Interventi a gamba tesa

Merry Super Bowl!

super bowl

Il Super Bowl è ormai così commercializzato che si rischia di perdere completamente il suo significato religioso“. Cosa c’entra la religione con il football americano, uno “sport bestiale giocato da bestie“? C’entra eccome. Fidatevi: football e religione non sono poi così distanti.


Come ogni anno, arrivata la prima domenica di Febbraio, il popolo del football americano si riunisce davanti allo schermo per assistere alla partita più importante dell’anno, all’evento sportivo che in America – e non solo – distrugge il record di ascolti: il Super Bowl.

Per svariate ragioni, quali la nostra cultura occidentale fin troppo calciofila e il patriottismo americano che – quasi per sfregio – ha preso il nome di uno sport inventato dagli inglesi  (football) e lo ha cambiato dandogli un’identità a stelle e strisce per far sì che designasse una nuova disciplina, l’american football non è un gioco che ci ha mai appassionato più di tanto al di qua dell’Oceano: la critica più comune e banale che gli viene fatta è di essere uguale al rugby, ma molto più pericoloso. La seconda citazione dell’introduzione, è di Henry Blaha un rugbista appunto, categoria che solitamente vede con diffidenza allo sport americano proprio per questo accostamento con uno sport considerato così rozzo: è una frase che, onestamente, e con pace del buon Henry, va a cadere nel più classico dei luoghi comuni, perchè chi segue il football sa perfettamente che sono pochi gli sport in cui è richiesto un tale acume tattico e una tale concentrazione da amalgamare con perfezione a uno sforzo ed a una dinamicità fisica continua e unica nel suo genere. Pagine e pagine di schemi da imparare e da applicare in pochi secondi durante la tensione e la mutevolezza delle situazioni di una partita. La verità è che è uno sport giocato da tori, con il cervello di una volpe.

E questo video, ne è una buona dimostrazione.

Ecco, questo sport che così approssimativamente abbiamo descritto, ogni anno ha il suo culmine nella partita che più di tutte negli anni ha consacrato, consacra e consacrerà giocatori e allenatori alla storia, se non alla leggenda. Anche il Super Bowl, e con lui tutti i suoi adepti compreso il sottoscritto che “perdono tempo” a vederlo, è oggetto di pesanti critiche che lo dipingono come evento squisitamente commerciale che, tra le altre cose, ha in programma una partita di football: commercializzazione che però appare inevitabile nel contesto socio-culturale ed economico odierno, a qualsiasi livello. La verità, e siamo a due, è che il Super Bowl non è nient’altro che un evento religioso: atteso, festeggiato e superato poi, quasi come il Natale.

Attesa.

Le delegazioni di New England Patriots, campioni per la terza volta in tre anni della AFC (American Football Conference) e dominatori assoluti della NFL di cui sono stati campioni per cinque volte negli ultimi diciotto anni, e dei Los Angeles Rams, franchigia fresca campionessa della NFC (National Football Conference) rinata dopo il criticato (ri)collocamento da St. Louis a Los Angeles e tornata al grande ballo dopo diciotto anni di severo purgatorio, sono sbarcate domenica ad Atlanta, teatro del Super Bowl LIII: esattamente una settimana prima. Da questo momento è un susseguirsi di veri e propri riti ed eventi che aiutano a creare quel clima di sana tensione che una partita del genere merita. Per tutta la settimana nella città ospitante vengono organizzati eventi per i tifosi, nelle TV – per chi è lontano – si parla della partita, si commentano le dichiarazioni dei protagonisti, si preparano i ‘Super Bowl Party’ per la sera della partita quando qualcuno – e non importa se non sia tifoso nè dei Pats nè dei Rams – aprirà casa sua agli amici e tra una birra, un hamburger e qualche sigaretta vivrà la partita. L’evento ufficiale più importante pre-Super Bowl, seguito rigorosamente da tutti gli appassionati e addetti ai lavori, è la Opening Night: show allestito nello stadio della finale, in cui giocatori e personalità più rappresentative delle due squadre si prestano a giornalisti e fans per dare il via alla festività. Tutto è vissuto con la spasmodica attesa del bambino che il 23 Dicembre vorrebbe già aprire quel bel pacco rosso sotto l’albero.

Bill Belichick e Sean McVay alla Opening Night

La festa.

Arriva poi, in un’atmosfera sognante come quando quel bambino si sveglia il 25 e corre in salotto a spacchettare il suo regalo, la partita. Lo stadio è pieno, colorato e quanto mai rumoroso: l’euforia e la tensione schizzano alle stelle. Un’euforia e una tensione sempre nuove, diverse di anno in anno a seconda della partita che sarà. Quest’anno sarà un autentico e suggestivo scontro generazionale di cui già si è parlato e scritto in lungo e in largo: da una parte ci sono Bill Belichick e Tom Brady, Head Coach e Quarterback dei Patriots, che già da tempo sono entrati nella leggenda di questo sport. In due fanno 107 anni, ma in diciotto anni di lavoro insieme fanno anche: cinque Super Bowl vinti e tre persi, più sedici apparizioni ai Playoff (e non solo). Insomma due personaggi che non hanno bisogno di presentazioni e che, nonostante ogni anno a inizio stagione tutti provino ad affossarli e a decretare la loro fine, con la mentalità dei vincenti si impongono sempre quando più conta, come hanno fatto anche in questa stagione eliminando in finale di Conference gli esplosivi Kansas City Chiefs del giovanissimo QB, e probabile MVP di Regular Season, Patrick Mahomes.

The Goat


A difendere i colori della gloriosa franchigia dei Rams, d’altro canto, ci sono due spensierati giovincelli: l’allenatore Sean McVay, due anni di esperienza NFL, e il Quarterback Jared Goff, al terzo, che in due arrivano a 57 anni appena. Con un gioco divertente e imprevedibile l’anno scorso, i Rams hanno conquistato consensi tornando ai Playoff e, quest’anno, con un grande lavoro della squadra dirigenziale hanno allestito una squadra molto forte e data da molti come favorita a inizio anno. La stella indiscussa è il quasi certo Defensive Player of the Year Aaron Donald che, con la bellezza di 20.5 sacks (=placcaggi su QB) stagionali all’attivo, avrà il compito non facile di puntare dritto a Tom Brady per disinnescarlo. Ma tutti questi discorsi, tutte le statistiche, tutti i record si annulleranno, quando quella palla ovale verrà calciata da uno dei due kicker e volerà nel cielo della Mercedes-Benz Arena. Ognuno, come ogni anno, dopo aver cantato a squarciagola ma con trasporto “A Star Spangled Banner” aspetterà e vivrà un’azione dopo l’altra in un misto di tensione e curiostà, salterà sul seggiolino dello stadio o sul divano di casa sua all’Halftime Show che vedrà quest’anno i Maroon 5 come protagonisti, e seguirà con lacrime di gioia, di disperazione o di semplice appassionato la cerimonia di premiazione.

Il sorpasso.

Il giorno dopo tutto sarà finito, così come è iniziato. Gli sconfitti e le altre 30 squadre della lega penseranno già alla nuova stagione, i vincitori avranno l’onore di sfilare con il Lombardi Trophy per la propria città in festa, in un’ultima ricorrenza che sembra essere un po’ l’Epifania: non è finita la voglia di festeggiare, ma allo stesso tempo c’è malinconia perchè passeranno mesi prima che un altro pallone ovale venga scagliato per aria, un anno prima che si possa tornare a celebrare il Super Bowl.


 

Nato a Napoli da madre partenopea e padre svizzero-milanese: vivo da sempre all'ombra della Madunina. Classe '97, quinto di sette figli: tutti, in misura diversa, ossessionati dallo sport. Il calcio è il mio pane quotidiano: il rossonero è la mia seconda pelle, cantare "You'll never walk alone" ad Anfield il mio sogno, verosimilmente il primo tifoso italiano dell'Hoffenheim (dal lontano 2008). Il Football Americano è il mio vizio: sto in piedi la notte per seguire i Baltimore Ravens. Le Olimpiadi sono il giusto concentrato di emozioni che mi ricorda ogni due anni il perchè ogni sport non sia "soltanto uno sport". Fervente devoto, tra gli altri, di Roger Federer e Drew Brees