza. Lo stile di gioco è piuttosto passivo e alla base di tutto c’è la solidità difensiva, per poi sfruttare le qualità dei 4 giocatori offensivi, potenzialmente devastanti nel campionato turco (soprattutto in fase di ripartenza).

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I perni della difesa erano gli esperti Manuel da Costa -che vanta un palmarès di tutto rispetto e anche un passato in Serie A con Fiorentina e Samp- e il moldavo Epueranu. I due costituivano una coppia rocciosa e forte fisicamente ma piuttosto lenta quando deve correre all’indietro, ben valorizzata da una squadra che tende a difendere piuttosto bassa per poi ripartire. A Gennaio è arrivata un’offerta dall’Al-Ittihad di 4,5 milioni per Da Costa ed al suo posto è stato preso l’altrettanto esperto Serdar Tasci (ex Stoccarda e Bayern) a parametro zero. Alle loro spalle c’è il veterano della squadra Mahmut Tekdemir, 32 anni, unico giocatore in rosa ad aver giocato tutta la carriera (sin dalle giovanili) con l’Instanbul Başakşehir e quindi ad aver vissuto tutte le vicissitudini del club. E’ difficile considerarlo una riserva, dato lo spazio che riesce sempre a ritagliarsi, talvolta anche in mediana. A completare il pacchetto dei centrali c’è il giovane Attamah, difensore Ghanese dotato di grande esplosività ma ancora da sgrezzare tecnicamente. I due terzini titolari sono Clichy, che quando non è vittima di malanni fisici gioca sempre, e il brasiliano con passaporto bulgaro Junior Caicara, intoccabile sulla destra.

A 38 anni Emre guida ancora la mediana, affiancato spesso da uno dei talenti più puri della rosa: Irfan Can Kahveci, centrocampista con il vizio del gol che abbina quantità e qualità, in grado di giocare anche da trequartista. In corso d’opera subentra spesso anche Aydogdu, per dare fiato a Emre o spostare più avanti il raggio di azione di Kahveci.

L’ala sinistra titolare, almeno sul piano teorico, sarebbe Arda Turan. A Maggio 2018, però, ha aggredito la terna arbitrale per un fallo non fischiato, rimediando la bellezza di 16 giornate di squalifica (otto delle quali le ha scontate quest’anno) e dando l’impressione di un giocatore in piena crisi e da rigenerare sia mentalmente che fisicamente. Così ha spesso giocato al suo posto l’italiano giramondo Stefano Napoleoni, che al suo terzo anno a Instanbul è ormai uno dei calciatori più apprezzati da tecnico e tifosi, e viene quasi sempre preferito all’olandese Elia. A destra gioca -senza mai saltare un minuto- il vero leader tecnico della squadra, il bosniaco Edin Visca, che è contemporaneamente capocannoniere dei suoi con 10 gol e miglior assistman con 12. Il trequartista è il 35enne Marcio Mossorò, altro veterano (è in rosa dal 2014) che ha visto passare i giorni migliori ma riesce comunque ad avere un impatto grazie al suo bagaglio tecnico. Il ruolo da centravanti se lo giocano Adebayor e Riad Bajic, in prestito dall’Udinese, anche se talvolta Avci ha optato per il più leggero Napoleoni per non dare riferimenti alla difese avversarie.

La stagione inizia con l’eliminazione per mano del Burnley al terzo turno di qualificazione per l’Europa League, giunta ai supplementari dopo lo 0-0 complessivo -specchio della solidità difensiva della squadra- nel doppio confronto. Le competizioni europee però non sono mai state una priorità per la società, per motivi facilmente intuibili, quindi nessuno fa drammi. Il vero obiettivo è il campionato che inizia con un successo con il Trabzonspor e una sconfitta con il Kasimpasa. Arrivano poi tre vittorie consecutive e uno 0-0 in casa del Bursaspor che portano la squadra al primo posto alla sesta giornata. Altri due pareggi frenano un po’ il cammino, ma la classifica è cortissima perché le grandi non decollano: il Fenherbace, in particolare, ha l’avvio di stagione peggiore degli ultimi 20 anni, con sole 2 vittorie e ben 5 sconfitte nelle prime 10 giornate. Anche il Besiktas campione in carica vince solo 4 delle prime 9 gare, solo il Galatasaray tiene il passo. A cavallo tra Ottobre e Novembre, con 5 vittorie consecutive tra la nona e la tredicesima giornata il Basakeshir prende la vetta del campionato, che mantiene tuttora. Turning point della stagione è il successo casalingo all’undecesima contro i rivali cittadini del Besiktas, la squadra che il gruppo di Avci ha sempre sofferto maggiormente. Gli arancio-blu lasciano al Besiktas il possesso palla e il dominio del gioco, disputando una gara molto fisica, puntando tutto sulla compattezza. In fase di non possesso, il 4-2-3-1 si trasforma in un 4-5-1 decisamente difensivo con due linee molto strette e il solo Bajic (preferito a Adebayor) a fare a sportellate con i difensori avversari, cercando di far salire la squadra. Il vantaggio di Empueranu su corner (battuto dal solito Visca) porta all’estremizzazione del piano-gara: il Başakşehir finirà il match con soli 2 tiri nello specchio e il 40% del possesso palla, ma chiude tutti gli spazi ai bianconeri e porta a casa i 3 punti.

Una minor percentuale di possesso palla, una minore percentuale di passaggi riusciti, un totale di azioni offensive ai minici storici, ma 3 punti fondamentali portati a casa (dati via Wyscout).

Istanbul Başakşehir

Il girone di andata termine con il Başakşehir in testa con 35 punti seguito da un quartetto di squadre a 29 composto da Trabzonspor, Kasimpasa, Malatyaspor e Galatasaray. Il Besiktas è solo settimo a 27 punti, il Fenherbace è addirittura penultimo e in piena zona retrocessione a 16. E’ quasi un unicum nella storia della Super Lig la presenza di sole due squadre di Instanbul tra le prime cinque, e l’occasione per la squadra del governo è troppo ghiotta per non essere sfruttata. Così a Gennaio, per aggiungere un ulteriore tocco vintage a quella che già sembrava una squadra di FIFA Ultimate Team del 2010 (è la squadra con l’età media più alta del campionato), arrivano altri due colpi per rinforzare il reparto offensivo: il 35enne Robinho (ex Milan e City) viene preso a 2 milioni dal Sivasspor per fare il centravanti; il 33enne Demba Ba arriva a parametro zero dallo Shangai Shenhua. I due acquisti non hanno avuto un impatto devastante (entrambi hanno segnato 2 gol, Robinho giocando sempre titolare, Demba Ba subentrando, anche se ora è infortunato) ma sicuramente il loro inserimento ha rappresentato un messaggio chiaro per la squadra e per tutte le avversarie. Non a caso nel girone di ritorno, dopo la lunga sosta natalizia, il Başakşehir ha fin qui fatto 25 punti sui 29 disponibili, portando a ben 11 punti il divario con il Besiktas terzo e mantenendo la seconda (il Gala) a 6 di distacco. Se il Başakşehir riuscisse a vincere il campionato conquisterebbe un risultato storico, poiché sarebbe solo la sesta squadra ad essere incoronata campione nella storia della Super Lig, un colpo durissimo per le 3 grandi e il loro oligopolio. “Per la prima volta, con il Başakşehir, il governo è riuscito a creare una storia di successo nel calcio”, dice Bagis Erten, editorialista sportivo di Eurosport.

Con nove giornate ancora da giocare, Avci sembra ad un passo dalla conquista dell’obiettivo e gli unici ostacoli rimasti sembrano essere le due trasferte proprio con il Galatasaray e il Besiktas. Anche questi ostacoli, però, non sembrano essere insormontabili, dato che il Başakşehir ha un record in trasferta di 30 punti su 39 conquistati, almeno 10 punti in più fuori dalle mura amiche di qualsiasi altra squadra del campionato.

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Il fatto che la squadra abbia costruito le proprie fortune principalmente in trasferta non è così sorprendente almeno per due motivi. Il primo è lo stile di gioco di Avci, che resta piuttosto difensivista e speculativo, e in avanti tende a sfruttare le ripartenze e le grandi individualità. Il secondo si lega alle radici del club, che resta una squadra poco seguita nonostante l’ottimo rendimento: solo nei match con il Galatasaray e il Fenherbace si sono superati i 6000 spettatori, e in alcuni incontri si fatica a contarne 2000. Erdogan ha caldamente invitato la popolazione del quartiere, a partire dalle scuole, a recarsi allo stadio.

Ad oggi, il regime di Erdogan ha portato la Turchia al 157 posto su 180 Paesi nel World Press Freedom Index. La repressione governativa dopo il tentato golpe del 2016 è aumentata a dismisura: sono state chiuse 160 aziende editoriali (non esiste più, di fatto, un quotidiano indipendente), licenziate più di 150mila persone da impieghi pubblici e 80 mila arrestate. Eppure, nonostante il controllo censorio del governo sia diventato sempre più stringente, ed in barba al clima attuale del Paese la “squadra del Presidente” è una delle meno seguite e soprattutto la più odiata della Turchia. Qui torniamo alla falla del progetto politico di Erdogan legato al calcio: una tifoseria ed un senso di appartenenza, in uno Stato in cui il calcio è sport nazionale, non si creano in vitro. Le difficoltà ad aumentare gli spettatori servono a ricordare i limiti dei tentativi di Erdogan di ingegneria sociale calata dall’alto. Le lealtà calcistiche in Turchia sono tradizionalmente tramandate di generazione in generazione, non costituiscono qualcosa che può essere cambiato per capriccio o imposizione. Nemmeno per quella di un aspirante sultano.


Classe '90, laureato magistrale in Relazioni Internazionali. Presentatore e speaker radiofonico, ha diretto per 3 anni RadioLuiss, per la quale continua a curare alcuni programmi, e collaborato con numerose emittenti. Pallavolista da una vita, calciofilo per amore, Guardiolista e Spallettiano convinto. Oltre allo sport, le sue passioni sono la politica, gli USA, i linguaggi radiotelevisivi ed il Festival di Sanremo, che segue da anni come inviato stampa.