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Andrea Pirlo durante Italia-Malta.
, 1 Agosto 2018

Il mito del regista


L'evoluzione di questo ruolo ha seguito di pari passo quella di tutto il gioco.

L'associazione mentale tra il ruolo di regista e l'immagine di Andrea Pirlo è probabilmente la più immediata nella mente di chi lo ha visto giocare. Non c'è molto da sorprendersi visto che, probabilmente, è il giocatore a cui si è legata indissolubilmente l'etichetta di questo ruolo: tecnicamente sublime, con un passo molto cadenzato ma che probabilmente sarebbe capace di calciare un pallone attraverso una cascata senza fargli prendere neanche una goccia d'acqua. Vedere in campo Pirlo ha sempre regalato ai tifosi una sensazione di tranquillità senza eguali: la certezza quasi matematica che difficilmente qualcuno avrebbe potuto toglierli palla, soprattutto in una zona del campo nevralgica. Purtroppo difficilmente vedremo altri giocatori come lui, quindi dovremo farcene una ragione, intanto solo lui e pochi altri possono dire di essere il termine di riferimento in un certo ruolo.

Comprendere il senso di un ruolo così vitale e le cui giocate non sono sempre evidenti. Già solo la presenza di un compagno invece che due cambia radicalmente l'approccio al ruolo. Muovendoci verso un calcio più intenso è abbastanza facile trovare giocatori in cui l'identità di costruzione e di distruzione della manovra possano confluire nello stesso giocatore come possono essere stati Rodri e Fernandinho per il Manchester City o Sergio Busquets per il Barcellona.

A livello storico, il ruolo ibrido tra distruttore e costruttore era presentato come "metodista", da uno dei due sistemi di gioco - il metodo, appunto - più conosciuti e diffusi negli anni '30. In questo, la figura storica per definizione è quella dell'italo-argentino Luis Monti, che gestiva al tempo stesso sia compiti di marcatura, in genere sul centravanti, che di prima impostazione anche se, va detto, la prima impostazione dei tempi era molto diversa - e molto più diretta - di come la concepiamo adesso.

Trovare una corrispondenza odierna a un ruolo così specifico è difficile: il compito di marcatura è sfumato gradualmente in compiti di supporto alla fase di non possesso, che possono essere la copertura delle linee di passaggio o i raddoppi sul portatore di palla. La forma più simile, volendo forzare un anacronismo, è rappresentata dall'evoluzione di John Stones, che oscilla tra un secondo mediano durante la costruzione della manovra e un centrale nelle fasi di non possesso.

John Stones si dispone in linea con Rodri, staccandosi dalla posizione di difensore centrale che occupa in non possesso.

L'evoluzione del calcio nel corso degli anni e, soprattutto, l'impiego più costante e diffuso del pressing hanno fatto sì che la figura del regista ricadesse su giocatori sempre meno propensi a errori - in questo vediamo centrocampisti come Rodri avere percentuali di successo dei passaggi oltre il 90% - e sempre più lucidi nella gestione del pallone sotto pressione. A subirne le conseguenze è la creatività delle giocate, che gradualmente sta andando in secondo piano in quei ruoli.

Possiamo quasi dire che l'interpretazione odierna del ruolo di regista si pone come una sintesi storica tra la figura storica del metodista, molto in voga in Europa e quella del volante, tradizionalmente sudamericana e che prende il nome proprio dal primo interprete di questo ruolo, l'argentino Carlos Volante. Il volante si può associare a una figura più elegante del gioco e forse proprio Pirlo ne ha incarnato meglio la sua espressione grazie alla sua eleganza con il pallone e a un lavoro senza palla meno ossessivo.

La figura di Busquets rappresenta la sintesi perfetta a livello storico: un giocatore i cui compiti con il pallone sono diventati sempre più semplici ed essenziali ma la cui presenza in fase di non possesso diventa cruciale per mantenere in piedi l'impalcatura di gioco del Barcellona. Il centrocampista catalano ha rappresentato per un decennio l'eccellenza assoluta del ruolo, tracciando un riferimento tecnico su cui si sono poi innestate evoluzioni successive e che a lungo non è mai stato pienamente compreso dal pubblico. Il suo lavoro, però, è stato a lungo vitale per consentire una circolazione efficace del pallone in prima costruzione e anche per modulare i ritmi della stessa gara: giocando a uno, due o più tocchi, Busquets ha impresso alla partita la velocità che più desiderava. In questo si ritrovano benissimo la celebre frase di Vicente del Bosque: "Se guardi la partita non vedi Busquets ma se guardi Busquets vedi tutta la partita".

Comunque, anche Busquets è una sorta di unicorno del ruolo e non è un caso che negli anni abbiamo visto registi evoluti sempre di più verso un'interpretazione più ampia e meno eccellente nei singoli aspetti del ruolo. Se già guardiamo a Rodri, che di Busquets è l'erede materiale nella Spagna e spirituale nella formazione con Guardiola, abbiamo scritto che: "È una macchina da numeri: un giocatore che tocca centinaia di palloni a partita e ne perde, nelle giornate meno brillanti, quattro o cinque. Da due anni è uno dei migliori passatori della Premier League e tra questi è regolarmente uno di quelli che fanno avanzare di più il pallone. Allo spagnolo Pep ha richiesto un lavoro senza palla cruciale per tenere ordinato il Manchester City, sfruttando forse anche la formazione avuta da Rodri nell’Atletico Madrid di Simeone, dove la fase di non possesso viene vissuta come una guerra tribale".

Rodri, però, è un giocatore che alle geometrie raffinate e alla guerra tribale affianca una presenza negli ultimi metri che Busquets non ha mai avuto. Il fatto che questa lo abbia reso decisivo anche in una finale di Champions League ci spiega bene come l'evoluzione di un ruolo come quello del regista si mostri sempre più cruciale nel calcio moderno.

A un regista odierno non si chiede più solo il passaggio visionario in verticale. Forse è anche per questo che non abbiamo più visto giocatori con lo stile di Andrea Pirlo. Al tempo stesso, però, ai giocatori è richiesta un'intelligenza tattica sempre più raffinata, specie evolvendo verso un gioco i cui ritmi e la cui intensità crescono costantemente. Che sia un movimento che mira ad applicare una copertura preventiva o un fallo tattico quando una situazione in non possesso è stata gestita male o non è riuscita pienamente nel suo intento, a chi presidia quella zona di campo è richiesta un'attenzione e una continuità mentale estenuanti.

Insomma, con il passare degli anni la difficoltà materiale delle giocate per un regista si è probabilmente ridotta ma al tempo stesso è aumentata la difficoltà mentale. Proprio Guardiola, che davanti alla difesa ha giocato a lungo, ha detto che: “La cosa più importante per un mediano è essere stabile: 7, 8, 7, 8. Fare una partita da 10 e poi una da 2 o 3 non va bene”. Si intuisce che, per un mediano di una sua squadra, il carico di pressioni diventa enorme, vista la difficoltà nel mantenersi uniformi nel rendimento di settimana in settimana, soprattutto in contesti che spesso sono disegnati per impedirgli di performare al suo meglio.

Se vogliamo trovare qualcosa di comparabile allo stile più old school forse è più opportuno sconfinare nel calcio femminile e guardare Keira Walsh, uno degli ultimi baluardi di un modo di interpretare il ruolo quasi come una macchina spara-palloni, studiando la situazione e lanciando anche per cinquanta metri dei palloni che sembrano cadere come piume proprio nel punto ideale per le sue compagne. Il suo modo di concepire il ruolo è quasi anacronistico. Di lei, Damiano Primativo ha scritto che: "Tolta la tendenza a verticalizzare e prendersi rischi, lo stile di gioco “poco inglese” di Walsh [...] si nota nella sua tecnica di tocco, nel senso per l’ordine con cui muove il pallone sul corto e detta i tempi attraverso il possesso. In fase difensiva si affida più agli intercetti e alle letture che non ai contrasti spettacolari".

Anche in Italia, l'idea del regista a-la-Pirlo è forse passata in secondo piano. Dopo il suo ritiro dalla nazionale abbiamo visto De Rossi, che era nato come una mezzala ma che si è allungato la carriera di almeno 5/6 anni scalando al centro, prendere il suo posto. Dopo di lui abbiamo visto Jorginho, un altro computer capace di processare informazioni e giocare a due tocchi come se da questo dipendesse la sua vita ma mai con una verticalità pienamente insistita. Ora stiamo cominciando a vedere l'esplosione di Nicolò Rovella, un giocatore capace di far progredire il pallone come ne abbiamo visti pochi in Italia, capace di unire le giocate più essenziali a colpi di qualità più appariscenti, come i suoi lanci in diagonale che regalano sistematicamente decine di metri al Monza di Palladino.

Con il passare degli anni, inoltre, il concetto di ruolo associato a una posizione geografica è declinato velocemente verso quello associato a una serie di compiti in campo. In Inghilterra, dove la posizione di regista davanti alla difesa non è mai stata pienamente interiorizzata, abbiamo cominciato a vedere un gran numero di falsi terzini - ossia esterni portati dentro il campo - ad agevolare l'uscita del pallone. Trent Alexander-Arnold, in questo, è forse il primo maestro pienamente prodotto dalle scuole calcio britanniche.

Se nel Liverpool vediamo un mediano come Fabinho - orientato soprattutto alla copertura degli spazi e delle linee di passaggio e con una rete di passaggi iper-essenziale - agire da lone six è perché Klopp può investire pienamente sulle qualità dei suoi compagni di reparto per avere un'uscita migliore del pallone. Non è un caso che il periodo più brillante del suo Liverpool sia spesso coinciso con la presenza di una mezzala di possesso delle qualità di Thiago Alcantara, capace di far progredire il pallone in modo brillante.

Con il declino di Thiago, però, Klopp ha trovato la soluzione in un giocatore che regista non era. Utilizzando Alexander-Arnold in una posizione più stretta in campo, il Liverpool ha riguadagnato un giocatore in più nella prima costruzione ma, soprattutto, ha guadagnato un giocatore dalla qualità di calcio straripante. Per rendere una stima basti pensare che Alexander-Arnold è stabilmente tra i difensori che fanno avanzare di più il pallone ma anche uno dei migliori assistman d'Europa.

Scorrendo in questa carrellata di nomi una delle osservazioni che più lasciano stupiti è che, spesso, chi è finito a giocare da regista non è nato in quel ruolo. Se di Pirlo ci ricordiamo le difficoltà nel ruolo di trequartista e l'illuminazione di Carlo Mazzone di portarlo davanti alla difesa, per Stones e Alexander-Arnold abbiamo visto delle evoluzioni ancora diverse, con giocatori già eccellenti in altri ruoli trasformati in centrocampisti d'élite senza neanche calpestare quelle zone di campo per tutta la partita. Per molti aspetti, il ruolo del regista ha subito trasformazioni continue che hanno incarnato quelle del gioco stesso, in cui i ruoli sono diventati gradualmente più intercambiabili fino a essere sostituiti da funzioni più che da posizioni.

Il fatto che oggi parliamo di registi d'élite come di centrocampisti con un gioco minimale, che hanno ancora la capacità di colpire una mela su un albero a cinquanta metri ma che a quella qualità fanno molto meno ricorso, ci dice molto sull'evoluzione che il gioco del calcio ha avuto. Il mito del regista, probabilmente, risiede proprio nella sua continua capacità di evolvere e cambiare volto.


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