Interventi a gamba tesa

Uruguay uguale mina vagante


La storia del calcio racconta fatti inequivocabili: quando quel gioco inventato dagli inglesi a metà del XIX secolo lasciò i confini britannici, trasformandosi nello sport più popolare al mondo, i veri maestri erano gli imbattibili campioni dell’Uruguay, un Paese con appena due milioni di abitanti che fu il primo capace di dettare legge a livello globale.


Come e perché questo avvenne è tanto misterioso quanto affascinante: il football arriva nei pressi di Montevideo grazie ai primi immigrati provenienti dalla Gran Bretagna, i cui figli continuano a praticare gli sport tradizionali anche oltreoceano nelle scuole private a loro dedicate. Si tratta di club elitari, aperti soltanto a chi può vantare antenati britannici, ma tutto cambia grazie all’intervento di William Leslie Poole. Laureatosi a Cambridge, giunto a Montevideo come insegnante d’inglese per la prestigiosa English High School, Poole viene conquistato dal fervore di un Paese in piena crescita economica e decisamente moderno per gli standard dell’epoca: l’Uruguay a cavallo tra il XIX e il XX secolo è un modello per gli stati confinanti, ha un forte incremento demografico e accoglie immigrati provenienti da tutte le parti del mondo.

Tra questi continuano a essere preponderanti i britannici, che raggiungono il Sudamerica per lavorare alle varie infrastrutture sempre più necessarie per il progresso: tra questi abbiamo John “Juan” Harley, ingegnere ferroviario scozzese che quando raggiunge il Paese, all’alba del ‘900, trova un calcio praticato ancora secondo gli antichi dettami del “calcia e corri”. Non che gli uruguaiani se la cavino male in questo: popolo tenace e combattivo, grazie a Poole hanno visto il football aprirsi anche a loro e sono stati immediatamente capaci di imporsi, creando eroi di grande spessore come ad esempio i fratelli Amilcar, Bolivar e Carlos Cespedes. Stelle del Nacional, club sorto proprio per fungere da ispirazione ai giovani uruguaiani contro l’iniziale dominio dei britannici, sono loro i primi idoli del calcio a Montevideo e dintorni prima di morire precocemente per via del vaiolo.

John “Juan” Harley (credits to www.uomonelpallone.it)

Harley lavora sul Rio de la Plata ed è entrato a far parte del Ferro Carril Oeste, il club dei ferrovieri sulla sponda argentina del fiume che spesso sfidano i colleghi uruguaiani del CURCC, il Central Uruguay Railway Cricket Club che poi si trasformerà nel Penarol. In un gioco ancora primitivo, fatto di spinte e lanci lunghi, colpisce tutti per la qualità con cui agisce come centromediano, ispirando la manovra come un regista moderno. Nonostante inizialmente questo stile di gioco sia tutt’altro che redditizio in Uruguay riescono a capire che questo sarà il football del futuro: Harley attraversa il fiume e diventa il primo grande idolo e ispiratore della squadra che dominerà il mondo.

Il resto della storia è senz’altro più conosciuto: la febbre del calcio cresce a dismisura, la Celeste domina prima il Sudamerica – anche grazie all’apporto dei primi calciatori di colore, discendenti degli schiavi africani fuggiti a Montevideo dal Brasile – e poi il mondo conquistando l’oro alle Olimpiadi del 1924 e del 1928, le prime a prevedere un torneo calcistico con selezioni nazionali provenienti da tutto il mondo. L’Uruguay organizza la prima edizione dei Mondiali e la vince, costruendo un tempio del football come il Centenario e riempiendolo fino all’ultimo posto in occasione della finale contro l’Argentina. Salta le edizioni del 1934 e del 1938 per protesta contro gli europei, colpevoli di averli snobbati, quindi si ripresenta nel 1950 e realizza l’impresa del Maracanazo, mentre nell’edizione successiva in Svizzera cade soltanto contro la Grande Ungheria al termine di quella che molti considerano ancora oggi la più bella partita di calcio mai giocata.

«A sole tre persone è bastato un gesto per far tacere il Maracanã: Frank Sinatra, papa Giovanni Paolo II e io» cit. Alcides Ghiggia.

Poi arriva l’inevitabile flessione: se tanto è stato scritto e tanto ci sarebbe da scrivere sugli anni d’oro del calcio in Uruguay – il suicidio in campo di Abdon Porte, lo stupore generato dal primo “colored” Isabelino Gradìn, il carisma unico di campioni come “la meraviglia nera” Andrade, Nasazzi e Varela, la classe infinita di Scarone, Castro, Schiaffino e Ghiggia solo per fare alcuni nomi – dagli anni ’60 in poi l’Uruguay non riesce a restare al top del calcio mondiale. Continuano a nascere dei veri campioni, ci mancherebbe, ma manca sempre qualcosa: il calcio si è modernizzato, e per un Paese così piccolo è sempre più difficile competere.

Tuttavia l’Uruguay, fedele alla caratteristica che sempre lo ha contraddistinto nella storia, non molla mai. Conosce periodi di profondo declino, questo è vero, ma riesce sempre a tornare a buoni livelli, espressione di un popolo che numericamente è insignificante rispetto ai confinanti Argentina e Brasile, ma che vive il calcio con la stessa passione e la stessa intensità. Quella che si presenta in Russia è una delle squadre più forti che la Celeste ha potuto schierare negli ultimi trenta o quarant’anni, e anche se è impensabile poter ripetere i fasti di inizio ‘900 possiamo essere certi del fatto che l’Uruguay, nella partita secca, sarà un cliente difficile per chiunque, un vero e proprio outsider che potrà contare, e non è cosa da poco, su una delle più forti coppie d’attacco al mondo.

Modulo e stile di gioco

Saranno infatti Edinson Cavani e Luis Suarez le stelle della Celeste in Russia: bomber rinomati, hanno caratteristiche per certi versi simili ma per altri straordinariamente complementari e che li rendono imprevedibili e scomodi anche per i più forti reparti arretrati sulla piazza. Anche il resto della squadra si attesta su un buon livello, con una difesa potente e estremamente pericolosa in occasione dei calci piazzati: capitan Godin e Jimenez sono degli specialisti nel gioco aereo, oltre a vantare una grande intesa frutto degli anni passati insieme nell’Atletico Madrid. Interessanti anche i terzini: a destra dovremmo avere Guillermo Varela, ex-talento che ha fallito l’impatto con il calcio europeo sia nel Manchester United che nelle giovanili del Real Madrid ma che oggi sembra rinato dopo essere tornato al Penarol, a sinistra invece quel Diego Laxalt che nel Genoa è cresciuto sempre più e che adesso sembra pronto per un nuovo salto di qualità dopo quello fallito anni fa all’Inter.

In porta la Celeste schiererà ancora Fernando Muslera, portiere che abbiamo visto all’opera in Italia dal 2007 al 2011 con la maglia della Lazio e che mostrò di essere capace di tutto e del suo contrario, alternando gravi amnesie a parate davvero straordinarie: si tratta comunque di un buon portiere, uno dei tanti giocatori d’esperienza su cui potrà contare il CT Tabarez, in carica dal 2006 e vera e propria icona del calcio in Uruguay.

Muslera in Uruguay è un vero e proprio idolo.

Altro giocatore esperto è “El Cebolla” Cristian Rodriguez, oltre 100 presenze in Nazionale e e un’esperienza decennale in Europa prima del ritorno a casa, al Penarol, avvenuto nel 2017. Come con Muslera, anche con Rodriguez capita di avere la percezione di un’età avanzatissima, figlia del fatto che si tratta di due giocatori di cui si è parlato fin da giovanissimi: in realtà entrambi hanno poco più di trent’anni, e nel caso di Rodriguez questo garantirà ancora quella fisicità per cui è famoso tanto quanto la classe, posseduta in grandi dosi anche dal suo compagno in Nazionale sulla linea della trequarti: Gaston Ramirez, talento dalla difficile collocazione tattica e protagonista di troppe pause ma dotato di una tecnica individuale di primissimo livello. Esploso in Italia al Bologna, ha fallito l’impatto con la Premier League anche a causa degli infortuni e di un ritmo di gioco un po’ troppo compassato: adesso sta provando a rinascere alla Sampdoria alternando alti e bassi, ma le sue caratteristiche unice – e diciamolo pure, la mancanza di alternative più affidabili – gli dovrebbero garantire almeno inizialmente la fiducia di Tabarez.

Ramirez e Rodriguez dovranno essere coperti da un centrocampo abile nelle due fasi di gioco e soprattutto robusto, capace di recuperare il pallone. In questo ruolo l’Uruguay ha sempre prodotto buoni giocatori, e non fanno eccezione Matias Vecino e Lucas Torreira, il primo consacratosi prima alla Fiorentina e poi all’Inter come centrocampista di livello e il secondo che nella Sampdoria si è imposto come uno dei migliori nel ruolo in tutta la Serie A e che già sembra pronto per realtà più importanti.

Punti di forza

Un vecchio saggio del calcio, senz’altro troppo semplicistico, sostiene che al di là degli schemi l’importante è avere chi segna e chi evita i gol: nel primo caso l’Uruguay non dovrebbe avere problemi, potendo contare su due tra gli attaccanti più forti in circolazione come Suarez e Cavani. E anche non avendo in Muslera un portiere eccezionale, la coppia difensiva formata da Godin e Jimenez è estremamente affidabile e affiatata, soprattutto con il baricentro basso tipico della Celeste.

La squadra è nel complesso molto equilibrata a livello di valori, potendo unire classe e forza fisica, resistenza e tenacia. Gli uruguaiani sono noti per non mollare mai e per non avere paura di niente e di nessuno, oltre che per l’abitudine ad esaltarsi quando la sfida sembra impossibile. Queste caratteristiche, in un Mondiale, potrebbero essere determinanti lungo il percorso.

Punti deboli

A ben guardare molto, forse troppo, dipenderà dalle lune di Ramirez e Rodriguez, giocatori che per un verso o per l’altro sono assai lontani dal calcio che conta e che non fanno della continuità il loro marchio di fabbrica. Dato che anche le alternative rappresentate da Pereiro e Lodeiro sono tutt’altro che affidabili, ecco che la squadra potrebbe trovarsi davvero in grande difficoltà nell’imbastire una manovra di attacco convincente, non riuscendo dunque ad armare le bocche da fuoco su cui può contare in attacco.

Altro limite è la profondità della rosa: in difesa Tabarez può contare su Coates e il versatile Caceres, a centrocampo potrebbe scoprire le qualità ancora tutte da vedere davvero di Bentancur, ma per il resto l’Uruguay non presenta sulla carta una rosa con così tante alternative. Inoltre alcuni giocatori come Vecino, Rodriguez e Suarez, veri punti di forza della selezione, hanno mostrato già in passato di avere qualche limite nervoso e caratteriale.

E se proprio Bentancur si rilevasse una delle rivelazioni Mondiale?

Uomo-chiave

Forse è scontato dirlo, ma l’uomo-chiave finirà per essere Edinson Cavani, che potrà dividersi il compito di segnare con Luis Suarez ma che più di quest’ultimo sarà chiamato a svolgere il fondamentale lavoro di raccordo tra centrocampo e attacco oltre a quel pressing furioso che è sempre stato nelle sue corde. Se il bomber del PSG sarà ai massimi livelli ecco che l’Uruguay sarà davvero un cliente difficile per chiunque; viceversa la squadra potrebbe perdere molto in efficacia.

Ci piace pensare che la palla non sia entrata, perchè lo sforzo disumano di Edinson andava premiato.

L’aneddoto/Curiosità

Pur avendo vinto due edizioni dei Mondiali (1930 e 1950) lo stemma dell’Uruguay presenta quattro stelle: la Celeste si attribuisce infatti anche i trionfi alle Olimpiadi del 1924 e del 1928, dato che questi tornei sono stati riconosciuti dalla FIFA come “Mondiali per dilettanti”.

Avendo saltato le edizioni di Italia 1934 e di Francia 1938 come rivalsa in seguito alla risicata partecipazione delle selezioni europee in occasione del primo torneo organizzato in casa propria, e avendo trionfato anche nel quarto torneo del 1950 in Brasile, l’Uruguay è rimasto imbattuto ai Mondiali dal 1930 al 1954, quando cadde in semifinale contro l’Ungheria.

Con i suoi tre milioni e mezzo di abitanti l’Uruguay è il Paese più piccolo ad aver vinto il Mondiale: soltanto sei Paesi con una popolazione così ridotta si sono qualificati alla più importante rassegna calcistica nella storia, e cioè Irlanda del Nord, Galles, Islanda, Slovenia, Giamaica e Trinidad & Tobago.

Il pronostico

Superare il girone A dovrebbe essere ampiamente alla portata degli uomini di Tabarez, che dovranno vedersela con i padroni di casa della Russia e con due realtà modeste come Arabia Saudita ed Egitto. Se il raggiungimento degli ottavi di finale appare scontato, ecco che qui, quando incontrerà presumibilmente una tra Spagna e Portogallo, il cammino della Celeste potrebbe interrompersi. L’Uruguay sarà una outsider a Russia 2018, ruolo che ha praticamente sempre ricoperto escludendo la prima edizione del 1930. Nella partita secca però, se in giornata, Cavani e compagni potrebbero risultare clienti difficili per chiunque.

A cura di Simone Cola


La redazione di Sportellate.it nasce in un attico riminese nell'estate del 2012. Oggi è la voce di una trentina di ragazzacci da tutta Italia. Non ama prendersi troppo sul serio.