Interventi a gamba tesa

Cuba, fiebre Mundial


A calle Ánimas una ragazza compra ventilatori rotti. Lo annuncia in pieno stile cubano, gridando per la strada. Mi perdo tra i vicoli fatiscenti di Centro Habana, guidata dalla telecronaca di un Brasile – Messico che risuona dalle case. Di civico in civico: stop di petto, cross delizioso, si apre un varco sulla destra. Le porte delle abitazioni sono aperte, spalancate al mondo in una continuità che confonde sfera pubblica e privata. Vecchia flâneur, scruto i signori che sprofondano nelle poltrone, al buio, illuminati flebilmente dagli schermi dei televisori a tubo catodico. In ogni casa splende un rettangolo verde.


Un ragazzo è steso sul fresco del pavimento, beve una limonata e se la prende con l’arbitro.

Fa un caldo insopportabile e trovo riparo in una delle numerose bettole che trasmettono l’incontro. Unica donna, decido di affrontare l’universo maschile sfoderando sofisticate considerazioni sulla prematura eliminazione dell’Argentina. “Ma no, il problema degli argentini è che perdono subito la testa!”. La cabeza. A ridimensionare le mie riflessioni tecnico tattiche è Daniel, un muratore dell’Habana Vieja. Tifa Brasile perché è il più forte, anche se il Messico, ammette, è dietro casa. Il bar è affollato, sono gli spalti caraibici: insulti fragorosi e grasse risate, due dita di rum, qualcuna di più. La lingua si fa slang, una filastrocca cantata dal vento e al sapor di tabacco.

Durante l’intervallo, quando gli amici di Daniel si accorgono che sono italiana, intavolano un discorso sulla mancata qualificazione azzurra. “Diglielo all’Italia, noi la tifiamo, ma senza catenaccio!”. Mentre ricordano Del Piero e Totti, sono chiamata a dirimere una polemica su presunti natali italiani di Zidane. Saluto i ragazzi mentre l’inizio del secondo tempo segna una nuova sfida tra le urla del cronista e i motivi reggaeton, incontrastati padroni della strada.

È da settimane che i mondiali impazzano per Cuba, anche se Cuba ai mondiali non c’è. Ma un giorno c’è stata, mi giura il signore che vende avocado in fondo a calle Virtudes. L’unica partecipazione risale alla terza edizione della coppa del mondo. Era 1938, in Europa fermentavano passioni belligeranti, la Seconda Guerra Mondiale era alle porte. Fu il torneo dei grandi assenti: tra Cina e Giappone era conflitto aperto, in Spagna imperversava la guerra civile, l’Austria era stata assorbita dal terzo Reich nazista. La FIFA assegnò alla Francia l’organizzazione di una coppa che sarebbe spettata per regola all’America Latina. L’evento fu boicottato per protesta da nazionali come Argentina, Uruguay, Messico. Dato lo spazio vacante e prima ancora di rendersene conto, un’improvvisata formazione caraibica si trovò a bordo di un intercontinentale diretta a Toulouse, senza aver mai disputato la fase di qualificazione.

Agli uomini di José Tapia toccò subito la Romania. 120 minuti di gioco e un rocambolesco 3 a 3. Il ritorno segnò la vittoria cubana, che passò ai quarti. I sogni latini andarono in frantumi quando i centravanti svedesi insaccarono la rete otto volte. Fu l’Italia di Pozzo ad aggiudicarsi quel cupo mondiale, l’unico che Cuba ricordi.

Boato. Rete del Brasile, un ragazzo con la maglia di Neymar bacia la fidanzata. Scatto qualche foto, il macellaio esibisce lo stemma del Barcellona tatuato sul braccio. I cubani amano la Liga, trasmessa ogni settimana dalla televisione pubblica. Il tifo è completamente polarizzato tra le due big spagnole. Rogelio, ottant’anni suonati, nota come nelle strade ci siano sempre più palloni e meno mazze da baseball, segno di come anche lo sport viva un momento di transizione. Ma per ora non ci sono strutture adeguate, né organizzazione. Alla fermata di una guagua, l’autobus, un signore lamenta di quanto i cubani corrano come matti tra polvere e asfalto, senza conoscere la tecnica.

E allora il calcio qui è più una febbre, tutta latina, che impazza caotica per i vicoli.

Allo scadere, sigillo definitivo del Brasile. Guardo il replay del goal attraverso la vetrina di un bar. All’esterno del locale sono in generosa compagnia. Si accenna un ballo, oggi Cuba è brasileira.

Sono stanca e mi avvio verso casa, ma quando accanto a Plaza del Cristo due capitani improvvisati fanno la conta per la scelta delle squadre, decido che un’altra partita mi attende. Sotto il sole cocente i piedi pesano tonnellate. Qualcuno gioca in ciabatte. Le due formazioni rispecchiano fedi contrapposte: da una parte i giovani Ronaldo, dall’altra i piccoli Messi. Il tifo a Cuba è essenziale, ridotto alle icone del tempo. Rispetto ai campetti sotto casa mia, pochi virtuosismi e tanti lanci lunghi. Alla fine di un incontro più gridato che giocato, mi trovo circondata dai ragazzi. Mi chiedono una foto di gruppo. Mentre si mettono in posa e si prendono in giro, domando che ne sarà della loro nazionale di calcio. Torneremo ai mondiali, mi assicura Tomàs. Scatto la foto, cresceranno. Mi piace pensare di aver avuto in anteprima la formazione che sarà fra qualche tempo. Cuba mundial, cent’anni dopo. In una fotografia, le memorie del futuro.

Testo e foto a cura di Carla Oppo


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