Interventi a gamba tesa

Milwaukee e i suoi nuovi “Happy Days”


Tra il 1974 ed il 1984 Milwaukee è stato il centro degli interessi televisivi di milioni di spettatori. Merito di “Richie”, “Potsie”, “Fonzie” e, più in generale, di tutto il cast di Happy Days, la sitcom capace di cogliere l’idea del sogno americano e i drammi adolescenziali dei giovani a stelle e strisce, come mai nessuno era riuscito a fare prima. Il riconoscimento identitario tra Happy Days e la città di Milwaukee è un rapporto serie tv – luogo di produzione, rimasto ineguagliato a lungo, avvicinato solo in tempi moderni dalla sinergia tra l’universo di Breaking Bad e la città di Albuquerque. La fine di Happy Days è però coincisa anche con la fine degli “happy days” degli abitanti della capitale del Wisconsin. Ai Bucks è affidata ora la rinascita morale di tutta Milwaukee. 


Il destino è nelle mani nei Bucks perchè se è vero, come si dice, che gli americani sopperiscono alla loro comprovata assenza di epica storica creandosi un’epica sportiva, alla città di Milwaukee, in questo senso, non è andata troppo bene. La squadra di football non esiste, quella di hockey nemmeno, il baseball c’è ma con scarsi risultati. Tutto ciò che gli rimane è il basket, con i Milwaukee Bucks: ultimo (ed unico) titolo NBA nel 1971, addirittura prima dell’inizio delle riprese di Happy Days, guidati da un giovanissimo Lew Alcindor (che quell’anno si sarebbe convertito all’Islam cambiando nome in Kareem Abdul-Jabbar) e da Oscar Robertson. Ma da quel momento in poi la storia sportiva di Milwaukee è stata scandita per lo più da momenti tristi, intervallati da alcuni tristissimi. Fino a qualche anno fa…

L’anno di svolta è il 2013. I Bucks hanno appena terminato l’ennesima stagione mediocre della loro storia, arrivano ottavi ad Est e vengono spazzati via in 4 gare dai Miami Heat di LeBron James. Essere mediocri nell’NBA non porta nulla di buono (solitamente…) poichè non consente nemmeno di pescare alto al Draft successivo. Quello del 2013 è un draft sulla carta ricco di talento, in realtà pieno di bluff come Anthony Bennett, chiamato alla 1 dai Cavs, o Cody Zeller, alla 4 da Charlotte. Milwaukee ha la pick n° 15 e sceglie di chiamare “The Greek Freak”, tradotto sarebbe “la barzelletta greca”, ed è un soprannome di cui c’è bisogno, considerate le complicanze generate dal suo cognome derivante dalle paterne origini nigeriane. All’anagrafe risponde al nome di Giannis Antetokounmpo. Ed è la svolta per Milwaukee e per i Bucks.

Più che ad una barzelletta greca, assomiglia ad una divinità ellenica.

5 anni dopo Giannis è, senza timore di smentita, uno dei giocatori più dominanti dell’intera lega. Merito di una crescita e di un’abnegazione personale straordinaria, che gli ha permesso di imparare ad utilizzare efficacemente le sue innate doti fisiche abbinandogli una lettura situazionale che in NBA possiedono in pochissimi. Ma merito anche di quello che per 4 anni è stato il suo allenatore ed il suo maestro: Jason Kidd. Kidd è stato infatti uno dei playmaker più influenti della storia recente del basket ed ha insegato ad Antetokounmpo quando e, soprattutto, come passare il pallone.

Jason Kidd però non era abbastanza per i nuovi obiettivi dei Bucks. Milwaukee, infatti, ha affiancato negli anni alla sua stella greca alcuni giocatori di assoluto valore. Il roster è composto da giocatori come Malcolm Brogdon (Rookie of the year nel 2017), Ersan Ilyasova, Eric Bledsoe e Khris Middleton. Mancava solo il demiurgo, quello capace di prendere questa poltiglia di enorme talento e plasmarla nella forma di una squadra competitiva per i primi posti ad Est. Ed è arrivato quest’anno: si è formato all’ombra del migliore (si legga Gregg Popovich) e si chiama Mike Budenholzer.

“Bud”, dopo la lunga esperienza come head coach degli Atlanta Hawks, ha accettato questa difficile sfida, ben conscio del grande capitale umano di cui poteva disporre. Ciò che Budenholzer ha portato a Milwaukee è fondamentalmente l’esaltazione della semplicità. Pochi concetti ma fatti bene. Difensivamente i Bucks si sono trasformati da squadra mediocre a squadra d’alto livello (ad Est secondi solo dietro ai Celtics come defensive rating) anche grazie all’aggiunta sotto le plance di un giocatore esperto come Brook Lopez, mentre offensivamente Budenholzer ha concentrato la sua attenzione su ciò che più conta nella pallacanestro moderna, vale a dire il ferro e il perimetro, dove i restanti “cervi” sfruttano il lavoro del capobranco Giannis, che apre spazi per tutti. Già, perchè non bisogna dimenticarsi che, nonostante il sistema sia importante, sono poi i campioni a fare la differenza. E Antetokounmpo sta facendo vedere cose che a Milwaukee non vedevano da quando il sovracitato Kareem Abdul-Jabbar tolse il velo al suo gancio-cielo cambiando per sempre la storia del basket.

Ma che senso ha tutto questo?

L’inizio di stagione è assolutamente incoraggiante. E nel Wisconsin, zona di boschi e laghi, dove assopirsi osservandosi in uno specchio d’acqua con il vento che fischia nelle orecchie è piuttosto facile, sembrano essersene accorti tutti. I dati parlano di un aumento vertiginoso degli abbonamenti con numerosi sold out nelle ultime partite, pare che anche i cacciatori imbraccino il fucile con la 34 di Giannis sulle spalle. A queste condizioni allora sì, non importa che sia monday, tuesday, wednesday o thursday, perchè come diceva quella famosa sigla, a Milwaukee saranno tutti Happy Days.


 

Alessandro Ginelli, nato a Cremona il 23/11/1996, da quel giorno vivo grazie all’aria, al cibo e allo sport. Una presenza in serie D allo stadio Euganeo di Padova in Atletico San Paolo - Fiorenzuola è il ricordo più bello e romantico riguardo la mia carriera di calciatore, da lì ho peró abbandonato il sogno di fare del calcio un lavoro grazie ai miei piedi e da un paio d’anni sogno di farlo grazie alle mie parole e alle mie opinioni. Per questo obiettivo studio Comunicazione, media e pubblicità presso l’Università IULM di Milano e coltivo il sogno di diventare giornalista sportivo. Scegliere quali sport mi piacciano di più sarebbe piuttosto difficile, quindi facciamo così: non mi piace granchè il golf.