Interventi a gamba tesa

Fab 3


Nell’era contemporanea dei tre più grandi vincitori Slam di sempre, tre ragazzi sembrano in prima fila per raccoglierne l’eredità.


Alexander Zverev era un discreto giocatore di tennis della rigida Russia degli anni 80: nonostante strutture arretrate e frontiere spesso chiuse in un paese culturalmente disinteressato alla racchetta (sport chiaramente da americani) Alexander ha condotto in porto una dignitosa carriera da operaio del tennis. Ha timbrato presenza in tre Slam su quattro (gli è sfuggito solo lo Us Open) e ha onorato più volte la bandiera sovietica in Coppa Davis. Il suo best ranking si fissa alla posizione numero 175. Nel 1991, la sua carriera è finita, il Muro è caduto e il figlioletto Mischa, di 5 anni, già dimostra una certa naturale predilezione per il tennis, sport per altro praticato anche dalla madre. Alexander però decide di voler offrire un’opportunità più solida al figlio. La Russia è una nazione più vicina allo sfacelo che alla ricostruzione e non sembra decisamente il palcoscenico ideale per diventare un giocatore di tennis professionista. La famiglia Zverev si traferisce allora in Germania nel 1991, in pieno postcomunismo. Mischa inizia a giocare nei tornei nazionali e impara subito il tedesco. Alexander è il suo allenatore e modella il suo stile sul serve and volley. Nel 1997 nasce poi il secondo figlio degli Zverev. Alexander, come il padre.

Viktor Shapovalov a tennis invece non ci ha mai giocato. E’ un uomo d’affari e di tempo per lo sport non ce ne è molto. E’ sua moglie piuttosto la sportiva della famiglia. Tessa giocava a tennis in Russia prima di spostarsi in Israele con suo marito, ai tempi dello sregolamento dell’ URSS. Proprio a Tel Aviv nascono i due figli di Viktor e Tessa: Evgeny, nel 1996 e Denis, nel 1999. Tuttavia il piccolo Denis non fa nemmeno in tempo a compiere un anno che mamma e papà decidono di compiere il secondo spostamento radicale delle loro vite: Israele per quanto affascini gli estrosi coniugi Shapovalov non è un posto sicuro. Meglio spostarsi in Canada e ripartire da lì. In Ontario Tessa per portare a casa due soldi, rispolvera la sua vecchia passione. La racchetta. Trova subito lavoro come istruttrice presso il Richmond Hill Tennis Club. Lì il piccolo Denis colpirà le sue prime palline da tennis. A 8 anni girano già suoi video sul web, girati proprio dalla stessa Tessa, in cerca dei primi sponsor.

Denis a 8 anni.

Apostolos Tsitsipas è invece senza girarci intorno un vero e proprio malato di tennis. Il suo più grande cruccio è però quello di non avere a disposizione un braccio naturale all’altezza della sua intelligenza tattica e della sua visione di gioco. Ma l’amore di Apostolos per il tennis è sconfinato: per fagocitare più partite possibili si era anche messo a fare il giudice di linea nei tornei spersi intorno la Grecia, una nazione che purtroppo per lui non sta esattamente al tennis quanto Hollywood al cinema. In uno di quei tornei Apostolos però ha la fortuna di innamorarsi di una tennista vera. Julia Salnikova è russa, bellissima e ha un braccio mica male. Da giovane sembrava un vero portento, tanto da diventare numero 1 al mondo. Ma la Russia, come Alexander Zverev Sr sa bene, non è propriamente un paese per tennisti. I visti per l’estero sono pochi, soprattutto poi se tuo marito vive dall’altra parte del Muro. Non andrà mai oltre la posizione 186 del ranking. Si fa allenare per un po’ da Apostolos, che così realizza il suo grande sogno, e alla fine con un po’ di rimpianti lascia il tennis. Nel 1999, quando nasce Stefanos, il terzo figlio di Apostolos e Julia, i coniugi Tsitsipas lavorano insieme come istruttori di tennis all’Astir Palace Resort Hotel di Laganas, costosa e raffinata meta del turismo balneare greco.

Le storie personali di Zverev, Shapovalov e Tsitsipas non sono storie banali. Sono storie straordinarie, per certi versi uniche, accomunate da due elementi imprescindibili: la pallina da tennis e il multiculturalismo. Il tennis, come ogni sport, parla una lingua universale, la stessa lingua che ha trascinato le carriere dei tre talenti più fulgidi della loro generazione tennistica, abbattendo ogni muro e ogni diversità. “Provenire da due culture diverse, quella greca e quella russa, ha contribuito a darmi prospettive diverse rispetto al mio approccio alla vita e al tennis”. Tsitsipas, che dei tre è quello più a suo agio di fronte un microfono, lo ha spiegato in conferenza stampa al Roland Garros. I miscugli funzionano.

Alexander Zverev Sr.

Coric. Khachanov. Tiafoe. Rublev. Medvevev. De Minaur. Edmund. Chung. Berrettini, perché no. La generazione che va tra il 1996 e il 1999 sembra abbia prodotto una serie di giocatori di livello importante. Alcuni hanno già ottenuto risultati francamente inaspettati. Edmund e Chung sono arrivati in semifinale agli Australian Open. Coric ha battuto Federer nel suo giardino personale di Halle. Khachanov ha letteralmente fatto impazzire Nadal per circa 4 ore sull’Arthur Ashe di New York prima di cedere dopo una prestazione scintillante. L’eredità della storia del tennis probabilmente passerà direttamente per questi ragazzi, arrivando a bypassare anagraficamente quella che è ormai diventata nota come la “lost generation”, la generazione di inizio anni 90 dei vari Dimitrov (che probabilmente si è giocato tutte le sue cartucce migliori nel 2017), Raonic, Tomic, Goffin, Thiem (che sembra però l’unico con ancora concreti margini di crescita). E’ difficile prevedere il futuro, soprattutto se si parla di attività non completamente gestibili dall’uomo come l’agonismo sportivo. I fattori sono molteplici e l’imprevedibile è sempre potenzialmente dietro l’angolo. Ma se i prossimi anni di tennis scorressero via come una biglia su un piano liscio inclinato, in molti sarebbero estremamente stupiti nel non vedere Zverev, Tsitsipas e Shapovalov dominare le vette dei ranking ATP.

Come ogni sport individuale, il tennis si nutre di contrapposizioni. Il muscolo latino di Nadal contro la nobilità elvetica di Federer. La pacatezza enigmatica di Borg contro la furia irrazionale di McEnroe. La sobrietà di Sampras contro l’eccentricità di Agassi. Gli uno contro uno sul campo sollecitano le fantasie del pubblico, evidenziano le differenze di stile, amplificano le diversità caratteriali e le antipatie personali. Zverev, Tsitsipas e Shapovalov sembrano fatti apposta per incastrarsi sulle colonne degli albi d’oro dei futuri tornei come pezzi del Tetris. Le loro già straordinariamente definite personalità delineano in prospettiva rivalità potenzialmente all’altezza dei duelli che hanno fatto la storia del tennis. La costanza ossessiva di Zverev. L’estrosità nevrotica di Shapovalov. L’ hipsteria zen di Tsitsipas. Le copertine potrebbero anche scriversi da sole.

Ovviamente, inutile nascondere il banale, Zverev è al momento un piede avanti entrambi i rivali. Sascha ha vinto tre Master 1000, ci ha fatto altre due finali ed è arrivato al terzo posto della classifica ATP. Sono risultati che al momento i due contendenti possono vedere al massimo con il binocolo. Zverev è pienamente considerabile un top player a tutti gli effetti, un tennista che scende in campo da favorito nel 90% degli incontri, nonostante un rendimento misterioso negli Slam. Dominante sui match al meglio dei tre set, Sascha sembra letteralmente trasformarsi quando la soglia si alza al meglio dei 5 set. In 14 partecipazioni non è mai andato oltre un misero quarto a Parigi e il trend visto a New York continua ad essere negativo. Nadal interrogato a Roma sulla questione ha gettato acqua sul fuoco dichiarando che se Zverev non diventerà competitivo negli Slam nei prossimi tre anni significa che lui non capisce niente di tennis. “Quando scendo in campo contro di lui, so sempre di poter perdere”, ha detto Rafa, che non è solitamente uno che ama parlare bene dei suoi avversari. Zverev sembra poter ricalcare in pieno le orme di quella categoria di top player che difficilmente riesce a scaldare il pubblico per la qualità del proprio gioco ma che è destinata a vincere tonnellate di trofei. Il gioco del tedesco è ben lontano dalla spettacolarità: Zverev gioca con estrema solidità da fondo campo, mettendo in mostra fondamentali mai balbettanti e una maturità mentale nei momenti decisivi delle partite, che appartiene solo ai grandissimi campioni. Non eccelle negli spostamenti (anche se su terra ha ottenuto i migliori risultati della sua carriera) e non è propriamente a suo agio nel gioco di volo, ma tanto a rete ci va raramente. Ha guadagnato 16 chili di puri muscoli negli ultimi due anni grazie ad un asfissiante lavoro in palestra, acquisendo quella resistenza fisica che gli mancava.

Difficilmente creerà orde di tifosi al suo fianco, ma altrettanto difficilmente il tifo contro potrà scalfire il suo carattere durissimo, forgiato dall’educazione sovietica di papà Alexander. “Quando giocava da piccolo doveva per forza esserci qualcosa in palio e non avrebbe smesso di giocare finchè non l’avrebbe conquistata”. Secondo Alexander non esiste migliore allenatore di tennis al mondo di suo padre “Ha costruito due tennisti che sono arrivati in top 30 con due stile completamente diversi tra loro”. Infatti se Alexander è il prototipo del tennista robotico, il fratellone Mischa appartiene alla vecchia resistenza del serve and volley. Zverev sembra quel tipo di ragazzo abbastanza sicuro di sé da ritenere di non dover fare nulla per apparire simpatico o alternativo. Poco dispendioso di parole ed estremamente freddo nelle elaborazioni post match, le sue conferenze sono spesso un festival della noia, soprattutto quando vince. Quando perde invece si lascia andare un po’ di più a quel sentimento che a Roma viene definito come “rosicata” e che gli fa acquisire finalmente fattezze più consone ad un ragazzo di 21 anni. “E’ stata una partita penosa”, ha detto dopo un match perso contro Tsitsipas a Toronto.

Se volete far ridere Zverev, esiste comunque un modo infallibile: parlate con accento dello Yorkshire.

Se c’è invece una cosa che sappiamo con certezza di Denis Shapovalov è che la freddezza non è propriamente una caratteristica primaria del suo dna: probabilmente nemmeno la fortuna. Quante volte un tennista dopo aver perso un punto, si infuria e colpisce la pallina con rabbia senza vedere dove andrà a finire? Succede quasi in ogni partita. Quante probabilità ci sono poi che quella pallina lanciata alla cieca finisca proprio sull’occhio dell’arbitro? Le probabilità sono poche ma Denis è riuscito a fare centro, in un match di Coppa Davis del 2017, match dove stava già prendendo una sonora lezione dall’inglese Edmund. Shapovalov venne squalificato e perse la partita a tavolino. Da quel giorno è diventato amico del giudice di sedia Aranud Gabas. Ogni tanto si sentono per messaggio e scherzano sull’accaduto. Non ha scherzato tanto invece la stampa canadese che lo ha definito dopo l’accaduto “uno scemo senza testa”, senza troppi giri di parole.

Se Zverev rappresenta il futuro della robotica tennistica, i romantici della racchetta vedono nel canadese il prossimo showman del tennis. Shapovalov è un concentrato di esplosività che a volte pecca nello stentare a scendere a compromessi con il risultato. Esploso lo scorso Us Open dove partendo dalle qualificazioni raggiunse il quarto turno, Shapo ha scalato la classifica fino alla posizione numero 23 raggiunta lo scorso giugno, grazie soprattutto alla semifinale nel 1000 di Madrid. Un’estate americana non troppo soddisfacente lo ha rimbalzato fuori dai primi 30 anche se è difficile pensare che possa rimanere nella terra di mezzo ancora a lungo. Shapovalov è già attualmente quanto di più divertente si possa ammirare su un campo da tennis: dotato di un rovescio a una mano fulminante che ha già scomodato paragoni importanti, Denis dà l’impressione di non potere fare a meno di divertirsi. Eccellente nel gioco a volo, esuberante nella ricerca del sostegno del pubblico (che già lo ha eletto suo beniamino qua e là per il mondo), il gioco di Shapovalov vive di puri scatti. E’ un tennis frenetico, di una bellezza cinematografica, ancora incapace di passare tramite la mediazione del colpo interlocutorio. Da qualsiasi posizione del campo e in qualsiasi situazione di punteggio Shapovalov proverà a trovare il vincente. Le sue partite sono montagne russe, costituite da lunghi game di pausa dove tira fuori tutto ciò che è possibile alternati da game spiazzanti dove macina vincenti su vincenti, inchiodando letteralmente l’avversario. Quando sarà in grado di indirizzare il suo talento verso la concretezza e non verso un semplice e fine a se stesso roteare di spade, come a volte gli succede, sarà un giocatore difficilmente battibile, da chiunque e su ogni superficie. John McEnroe ha dichiarato che vede nel canadese il suo erede naturale. “E’ mancino ed è un gran colpitore. Abbiamo anche atteggiamenti simili” Ancora lontano dagli eccessi di JMac, anche Denis sembra giocare sempre su un filo sottile che lo separa dall’isterismo. L’episodio di Coppa Davis (a cui fa sempre riferimento come “l’incidente”) potrà servirgli come monito all’interno di una carriera che è facile immaginare come lunga e prosperosa. “Sono maturato da quell’incidente. So cosa può accadere quando ci si lascia andare all’ira”.

A differenza dei suoi due colleghi, Shapovalov è già riuscito nell’impresa di battere Nadal, nel 2017 a Montreal di fronte ad un pubblico estasiato. Contate in questo video quante volte riesce a tenere completamente fermo il giocatore che di lì a poche settimane vincerà lo Us Open.

Tra i tre quello che ha sicuramente compiuto più progressi nell’ultimo anno è però senza dubbio Stefanos Tsitsipas. Il greco nel settembre 2017 occupava la posizione numero 161 delle classifiche mondiali. Un anno dopo Stefanos è il più giovane tennista tra i primi 15. Il crack è riconducibile a due tornei ben precisi. La rovente terra rossa di Barcellona dove non ha lasciato nemmeno un set fino alla finale persa contro l’insuperabile Rafa e il cemento canadese di Toronto dove ha regolato la bellezza di 4 top ten prima di arrendersi di nuovo a Nadal in finale. Tsitsipas ha poi deluso tra Cincinnati e New York vincendo un solo match contro Robredo, ma non è stata minimamente scalfita l’aura di next big thing che gli è piovuta addosso. Il greco sembra poter sintetizzare al meglio le migliori qualità dei suoi due rivali. Mai troppo sopra le righe in campo, ma arrogante quanto serve per essere percepito come una minaccia dall’avversario: freddo e calcolatore all’occorrenza quanto estroso e talentuoso nel cercare il colpo che faccia applaudire il pubblico. Sembrerà banale parlare di una vera e propria coagulazione sanguigna tra il dna sovietico della mamma e quello latino del papà, eppure mai come nel caso di Stefanos l’incrocio tra culture diverse appare paradigmatico. Tsitsipas è attualmente un treno in corsa. Da Barcellona, il torneo che ha visto la sua esplosione totale, il greco ha vinto 9 degli ultimi 10 match giocati nel set decisivo. Tsitsipas è un tennista più istintivo che ragionato. I suoi colpi sono spesso imprecisi tecnicamente, ma scagliati con una naturalezza rarissima da vedere. Il diritto è leggero nell’impostazione, sobrio, quasi minimale, con le braccia che rimangono quanto più possibile vicine al torace: eppure la pallina schiocca in un colpo sordo, teso, spesso di difficile lettura. Il rovescio invece, rigorosamente a una mano, per quanto esteticamente impeccabile, fa un po’ meno male del diritto. L’ assoluta naturalezza armoniosa del suo tennis e l’equilibrio già acquisito tra appagamento estetico e concretezza nel risultato sono doti in grado di far innamorare chiunque ami questo sport.

Il greco sembra però mostrare margini di miglioramento a tratti quasi sconfinati: Fisicamente ci sono accorgimenti da fare. Tsitsipas ha 19 anni e la sua costituzione potrebbe ancora non essere pienamente definita. Come ha fatto Zverev lo scorso anno, Tsitsipas dovrà passare lunghissime giornate in palestra al fine di acquisire più muscoli possibile dal torace in giù. Le gambe sono ancora relativamente gracili e la sensazione è che con una muscolatura adeguata a quella di un atleta di livello potrebbe venire una sorta di Terminator gentile del tennis, forte, bello e agile come ogni eroe buono hollywoodiano. Di lui si è innamorato perdutamente Patrick Mouratoglu che insieme al padre Apostolos forma una specie di dream team ellenico pronto a scalare le classifiche del tennis. Mouratoglu segue Stefan direttamente dalla sua accademia in Costa Azzurra, anche se il ruolo predominante intorno al ragazzo rimane quello dell’onnipresente padre.Faccio fatica a ricordare un solo giorno in cui io non abbia mai visto mio padre”. A consolidare un rapporto padre-figlio inscindibile, si aggiunge un episodio che lo copre quasi di epica, in pieno stile ellenico: Tsitsipas giocava un Futures in patria, a Heraklion, quando decise di andare a farsi una nuotata in mare con degli amici. Nel giro di pochi minuti le condizioni metereologiche sono cambiate completamente, trascinando Stefanos in pieno mare aperto. Apostolos, che lo osservava dalla riva non ci ha pensato su un attimo. Si è lanciato tra le onde e ha afferrato il figlio con la forza della disperazione. Dopo qualche minuto di lotta con il mare, trovammo una roccia dove aggrapparci e riprendere fiato. Per la prima volta nella mia vita, ho pensato che sarei potuto morire. A differenza di tanti suoi coetanei, Tsitsipas ci tiene ad offrire di sè un’immagine che non si limiti alla monodimensionalità del campo da tennis. Appassionato di fotografia, gira sempre con una fotocamera con sé, precisando di non essere uno di quelli che “fanno le foto con gli Iphone”. Il suo profilo Instagram sembra il classico profilo Instagram di un diciannovenne che non ha troppi problemi ad approcciare con le ragazze. Selfie ammiccanti con pose da divo bello e dannato, capelli lunghi al vento, sguardo intenso, frase vagamente hipster come didascalia. “In vacanza puoi vestirti casual quanto vuoi, ma ricordati di essere sempre elegante”.

Seppure coetanei, Shapovalov è salito alla ribalta con un bel po’ di anticipo rispetto a Tsitsipas. Nel 2017 mentre Denis schiantava Nadal nel torneo di casa, Stefanos giocava ancora i challenger. Nello stesso torneo l’anno dopo, Tsitsipas ha raggiunto la finale. Il fratello maggiore Petros ricorda quei giorni.

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Per quanto siano numeri ancora giovani, gli head to head testimoniano l’equilibrio tra i tre. A parte gli incontri tra Zverev e Shapovalov che hanno visto in entrambi i match il tedesco vincere senza lasciare set al canadese, gli altri incroci sono in parità. Shapovalov ha dato tre set facili a zero a Tsitsipas in Australia prima di subire una bella ripassata sulla terra di Montecarlo. Zverev ha battuto agevolmente Tsitsipas a Washington in due set per poi cadere nei quarti di Toronto in una sconfitta dolorosissima e a tratti inspiegabile. Il tedesco ha dominato il primo set e per lunga parte del secondo è sembrato ancora irragiungibile per l’avversario: giunto comodamente a servire per il match sul 6-3 5-3, si è fatto breakkare portando la partita al tie break dove ha sciupato l’impossibile non sfruttando due match point. Zverev ha iniziato a innervosirsi, distruggendo la racchetta e cominciando a parlare da solo. Tsitsipas ha vinto così al terzo quello che sarà probabilmente ricordato come il primo vero confronto diretto tra due futuri campionissimi, gettando il primo seme del dubbio nella mente di Zverev. Quando si riaffronteranno il ricordo di quel match sarà vivido e non susciterà bei ricordi a Sascha.

A questo punto va ricordato nuovamente quante variabili possa subire la carriera agonistica di un’atleta. Zverev, che sembra il più pronto tra i tre, potrebbe aver già raggiunto il suo apice di gioco e potrebbe venire regolarmente battuto dai due competitor nei prossimi anni, un po’ come è successo a Berdych contro i Fab 4. Shapovalov, che sembra il più talentuoso tra i tre, potrebbe non raggiungere mai quel compromesso indispensabile tra risultato ed estetica, rimanendo un cavallo pazzo alla Dolgopolov per tutta la carriera. Tsitsipas, che sembra il più potenzialmente completo tra i tre, potrebbe non completare quel suo percorso di crescita fisica e rimanere un’incompiuta alla Gasquet. Oppure Khachanov potrebbe ripetutamente prenderli a martellate con il suo dritto di pietra. O magari sarà Felix Auger Aliassime, il 2000 canadese come Shapovalov, a mandarli in pensione prima ancora che possiamo accorgercene. Non lo sappiamo. Eppure la sensazione è che il futuro del tennis sia in mani saldissime.


Nasce ad Avezzano nell’estate del 1996 e inizia a parlare di sport con l’ostetrica. Quando lavora legge Hornby, mentre nel tempo libero beve birra e studia Giurisprudenza alla Luiss in quel di Roma, dove vive da tre anni. Crede fermamente che Fabio Fognini un giorno vincerà il Roland Garros.