Interventi a gamba tesa

Milan e il DNA Champions

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Pare proprio che l’universo abbia smesso di prendere in giro i milanisti, indirizzando finalmente il fato nel verso giusto. Certo, perché non si tratta solo di impegno fisico e della gestione tecnica della rosa. Se fosse così, saremmo stati privati di emozioni pazzesche e a volte indecifrabili, come la testata di Zidane nella finale contro l’Italia, il “gol” di Muntari contro la Juve nella corsa Scudetto nel 2012 o, ancora, il palo di Niang contro il Barcellona negli ottavi di Champions nel 2013. Chissà come sarebbe andata se questi episodi non si fossero mai verificati…

E così, in piena lotta al terzo e quarto posto spicca un Milan lanciato verso il rush finale sulle ali di alcune certezze assolute emerse dalle ultime uscite stagionali, che fanno ripensare più che mai al famoso DNA Champions che scorre da sempre nelle vene del Diavolo. Date a Cesare quel che è di Cesare: date al Milan il Suo sacrosanto posto in Champions.


Per la verità, il suo posto nella massima coppa europea, il club guidato dal binomio Maldini-Leonardo se lo sta andando a prendere con una certa determinazione. Della serie, a piccoli passi, grandi successi. La determinazione e la tenacia sono del resto le caratteristiche mai mancate al tecnico rossonero. Sicché, nell’analisi dei fattori che ritengo come determinanti al fine di raggiungere il più importante obiettivo stagionale, il primo posto va assegnato di diritto al mister.

Fattore Gattuso

Quando penso al mister, quando seguo le sue conferenze stampa, quando lo vedo dare indicazioni dal bordo campo, mi viene in mente un gruppo di formiche indaffarato nell’impresa di costruire un formicaio. La pazienza, la scrupolosità, la pignoleria, l’insistenza sono tutte le qualità che accomunano le formiche al mister rossonero. Chi l’avrebbe mai detto, Gattuso si ritrova ad essere un tecnico estremamente paziente, l’esatto opposto del personaggio che lo ha accompagnato per tutti gli anni della sua carriera calcistica. Se quando indossava la maglia del Milan, il mediano era solito lasciarsi andare ai gesti d’impeto, come la celebre presa per la gola Joe Jordan o il testa a testa contro un dimesso Hamsik, ora se riceve una domanda che non gli garba in conferenza stampa, si limita ad un semplice: passiamo oltre. Roba da pelle d’oca. La svolta spirituale del calabrese è materiale da guida Zen alla felicità della vita. Una calma apparente, tuttavia, perché per quel che si dice agli allenamenti gli faccia sputare il sangue ai suoi giocatori.

Sono rimaste impresse le dichiarazioni di Suso poco dopo l’insediamento del mister sulla panchina del Milan: “I suoi allenamenti sono troppo duri e sentirlo urlare ogni secondo in campo li rende ancora più duri. Quando gioco un tempo nella sua fascia lo sento urlare per 45 minuti, preferisco gli altri 45. Ovviamente sto scherzando, o domani mi fa correre un’ora“. Sì, stava scherzando, ma mica tanto poi alla fine. Il bastone e la carota è un metodo che funziona, ma come ogni bravo padre, in pubblico si dà la carota e in casa il bastone. Stesso meccanismo, un gruppo numeroso di figli e un babbo calabrese che ha un diavolo per capello. Lo schermo che il tecnico ha messo tra la squadra e il mondo esterno è impenetrabile e la sicurezza con cui si assume le colpe di ogni insuccesso, senza mai scendere in dettaglio – perché i panni sporchi si lavano in privato – lo rende il padrone assoluto del gruppo. Ed è proprio la minuziosa gestione dello spogliatoio che rappresenta il punto forte del personaggio Gattuso. Un pò ci ricorda Carletto, anche se lui fuga ogni genere di paragone, evitando di portarsi sulle spalle il groppone pesante, ma inevitabile, dell’eredità ancelottiana. Tutto questo è emerso nitidamente dal caso Higuain. La semplicità e trasparenza con cui il tecnico ha gestito pubblicamente la vicenda gli hanno risparmiato le speculazioni inutili, mantenendo la serenità all’interno dello spogliatoio. Quest’ultimo aspetto rileva, poi, quando si devono fare delle scelte scomode, come tenere uno scalpitante Cutrone in panchina ad esempio, il cui agente ha appena messo in guardia la società rossonera. Ma anche in questo caso, si è trovata una mezza soluzione che dimostra l’estrema cura del dettaglio da parte del mister, ossia quella di fagli mettere nelle gambe sempre almeno 25 minuti sul finire della partita, tirando giù un Piatek ormai sazio del suo solito gol segnato.  Stesso discorso vale anche per le altre riserve, in quanto ciascuno cerca di dare il suo contributo rendendo al massimo negli spezzoni di partite che gli vengono concessi. Questo può significare una cosa sola e ci rifacciamo alle parole di Carlo Ancelotti: “Gattuso ha in pugno il gruppo, i ragazzi andrebbero nel fuoco per lui“. Non serve altro.

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Fattore gruppo

Se è merito di Gattuso l’aver costruito il gruppo, è merito solo del gruppo l’aver creato quella armonia che gli permette di muoversi all’unisono, come se fossero una cosa sola in campo. Oddio, proprio a questi livelli non siamo ancora arrivati purtroppo, ma il concetto più o meno è quello. L’unione fa la forza, si sa, e l’aver unito 11 titolari fissi gli ha aiutato parecchio a rodare i tanto bramati meccanismi di gioco. Si è creata una forte intesa tra tutti i componenti della rosa anche fuori dal campo, come viene regolarmente attestato dalle rispettive attività sui social, dove non si risparmiano le foto in compagnia e le dediche d’amore varie. L’importanza del fattore gruppo è da sempre fondamentale nel mondo del pallone, un mondo dove il singolo fa sì la differenza, ma nessuno ha mai da solo vinto una coppa nella sua vita. Tranne Ricardo Kakà naturalmente, ma quella è una rara eccezione che non fa altro che confermare la regola. Il gruppo trascende i singoli, crea la forza e spazza via gli individualismi. Pensiero alquanto romantico e altresì un pò idealista. Ma se non contenesse un pò di verità, difficilmente avremmo assistito alla favola del Leicester di Ranieri, piuttosto che al triplete dell’Inter, giacché al livello dei singoli sicuramente non si trattava delle rose con la maggior qualità tecnica in circolazione.

L’annata giusta e un grande affiatamento del gruppo: elementi che messi insieme ti risolvono la vita. E da quando Gattuso ha trovato i suoi titolari fissi, il Milan è in serie positiva, senza aver ancora subito sconfitte dall’incontro del 16 gennaio contro la Juventus. Incontro che probabilmente ha anche messo il punto fine all’esperienza infelice di Higuain tra le leve del Milan.

Fattore Piatek

Ecco appunto, tornando al fato: fuori Higuain e dentro Piątek. L’arrivo del Pipita in estate ci aveva emozionato tanto, ma non era altro che una breve infatuazione, l’illusione di un amore mai sbocciato per davvero. Così in pieno mercato invernale, l’argentino chiede di essere ceduto per raggiungere il “papà” Sarri, innestando uno scambio che col senno del poi ha del roccambolesco. In parole povere. Higuain viene ceduto direttamente dalla Juve in prestito al Chelsea su esplicita richiesta del mister Sarri, che a seguito entra in un’incredibile crisi di risultati, rischiando ora l’esonero e mettendo a rischio il futuro già compromesso di un Pipita non più tanto giovane e un pò depresso. Tale acquisto implica la cessione dell’ex Juve Morata all’Atletico, che i bianconeri devono affrontare nel ritorno degli ottavi di Champions, dopo la disastrosa sconfitta dell’andata. E per fortuna il gol di Morata giustamente non è stato convalidato, altrimenti era tutta da ridere. E infine, Leonardo, si fa due conti in tasca e capisce di aver risparmiato un sacco di soldi rispedendo l’argentino al mittente e li investe tutti senza esitazione nell’acquisto del giovane e promettente Piątek.

Mai il caso fu più fortunato di così. I tempi non erano più così duri per i sognatori del calciomercato invernale. Kiss kiss bum bum, 7 gol in 6 partite tra Coppa e Serie A. Soprannominato Robocop da Gattuso, tifoso milanista da bambino, uomo che parla poco ma segna sempre, in fondo non è forse questa la lingua più bella per noi amanti del calcio. Au revoir, Higuain! Messo nella saccoccia il nostro centravanti di razza pura, non ci resta che marciare dritti verso il nostro stramaledettamente desiderato e tanto atteso posto in Champions League. E gli altri si scansino, per favore.


Khrystyna Gavrysh, 4.9.90, nata in Ucraina e cresciuta in Italia. Laureata in Giurisprudenza a Ferrara ed attualmente dottoranda in diritto internazionale all’Università di Padova. Grande appassionata di diritti umani, di Quentin Tarantino e di sport. Milanista fino al midollo, ovviamente per colpa dell’usignolo di Kiev, e incapace di rivedere un gol di Superpippo senza farsi venire la pelle d’oca.