Interventi a gamba tesa

La vita dopo il calcio: da Bresciano a van der Meyde, le seconde vite dei calciatori

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“Non riesco a pagare le bollette”. La frase che dietro di sé nasconde tantissime verità, tra cui – in primis – l’incapacità di saper amministrare la propria fortuna. Perché, diciamolo senza problemi, guadagnare tanto quanto riescono a intascare i calciatori, o più comunemente gli sportivi, è davvero una fortuna: parliamo di cifre che probabilmente un manager italiano, che lavora nel nostro Paese, non riuscirebbe a mettere da parte nemmeno in dieci anni di carriera. Un calciatore come Cristiano Ronaldo, invece, può tranquillamente bearsi nel proprio deposito come se fosse un de’ Paperoni qualsiasi. Eppure il terrore dell’alba del giorno dopo colpisce, prima o poi, tutti.


Finita la carriera, d’altronde, bisogna sempre trovare un modo per sbarcare il lunario, per andare incontro a quelle difficoltà che sono figlie di una gestione malsana del proprio patrimonio nell’arco della propria carriera: immaginate quei giocatori più sgangherati, come per esempio un Balotelli o un Dembelè, che ultimamente sta facendo scalpore per i suoi vizi e stravizi. Da loro non pretendiamo chissà quali gestioni oculate dei soldi guadagnati, ma ci auguriamo che alle loro spalle ci sia qualcuno in grado di consigliare un’amministrazione attenta di ciò che guadagnano: investimenti, attività collaterali, operazioni finanziarie, fondi pensionistici e così via. Qualcosa dovranno pur fare. Poi, però, potrebbe sopraggiungere la noia, soprattutto se dal calcio si decide di uscire, e allora a quel punto diventa necessario adoperarsi per risolvere un altro grande problema: cosa farò adesso? Qualche giocatore la risposta l’ha trovata e quindi oggi siamo qui riuniti, attorno al sacro vincolo del pallone, per raccontare le storie inaspettate degli ex calciatori che adesso si dilettano in quelli che sono i lavori più inaspettati del mondo.

Andy van der Meyde, un fisico da sollevatore di visualizzazioni

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In Italia se lo ricordano gli interisti e gli amanti dei numeri 7 vecchio stile: Andy van der Meyde in maglia nerazzurra aveva punito l’Arsenal in una sfida del settembre del 2003, con una conclusione in acrobazia che non si dimentica facilmente. L’esultanza, quella del cecchino, era indovinata per un olandese che avrebbe potuto spaccare il mondo del calcio se avesse voluto, perché stiamo parlando di una delle ali che meglio faceva emozionare gli oranje in quel periodo. Invece la sua carriera in nazionale è durata appena due anni, l’Inter è stata la squadra più di vertice che l’abbia acquistato e adesso, il classe ’79 Andy, fa lo youtuber. Sì, esatto, come Yotobi, come Favij, come MikeShowSha, Cicciogamer, Er China, e tutti quelli che volete inserire in questa lista di content creator italiani (sì, ora si chiamano così). Con meno di centomila iscritti, il suo canale è esclusivamente in lingua olandese, il che lo rende molto settoriale e poco globalizzato, ma è sicuramente una fine più decorosa di quanto lo aveva portato a ritirarsi a 32 anni: una parabola discendente tra alcol, donne, droga e un cammello parcheggiato nel garage di casa. Ora sul suo canale YouTube intervista giocatori, tra cui El Hamdaoui e El Ghazi, i capelli probabilmente li ha venduti per un bene superiore e il fisico da ex calciatore parla per sé. Il successo dietro la telecamera non sembra scontato, ma avendo anche lanciato un’etichetta d’abbigliamento, che ha come logo la sua nota esultanza, potremmo dire che i problemi in qualche modo si possono risolvere.

Daniel Pablo Osvaldo, il Jonny Depp del rock spagnolo

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Una vita da oriundo e da colpi di testa indimenticabili: Daniel Pablo Osvaldo di tempo in Italia ne ha passato moltissimo, nonostante la sua casa fosse in argentina ed egli stesso fosse a tutti gli effetti sudamericano. La maglia della nazionale italiana, però, è riuscito a indossarla 14 volte, compiendo anche la trafila delle giovanili e subentrando, per il suo esordio, al posto di Antonio Cassano, un altro che di colpi di testa ne sa qualcosa: una soddisfazione per tutti, in quel periodo, soprattutto per la Roma, che è stata la squadra che maggiormente ha beneficiato della sua presenza in rosa. Inter e Juventus un po’ meno. Nel 2016, quando è rientrato in patria per giocare per il Boca Juniors, Osvaldo si è ritirato, ad appena 30 anni: ha fondato una band, i Barrio Viejo, e fa il chitarrista e il cantante: “Non ero fatto per le regole” ha dichiarato e ora canta in giro per Barcellona con i suoi amici. Sembra che, però, la carriera non stia andando a gonfie vele, o almeno durante la Cosquin Rock 2017, qualcosa è andato storto: con meno di cento persone presenti all’evento, la Celletera, canzone presentata al festival, non ha riscosso il successo sperato. Ma d’altronde, come lo stesso Daniel ha affermato a più riprese “è la mia passione: se poi alle persone piace è meglio, se no fa niente”. E allora cantare ti tocca per tutta la vita, come diceva Faber.

Darsi al giardinaggio dei fiori del male è un invito che potremmo fare a un amico fragile e scontento, ma dall’altro lato del globo, in quella zona che per i terrapiattisti non esiste, Mark Bresciano si è dato alla coltivazione della marijuana. Nel suo paese d’origine, l’Australia, l’ex centrocampista di Empoli, Parma, Palermo e Lazio, eroe di quella nazionale che lo vedeva affiancato da Vincenzo Grella, adesso si occupa più precisamente di farmaci a base di marijuana: niente più riflettori, niente più calcio, abbandonato nel 2015 dopo l’esperienza all’Al-Gharafa, in Qatar. Investimenti nel settore immobiliare a tempo perso, per Bresciano, che prova a conquistare Melbourne con i soldi che ha sicuramente saputo mettere da parte durante il suo periodo in Italia, ma anche attività a lungo termine, con un amico australiano. Entro un anno, stando alla promessa fatta appena qualche mese fa, Mark vorrà avviare una produzione corposa e copiosa di farmaci che strizzano l’occhio agli oppiacei e ai barbiturici: un progetto che lo stimola, che lo affascina e che, siamo sicuri, lo spingerebbe sicuramente sugli onori della cronaca per l’atipicità dell’idea. Che fa indubbiamente sorridere.

Diego Fuser, il Renzo Piano dello sterrato piemontese

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Un po’ meno legato al fenomeno culturale degli ultimi dieci anni è Diego Fuser, che il calcio l’ha abbandonato nel 2012, ma che era sparito dai radar della Serie A già nel 2004, quando aveva indossato la maglia del Torino. L’ex centrocampista di Lazio, Milan, Parma e Roma aveva provato anche la vita da allenatore, con la Nicese nel 2010, per poi rendersi conto che la strada giusta era quella di appendere gli scarpini al chiodo e darsi alle macchine telecomandate. Avete letto bene. Dopo uno scudetto, una Coppa dei Campioni, una Coppa intercontinentale, una Supercoppa Europea, una Coppa Uefa e due Coppe Italia, Fuser ha deciso di acquistare un campo di calcio abbandonato, in Piemonte, e trasformarlo in una pista di macchine telecomandate che era il suo sogno da bambino. Costruisce prototipi, incontra altri cinquantenni e si sfidano per raggiungere il traguardo. Intramontabile passione che gli permette di andare più veloce di quanto facesse con la palla tra i piedi.

Tra le storie più note, però, c’è sicuramente quella di Francesco Flachi. Un campione che avrebbe potuto davvero ottenere di più dalla propria carriera, se non fosse stato per qualche colpo di testa davvero troppo forte. Il doping lo ha fermato e lo ha tenuto lontano dai campi di calcio prima che potesse coronare il suo sogno di una carriera fatta di successi e fuochi d’artificio. Flachi, che alla Sampdoria aveva mostrato grande inventiva con la palla tra i piedi, negli ultimi anni ha gestito una paninoteca a Firenze, mi ha fatto scoprire e assaggiare per la prima volta nella mia vita la burrata – scusate l’eresia – e non si fa pagare nemmeno troppo. Sognava di poter dare l’addio al calcio al Ferraris, ma la gara non s’è mai organizzata: lui quindi si è preso un posto d’onore in Gradinata e nell’ultimo anno anche su Telenord, dov’era ospite fisso per parlare dell’attualità blucerchiata. “Panino di categoria” – questo il nome del suo locale – su TripAdvisor ha quattro stelle su cinque, è un posto molto appartato e tranquillo, con uno stile molto amichevole e con dei panini – soprattutto le schiacciate – che rendono onore a una cucina minimalista ma funzionale. Non viaggia più spesso per l’Europa, ma se si vuol mangiare a Firenze, Flachi può essere la soluzione.

Panini, vino, Toscana: Flachi dietro il bancone distribuisce vivande e vitto

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Chiudiamo con una storia meno particolare, ma sicuramente affascinante: quella di Hidetoshi Nakata, che quando faceva coppia con Pecchia al Bologna aveva creato uno dei tandem più interessanti di sempre da pronunciare, quasi quanto se Rincon si fosse ritrovato a giocare con Ionita in mezzo al campo (hint per i più pigri: NakataPecchia – RinconIonita). Il samurai del calcio, la prima vera star del Giappone, ha abbandonato completamente l’attività calcistica, come aveva deciso di fare all’età di 30 anni, dopo la delusione mondiale del 2006, e si è dedicato ai viaggi. Ha abbattuto qualsiasi stereotipo del nipponico xenofobo e si è lanciato in un’avventura molto più epica di quella di essersi affidato a Luciano Gaucci ai tempi del Perugia. Uno scudetto vinto alla Roma con Capello, una carriera legata a Mazzone, poi Parma, Fiorentina e Bologna. Sempre pacato in campo, sempre riflessivo negli spogliatoi: si raccontava di un Nakata intento a leggere prima di scendere in campo, come se venisse da un altro mondo e stemperasse l’ansia con la riflessione. Ora lo fa camminando in giro per il mondo: è diventato ambasciatore del sakè, ha fatto da modello per diversi marchi di moda e ha sponsorizzato diversi brand. Ha scoperto tutte le culture del suo Paese, che ne ha di cose da raccontare, e dal 2006 ha scoperto che viaggiare è il miglior modo per arricchirsi e scoprire ciò che il mondo ci riserva, dall’Africa al Sud America.

Pagare le bollette non sarà facile per alcuni dei calciatori che non saranno in grado di amministrare il proprio patrimonio in questi anni, ma intanto più di un paio di buone idee qualcuno le ha avute, e se non sono buone sono sicuramente originali e particolari. E se poi va male c’è sempre la strada dell’opinionismo: la televisione, d’altronde, ha saputo tenere in vita personaggi ben più unici e sui generis di qualche calciatore prossimo al lastrico.


Nato a Salerno nel 1990. Ha scoperto il calcio grazie a Eugenio Corini, a Zinedine Zidane ma soprattutto ad Antonio Cassano. Tifoso della Sampdoria, dirige SampNews24.com dal 2012 ed è uno degli autori del Televideo della Rai. Sognava di diventare Jonathan Woodgate, ma ora fa il Reto Ziegler dei poveri al calcetto. Pubblicista dal 2012 lavora nella comunicazione per il cinema e i videogiochi. Ha studiato sceneggiatura e vede un film in qualsiasi granello di polvere.

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