Interventi a gamba tesa

P(ower) O(f) P(ersistence) = Gregg Popovich

gregg popovich

“Quando tutto sembra perduto, vado a guardare un tagliapietre che colpisce il masso cento volte senza neppure riuscire a scalfirlo. Eppure al centunesimo colpo la pietra si spacca in due, e io so che non è stato quel colpo, ma tutti quelli che sono venuti prima” (Jacob Riis)


3 dicembre 2015. AT&T Center di San Antonio. È appena terminata la partita tra gli Spurs e i Washington Wizards, alla quale segue l’intervista di routine. Come bordocampista c’è Craig Sager, da poco tornato a lavoro dopo aver apparentemente sconfitto la leucemia. Popovich esordisce così: “Devo dire onestamente che per la prima volta sono contento di rispondere a questa ridicola intervista che siamo costretti a fare. Perché tu sei qui a farla.” Abbraccio di vera amicizia da parte di Pop, che prosegue: “Ora puoi farmi tutte le stupide domande che vuoi.”

A parte questo simpatico e toccante siparietto con Sager (tristemente scomparso appena un anno dopo), da anni siamo abituati ai post partita di Popovich, freddi e monosillabici, che lasciano trasparire tutta la riluttanza nel doversi prestare a questo genere di formalità. Per lo più sorridiamo e, a tratti, veneriamo questo atteggiamento scostante e distaccato, riottoso ed irritante. C’è stato un tempo però, in cui fare il Gregg Popovich non andava tanto di moda.

gregg popovich

Gregory Charles Popovich, classe ’49, padre serbo-madre croata, è nato a East Chicago, nell’Indiana. East Chicago come Gary, Merrilville, Griffith, è una cittadina del circondario dell’acciaio e come tale, almeno allora, abitata per lo più da immigrati che in comune si ritrovano ad avere il lavoro in fabbrica e lo sport, da quelle parti la pallacanestro. Già da bambino il piccolo Gregg era piuttosto ambizioso, anche troppo per le sue doti atletiche e cestistiche. Il suo sogno era giocare al liceo per Johnnie Baratto, mitico allenatore dei Senators della Washington High School e divinità del basket in quel dell’Indiana.

Il leggendario Johnnie.

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Trasferitosi a Merrilville, causa separazione dei genitori, finì che al primo anno non riuscì nemmeno a giocare con i ben più modesti Merrilville Pirates, allenati da coach Metcalf. Non si perse d’animo. Anzi, iniziò ad andare al playground dove giocavano ragazzoni tosti e rudi, per la maggior parte neri, figli di operai proprio come lui, e dove i falli da sempre sono un concetto relativo. Esperienza essenziale che gli permetterà l’anno successivo di essere il centro titolare. Prima occasione per dimostrare che volere è potere e che l’impegno, prima o poi, paga.

Dopo il liceo, la consuetudine avrebbe voluto che andasse a rimpolpare le file di operai militaristicamente ordinati per l’ingresso in fabbrica. Pop sceglie l’Air Force Academy, una via di mezzo tra il college ed il lavoro. Si è definito un giocatore da difesa, da lavoro sporco, l’operaio della squadra. In accademia comprende sicuramente l’ordine, la disciplina e la cultura del lavoro, da sommare all’ abnegazione già acquisita in passato. Tratti distintivi di un modo di essere, prima che di fare.

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Diplomatosi in studi sovietici, sulla sua carriera militare non si sa moltissimo, ed è abbastanza scontato se alla riservatezza che caratterizza Pop aggiungete la segretezza e la diffidenza che vigevano durante la Guerra Fredda. Gli incarichi nell’intelligence lo vedono protagonista prima nella Silicon Valley, poi in Unione Sovietica come capitano della rappresentativa delle forze armate statunitensi, e successivamente spedito a Diyarbakir, in Turchia. Inutile sottolineare come tutte queste esperienze abbiano profondamente influenzato il Popovich uomo, facendogli comprendere che ci fosse tanto, tantissimo oltre i confini statunitensi.
Proprio con l’Air Force Academy inizia la sua carriera da coach, per poi trasferirsi a Claremont, in California, dove allena per sette anni il minuscolo Pomona College, con risultati non proprio eccellenti. La svolta è la chiamata dei San Antonio Spurs che cercano un assistente-allenatore da affiancare a Larry Brown. Tratto distintivo di Popovich è l’aver puntato prima di altri su giocatori non statunitensi, in un periodo nel quale c’era molta diffidenza nei confronti di chi non avesse imparato a giocare nel Paese dello Zio Sam. “Mi è sempre piaciuto lavorare con giocatori di altri Paesi perché credo che ci siano eccellenti giocatori in tutto il mondo e ora tutti lo sappiamo, ma c’è stato un tempo in cui l’NBA era un po’prevenuta, dicevano che non avrebbero capito la lingua, che non avrebbero potuto fare amicizia, che sarebbero voluti tornare a casa. C’era sempre qualche ragione.” In un’altra occasione ha affermato: “Far sentire a proprio agio i ragazzi non-americani è da sempre la nostra priorità, mettendo la loro vita davanti alla pallacanestro, mostrandogli dove sono le banche, i supermercati, i quartieri dove vivere e le scuole, se hanno figli. Gli facciamo capire che li riteniamo più importanti del loro talento. Solo dopo si inizia a parlare di basket.”

La prima volta, però , non andò così bene. Infatti, un giovane Pop, presumo più sognatore ed ingenuo di quello che conosciamo oggi, convinse la dirigenza Spurs a mettere sotto contratto Zarko Paspalj, ala piccola jugoslava che aveva fatto fuoco e fiamme in Europa con la maglia del Partizan Belgrado. Scommessa persa. Non giocò neanche trenta partite e venne rispedito al mittente. In futuro sarebbe andata molto meglio, con Ginobili alla scelta numero 57 e poi Tony Parker alla 28, giusto per citarne due. Altre magari non saranno andate benissimo e capiterà che Pop si sia lasciato sfuggire anche giocatori di un certo livello, come Goran Dragic o altri la cui esperienza a stelle e strisce, per un motivo o per un altro non è stata entusiasmante, come De Colo.

Dopo la breve parentesi tra le fila dei Warriors, ancora come assistente allenatore sotto Don Nelson, torna a San Antonio nelle vesti di General Manager. All’inizio della stagione ’96-’97 licenzia coach Bob Hill e si autoproclama Head Coach. Il resto è storia, con cinque titoli in vent’ anni ed una pallacanestro celestiale, fatta di difesa, fondamentali ed una gestione del pallone condivisa ed accattivante. Ma anche tanti bassi, come le cocenti sconfitte con i Lakers dei primi 2000, per non parlare delle tensioni con un giovane Tim Duncan che era sul punto di essere spedito ad Orlando, o con un appena arrivato Tony Parker, che aveva già la valigia pronta per tornare in Francia, fino ad arrivare alla sconfitta nelle finali 2013 con i Miami Heat dei Big Three. Quest’ultima è stata un tonfo pesante che sembrava aver messo fine all’epopea ventennale degli Speroni, più per come è maturata, gettando al vento gara 6. Invece, l’anno dopo è rivincita, con Leonard MVP e nuovo baluardo dell’accoppiata Popovich-Buford.

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Proprio Kawhi sembrava essere la nuova pietra miliare sulla quale costruire nel futuro post Duncan-Parker-Ginobili. Costruire, perché a San Antonio è consolidata l’idea che non si rifonda, nessun “Trust in Process”, non si tanka (come qualche maligno pronosticava quest’anno) nella speranza di accaparrarsi la scelta giusta, quella della svolta. Ma, per l’appunto, si costruisce, si aggiunge, mattoncino dopo mattoncino, scegliendo gli uomini giusti, prima che i giocatori che potrebbero fare al caso loro. Lo stesso Leonard al suo arrivo sembrava l’ennesimo mattoncino, proveniente dai Pacers, impacchettato nello scambio che porta George Hill ad Indianapolis. Dopo il titolo ed il contestuale Bill Russel Award (MVP Finals), in tutti noi, e probabilmente anche in Pop e R.C. Buford, si instaura l’idea di “Nuovo Tim Duncan”. Specialista difensivo con ampi margini di miglioramento in attacco, umile, silenzioso, riflessivo, per niente avvezzo ai riflettori e al protagonismo. Invece, quanto successo post infortunio nelle finali di Conference e nell’ arco della stagione passata ci ha smentito. Leonard è addirittura arrivato a chiedere la cessione. Il buon Kawhi avrebbe preferito la calda California. Oggi si ritrova nella gelida Toronto. Se per convenienza o per vendetta non ci è dato saperlo (io opto per la prima), come del resto la maggior parte della storia, anche perché, pur considerando l’eccezionalità della fattispecie, Popovich è ermetico e San Antonio i panni sporchi si lavano in casa. Ciò che mi preme sottolineare sono le parole di Pop dopo la prima di Leonard da avversario in Texas, durante la quale i tifosi, con la memoria corta ed il cuore ancora lacerato, non lo accolgono, diciamo, calorosamente: Mi sono sentito male per lui. Kawhi è un ragazzo di grande carattere. Tutti noi prendiamo decisioni nella nostra vita che avranno a che fare con il nostro futuro e lui ha lo stesso diritto.” Nell’ abbraccio a fine partita c’è tutto Popovich: sguardo severo, animo gentile.

Potremmo stare qui a parlare di come Popovich abbia innovato la pallacanestro con la sua transizione difensiva e di come sia stato fonte d’ispirazione per molti addetti e non. Ma la verità è che Pop è prima di tutto un profondo conoscitore di uomini, fine psicologo e più di ogni altra cosa amico dei giocatori e di tutti coloro che gravitano intorno al mondo Spurs. Dunque, non era inusuale trovarlo a bere del vino con Boris Diaw, farsi consigliare ristoranti italiani di livello da Marco Belinelli, chiacchierare di Australia con Patty Mills. Volendo parafrasare Arrigo Sacchi, per Popovich la pallacanestro è la cosa più importante delle cose meno importanti. È dotato di un’empatia fuori dal comune, la stessa che lo esorta a fare dichiarazioni pesanti per contenuti e per la rilevanza mediatica di cui gode, come quella dell’anno passato circa il mese dedicato alla storia dei neri in America : “Viviamo in un Paese razzista che non l’ha ancora capito ed è sempre importante portarlo all’ attenzione, anche se questo dà fastidio a qualcuno.” Così come quelle più o meno velate contro l’amministrazione Trump.

In un’intervista, che sa più di chiacchierata tra allievo e maestro, con Fabricio Oberto, centro argentino ex Spurs, alla domanda su come fosse iniziato il fatto di perseverare per raggiungere il risultato, risponde così: “Molti anni fa, più di venti, stavo leggendo un libro e c’era una citazione di Jacob Riis, qualcuno che ora conosci molto bene. Lui era un riformista nell’ epoca di Roosevelt ed era un momento nel quale arrivavano immigrati a New York e c’erano gli italiani, gli irlandesi, i polacchi. Vivevano in quartieri poveri e cercavano di avere una vita migliore negli Stati Uniti, e lui cercava sempre di migliorare la qualità della vita di queste persone. Aveva questa frase che diceva di continuare a colpire la pietra senza interessarsi del fatto di non sapere quando si sarebbe rotta e dopo averla colpita centouno volte la pietra si aprì. Quindi questo è diventato il nostro principio base. Mi è sembrato molto profondo. Perché c’è da lavorare, anche se non sai quando raggiungerai l’obiettivo devi continuare, sforzandoti senza considerare il tempo che si prende. E credo che molte persone si siano sentite orgogliose di questa frase di Jacob Riis.”

La guida della Nazionale USA, affidatagli nel 2016, ha il sapore di un Premio Nobel o di una laurea ad honorem, che francamente è arrivata tardi per il miglior allenatore NBA su piazza, terzo coach All-Time per titoli conquistati e quarto per vittorie complessive, ad un passo da Jerry Sloan. I motivi per i quali la chiamata per allenare il Dream Team sia arrivata solo negli ultimi anni sono immaginabili. Sopra le righe, riottoso e polemico con chiunque non facesse parte della sua cerchia. Mai accondiscendente. Attore sin troppo vero di una farsa generale.


Nato a Caltanissetta, classe ’94. Laureato in Economia Aziendale con un’ambiziosa ed utopistica tesi su una proposta d’introduzione del salary cap nel calcio europeo. Attualmente studente magistrale in Strategia, Management e Controllo. Nel frattempo, prova a scrivere di calcio e pallacanestro, visto che di pennellare come van Hooijdonk e tirare come Klay Thompson non se ne parla proprio. Sogna una conversazione a tavolino con Sarri, Bielsa e Popovich, meglio se accompagnata da una bottiglia di buon vino.

2 Responses to “P(ower) O(f) P(ersistence) = Gregg Popovich”

  1. mediazer whois

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