Interventi a gamba tesa

11 motivi per vedere Sunderland ‘Til I Die

Sunderland

 


Se ami il calcio, ti conviene vedere Sunderland ‘Til I Die


Nella stagione 2017-18 il Sunderland ha chiuso all’ultimo posto il campionato di Championship, la Serie B inglese, vincendo la miseria di 7 partite su 46. È stata la seconda retrocessione consecutiva per i Black Cats, dopo che l’anno precedente avevano salutato per la prima volta dopo 10 anni di permanenza ininterrotta la Premier League. Il Sunderland è adesso impegnato in League One, la terza serie inglese: è la seconda volta in 145 anni di storia che il Sunderland finisce così in basso nella piramide calcistica del calcio d’oltremanica. Netflix ha seguito l’intera annata calcistica del Sunderland, documentando il rapporto viscerale che intercorre tra la comunità e la squadra, un rapporto che va ben oltre il risultato di una singola partita o l’andamento di una singola stagione. Doveva essere il manifesto della rinascita e si è invece trasformato in un dramma sportivo documentato.

Il risultato finale si chiama Sunderland ‘Til I Die ed è un gioiello di 8 puntate che vi invitiamo caldamente a vedere, dandovi 11 motivi validi per farlo. Nella lettura ci sarà qualche piccolo spoiler sull’andamento della stagione calcistica del Sunderland ma nulla che vi impedirà di goderne la visione. Cominciamo:

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1-È UNA GUIDA PRATICA SU COME NON AMMINISTRARE UNA SOCIETÁ DI CALCIO

Fin dai primi minuti della docuserie si intuisce che la situazione economica del Sunderland è abbastanza complessa. Il patron Ellis Short dopo la retrocessione ha deciso di chiudere i rubinetti dopo anni di spese eccessive che hanno portato ad un profondo rosso nel bilancio (spendere 12.5 milioni per Fabio Borini fa parte delle spese rivedibili ad esempio). Per questo la gestione del mercato si basa ormai principalmente su prestiti secchi o occasioni lampo. Non è certo una situazione nuova per una società e anzi come spesso si dice è proprio in questi casi che si denota la bravura del dirigente sportivo. Il tutto è messo nelle mani di Martin Bain, ex ad del Rangers Glasgow e del Maccabi Tel Aviv. Bain mostra da subito un’inadeguatezza inquietante al ruolo dirigenziale e un’ assoluta incapacità nel gestire la pressione. Durante le finestre di mercato sembra un uomo in balia del destino, terrorizzato dalla possibilità di commettere errori. I giocatori vengono comprati senza un progetto e le richieste dell’allenatore vengono costantemente ignorate. L’apice lo raggiunge quando dopo un acquisto ormai già concluso chiede ad un membro dello staff quali sono stati gli infortuni recenti del giocatore appena acquistato. Inizia un elenco impressionante di infortuni e Bein si mette le mani in testa disperato. Anche frasi come “l’ultimo giorno di mercato è sempre un giorno buono per cogliere occasioni” sono frasi che non vorreste mai sentire dal direttore sportivo della vostra squadra del cuore.

2-CAPIRETE UNA VOLTA PER TUTTE QUANTO SONO IMPORTANTI I PORTIERI NEL GIOCO DEL CALCIO

Durante le numerose (e bellissime) clip sulle partite rimarrete sbalorditi nel vedere quanti gol il Sunderland subisce nel corso della stagione per colpa di vere e proprie papere dei suoi portieri. Il duello tra portieri è uno dei topici della docuserie. A inizio stagione il titolare è Jason Steele un ragazzone inglese di 27 anni che dice di “non parlare con nessuno per giorni dopo aver perso una partita”. Steele, pur dimostrandosi senza dubbio una bravissima persona, si rivela una mezza sciagura tra i pali fin dal precampionato. Allora, per precauzione l’ultimo giorno di mercato arriva dall’Olanda con moglie e pargolo, Robbin Ruiter che dopo poche partite di campionato ruba il posto al povero Steele. Anche Ruiter si dimostra peró presto assolutamente inadeguato al ruolo e il Sunderland si trova costretto a tornare sul mercato. Arriva allora a gennaio Lee Camp, trentatrenne con voglia di rilancio dopo parecchi infortuni, che si presenta con il codino, gli occhi spenti e l’aria della rockstar in declino con tanta voglia di tornare a vedere la folla acclamare il proprio nome. Steele all’arrivo del secondo rivale nel giro di 5 mesi è letteralmente disperato e chiede invano la cessione invernale. In una spettrale intervista notturna confida a Netflix che spera di lasciare Sunderland “per innamorarsi di nuovo del calcio”. Camp peró, almeno dalle clip si dimostra il peggiore dei tre, riconsegnando infine il posto da titolare a Steele e chiudendo il cerchio. Il Sunderland ha chiuso l’anno con 81 gol subiti.

In un modo o nell’altro, Steele in estate è riuscito ad arrivare in Premier League e noi siamo contenti per lui. E’ il secondo portiere del Brighton e in questa foto sembra un uomo rinato.

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3-CI SONO PERSONAGGI DI GRAN BELLA PRESENZA COME CHRIS COLEMAN E LA MOGLIE DI CHRIS COLEMAN

Chris Coleman diventa allenatore del Sunderland dalla 17esima giornata, subentrando a Simon Grayes che fin lì aveva vinto solo due partite in campionato (in Italia sarebbe stato cacciato probabilmente in estate). Dai più appassionati di calcio estero Coleman è ricordato come l’allenatore del Galles dei miracoli, quello arrivato tra le prime 4 nell’Europeo di Francia 2016 con un Gareth Bale spaziale. Dopo aver fallito la qualificazione in Russia, Coleman lascia il Galles: è un allenatore giovane e quotato che accetta con coraggio la sfida di riportare il Sunderland tra le grandi. Da subito viene presentato come un tipo alla mano, cordiale e perfettamente a suo agio di fronte la telecamera (anche se un po’ a sorpresa ha dichiarato che in realtà ha trovato l’esperienza non confortevole. Non si direbbe proprio). Coleman è anche decisamente un bell’uomo. Un tifoso del Sunderland intervistato da Netflix fuori lo stadio ha dichiarato che preferibbe vedere sua moglie a letto con Coleman piuttosto che con l’idraulico e ne ha ben donde. Purtroppo per Chris l’avventura si rivela fallimentare: dopo un discreto avvio, il Sunderland precipita nell’abisso, il mercato di gennaio riesce a peggiorare la squadra e il gallese, pur se contornato dall’affetto dei tifosi, non puó fare nulla per evitare la retrocessione mostrandosi sempre più consumato e desolato in conferenza stampa. A stagione finita apre le porte della sua casa a Netflix per un’intervista casalinga e con alte probabilità vi innamorerete di sua moglie. Afferma che allenerebbe il Sunderland in ogni divisione ma in realtà non sarà così. Non vi spoieleriamo dove è finito adesso ad allenare perchè non ci credereste.

4-TI FA CAPIRE QUANTO I GIOCATORI POSSANO ESSERE BRAVE PERSONE

La stagione del Sunderland, lo avrete capito, è un calvario inesorabile. I giocatori si ritrovano in un ambiente caldissimo che ripone in loro una fiducia praticamente incondizionata. L’assenza totale di risultati crea lungo tutta la docuserie una percezione di frustrazione nella squadra che lascia abbastanza angosciati. I giocatori del Sunderland vorrebbero fare di più con tutto il cuore ma non ci riescono e questo causa alla maggior parte di loro un sincero malessere. Bryan Oviedo, terzino sinistro costaricano, dice che spesso piange da solo quando pensa al Sunderland. Tra tutti vi affezionerete a Johnny Williams, mezzala gallese arrivata nel trambusto dell’ultimo giorno di mercato. Williams dimostra di essere un giocatore di categoria superiore rispetto alla Championship ma falcidiato dagli infortuni. Vive da solo, non sembra avere molti amici e in generale non appare un tipo che si diverte a stare in mezzo le persone. La sua storia mostra l’ansia di ogni calciatore: dover dimostrare il proprio valore in un lasso di tempo così breve e così soggetto a imponderabilità crudeli come gli infortuni. Williams parla spesso di paura, una parola quasi taboo nel calcio. Finirà da uno psicologo e più volte avrete voglia di dargli un abbraccio.

5-TI FA CAPIRE QUANTO I GIOCATORE POSSONO ESSERE STRONZI

Un pregio della serie è che al netto dei tagli in fasi di montaggio, riesce a far emergere bene chi ha effettivamente a cuore la causa del Sunderland e chi pensa invece solo ai propri interessi. Ve lo ricordate Jack Rodwell? Qualche anno fa doveva essere la next big thing del calcio inglese. Il City nel 2012 lo compró per 20 milioni (una cifra che all’epoca significava qualcosa) poi la sua carriera si è persa ed è finito al Sunderland. Ecco, senza spoilerare nulla, vi preannunciamo solo che Jack Rodwell è senza troppi complimenti uno stronzo. Inoltre, non affezionatevi troppo all’attaccante con il pizzetto da capra che nelle prime puntate vedrete segnare a raffica. Si chiama Lewis Grabban ed è il Daniele Cacia d’Inghilterra, specialista della Championship. Vi farà arrabbiare anche lui.

Questo è Lewis Grabban e il suo ruolino statistico parla di 156 presenze in Championship accompagnate da 67 gol. In Premier League 24 presenze e 1 gol.

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6-TI FA CAPIRE QUANTO SIA DURA LA CHAMPIONSHIP

24 squadre. 46 partite spalmate tra i primi di agosto e i primi di maggio a cui sono da aggiungere i turni di Carabao Cup e di Fa Cup. Non c’è praticamente mai una settimana di tempo per preparare una partita. I giocatori sono costretti a ritmi forsennati e le società devono costruire rose extralarge. I campi sono tutti caldissimi e ogni trasferta è durissima. Gli stadi sono per la maggior parte piccoli e caldi come camini. La Championship è letteralmente un inferno.

7-TI FA CAPIRE CHE LE DOCUSERIE SUL CALCIO HANNO UN FUTURO

Netflix si è dapprima lanciata sul campo calcistico con First Team, la serie sulla Juventus e il risultato è stato francamente scadente. La serie sembra incapace di scavare in profondità, lasciando una visione dell’ambiente calcistico molto superficiale, senza regalare nulla di nuovo a chi la guarda. Amazon Prime con All or Nothing sul Manchester City ha presentato invece un lavoro decisamente più accattivante ed interessante, con un solo grande difetto: è tutto troppo perfetto, quasi da sembrare finto. Guardiola appare una persona così meravigliosa da risultare a un certo punto insopportabile. Mai nessuno che si arrabbia, mai un minimo di nervosismo, un accenno di stanchezza. È tutto perfetto come un quadro rinascimentale. L’amministrazione societaria è perfetta e trasparente, tutti si rispettano e si vogliono bene, i giocatori sembrano macchine infallibili. È tutto troppo glamour, troppo rarefatto. Ok, magari il City è davvero così ma allora non ci interessa troppo. Sunderland ‘Til I Die non ha niente di glamour, niente di perfetto, niente di vincente. È una storia sul fallimento, sugli errori e su quanto il calcio riesca ad influire sulla vita delle persone comuni. A giudicare dai risultati questa sarà la strada per il futuro.

8-È UNA VERA SERIE TV

Pur essendo una docuserie che come detto pone al suo centro assoluto il calcio, siamo sicuri che anche chi ne mastica poco potrà trovarla un prodotto più che godibile. Ci si affeziona alle storie personali dei singoli personaggi e tutto quello che succede sembra mosso da un qualcosa che somiglia incredibilmente ad una vera trama scritta a tavolino. L’aspetto documentaristico è sempre messo al servizio di ció che succede e mai il contrario.

9-PER AFFEZIONARTI ALLA GENTE DI SUNDERLAND

Come avrete ormai capito Sunderland ‘Til I Die non è una docuserie sul Sunderland, quanto piuttosto una serie su Sunderland. Più volte nella docuserie viene messo in risalto quanto le prestazioni sportive dei Black Cats influiscano sull’umore dell’intera comunità. Sunderland viene presentata come una città del nordest inglese dove il sole non batte praticamente mai. L’attività siderurgica che l’ha caratterizzata lungo tutto il Novecento adesso è in crisi, di lavoro non ce ne è più molto e la zona è una delle più povere dell’intera nazione. I disastri in campo del Sunderland vanno di pari passo con il grigiore quotidiano della città. Eppure i tifosi non perdono mai le speranze e sono il vero motore della serie. “Seguo il Sunderland dagli anni 70. Da allora il 95% delle partite che ricordo sono una lotta. O per non retrocedere o per essere promossi” dice Adam il tassista, uno dei protagonisti ricorrenti. Gli abitanti della cittá non mostrano mai plaggeria di fronte le telecamere, rilevandosi sempre sinceri e naturali. Vengono mostrate tante piccole storie comuni di vita e di calcio e in ognuna di loro rivedrete un pò di voi.

I tifosi del Sunderland piangono molto lungo la serie, a volte in maniera figurata, a volte in maniera letterale. Gli storici rivali del Newcastle hanno goduto molto nel vedere la serie tanto che gli hanno anche dedicato un coro beffardo. “We saw you crying on Netflix”. Su Amazon però i tifosi del Sunderland possono comprare questo dvd da sbattere in faccia ai Magpies per sempre.

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10-PER FARTI VENIRE VOGLIA DI BERE TANTA BIRRA

Diciamo che la birra sta a Sunderland ‘Til I Die tanto quanto la blue meth sta a Breaking Bad. Si beve tantissima birra, dentro pub bellissimi e con cori meravigliosi a fare da colonna da sonora. La tentazione di andare a fare una gita nel nordest inglese vi verrà, statene certi.

11-PER RICONCILIARTI CON L’IDEA DI CALCIO

Parliamoci chiaro, non è un bel periodo storico per seguire il calcio in Italia. Tanti tifosi si divertono a fare i razzisti, le società chiaccherano solo per aizzare polemiche, le coppe si giocano in paesi che sfregiano i diritti umani in cambio di due soldi, vince sempre la stessa squadra azzerando la competitività e chi non vince non fa altro che lamentarsi contro la squadra che vince sempre. Il dibattito calcistico in Italia sembra tornato al Medioevo. Ripudiamo certa facile e insopportabile esterofilia ma non è vergogna dire che Sunderland ‘Til I Die rinconcilia per 8 ore circa con tutto ció che amiamo del calcio. È una serie che parla di fede (la prima scena in assoluto si svolge dentro una chiesa), di dolore, di illusione. Parla della purezza dell’amore incondizionato per uno stemma su una maglietta, che alla fine è ció che muove tutti noi quando saltiamo in aria per un gol o quando organizziamo i nostri appuntamenti in base agli orari di gioco della nostra squadra del cuore. È una dose di paracetamolo per chi ama il calcio. E nell’ultima puntata, sfidiamo anche il cuore più duro a non commuoversi almeno un po’.

Noi ve l’abbiamo detto.


Nasce ad Avezzano nell’estate del 1996 e inizia a parlare di sport con l’ostetrica. Quando lavora legge Hornby, mentre nel tempo libero beve birra e studia Giurisprudenza alla Luiss in quel di Roma, dove vive da tre anni. Crede fermamente che Fabio Fognini un giorno vincerà il Roland Garros.

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