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, 2 Giugno 2018

Australia: il difficile salto dei Socceroos


Arrivata in extremis in Russia, staccando a novembre uno degli ultimi due pass messi in palio dagli spareggi interzona ai danni dell'Honduras, l'Australia arriva a giocarsi il quinto mondiale della sua storia (il quarto consecutivo) con non pochi problemi e ancor meno certezze.


La nazionale australiana infatti ha visto pian piano andar via tutta la generazione d'oro, quella di Kewell e Viduka e guidata da Guus Hiddink che nel 2006 ha dato filo da torcere agli azzurri, che l'hanno poi spuntata come tutti sanno solo grazie a un rigore piuttosto generoso trasformato da Totti.

I bei vecchi tempi andati...

https://youtu.be/viVqhzcjQSQ

Il cambio generazionale ha donato agli Aussies un gruppo composto da un discreto numero di giocatori interessanti ma nessun vero campione, che sul campo in questi anni ha portato a risultati sportivi decisamente bipolari: se da un lato la squadra è riuscita addirittura a laurearsi campione d'Asia (dal 2006 infatti la FFA non è più affiliata all'OFC ma all'AFC) solo tre anni fa, la qualificazione a questa coppa del mondo è stata più che mai problematica, avvenuta solo attraverso il superamento di due spareggi contro Siria (che durante il percorso di qualificazione è assorta a squadra-simpatia, a causa della sua difficile storia) e Honduras, in quanto l'accesso diretto è stato appannaggio di Giappone e Arabia Saudita che hanno preceduto l'Australia nel girone di qualificazione.

Modulo e Stile di gioco

Abbozzare un'idea sull'Australia che vedremo in Russia è quantomai difficile, visto che la guida tecnica della squadra, l'olandese Bert Van Marwijk, si è insediato sulla panchina dei Socceroos (una crasi, poco riuscita in verità, fra soccer e kangaroos con cui è conosciuta la selezione australiana) soltanto a gennaio scorso, subentrando al dimissionario Postecoglou, avendo a disposizione poco più di una manciata di amichevoli per testare la squadra.
Tre, massimo quattro le certezze: Ryan (ex Bruges e Valencia ora al Brighton) fra i pali, la meteora interista Saintsbury al centro della difesa, il capitano Jedinak nel cuore del centrocampo e l'intramontabile Tim Cahill, ultimo superstite della golden generation del football australiano, lì davanti.

A parte queste però, l'Australia è un rebus di difficile soluzione, a partire innanzitutto dal modulo: dal 3-4-2-1 visto durante le qualificazioni, con il quale gli aussies miravano a creare densità in mezzo al campo formando un quadrato con i mediani come vertici bassi a far da frangifrutti davanti alla difesa e i trequartisti come vertici alti a far da raccordo fra i primi e l'unica punta davanti, con Van Marwijk si è passati, nelle amichevoli giocate a marzo contro Norvegia e Colombia, al 4-2-3-1, modulo caro al mister con il quale schierò a suo tempo anche l'Olanda finalista otto anni fa in Sudafrica.

Il cambiamento radicale nel modo di mettersi in campo non ha però cambiato di molto la sostanza, se quello che si richiedeva a Van Marwijk era di  aumentare la qualità e la capacità di variare lo spartito tattico (a difesa del tecnico olandese va detto che, a differenza di otto anni fa, non ha di certo a disposizione fuoriclasse assoluti all'apice della propria carriera come Robben, Sneijder e Van Persie): il nuovo schieramento ha sì il merito di occupare meglio il campo, garantendo quella protezione sulle fasce che inevitabilmente prima veniva a mancare, ma al contempo non ha di fatto alterato le caratteristiche peculiari della squadra, e di conseguenza i suoi pregi e difetti.

L'Australia infatti resta una squadra scarsamente dotata di talento nella zona centrale del campo, con giocatori non propriamente a loro agio col pallone fra i piedi: né Jedinak (principalmente un mediano di rottura), né Mooy (una buonissima mezzala che però più che dell'abilità palleggio fa della forza atletica e del tempismo negli inserimenti i suoi punti di forza) né tantomeno Rogic (trequartista del Celtic dai piedi anche buoni ma abituato a giocare negli ultimi 20-25 metri di campo più che a impostare il gioco a metà campo) infatti sono calciatori adatti per sfruttare il palleggio per vie centrali. Per cui, nonostante il modulo consenta un gioco più compassato e ragionato, l'Australia resta maggiormente a suo agio concedendo agli avversari il pallino del gioco per poi colpirli di rimessa, sfruttando la capacità dei suoi giocatori nel giocare in verticale verso le ali (specialmente Leckie), le quali partono larghissime per arrivare sul fondo e cercare di buttare il pallone in mezzo, il più delle volte attraverso il cross per sfruttare il colpo di testa micidiale di Cahill.

Una squadra con una spiccata tensione verticale: Mooy per Leckie che sul fondo vede arrivare Rogic a rimorchio che per poco non fa goal

https://gph.is/2smsBEC

L'impronta di Van Marwijk, proveniente dalla scuola di pensiero tipica del calcio oranje, si nota maggiormente nel modo in cui l'Australia interpreta la fase difensiva: i socceroos infatti tengono una linea molto alta, che consente loro di tenere la squadra molto corta e di provare a mettere in fuorigioco gli attaccanti avversari.

Il punto di riferimento della linea difensiva è però sempre il pallone: qui contro la Colombia i sudamericani sono in possesso e la difesa aussie è molto alta, ma è in veloce fase di ripiegamento in quanto ci troviamo in evidente situazione di palla scoperta.

Neppure qui però la squadra è esente da criticità: difendere con una linea molto alta, se da un lato offre numerosi vantaggi, dall'altro espone la squadra difendente ad altrettanti rischi, come ad esempio quello di lasciare molto campo alle proprie spalle a disposizione degli avversari in caso di errori nel far scattare la trappola del fuorigioco, lavoro che richiede una concentrazione e un sincronismo costanti che, nelle varie fasi della partita, possono andar persi. Né Saintsbury né Degenek sono dei fulmini di guerra (per usare un eufemismo), e questo può rappresentare un problema quando si deve difendere con tanto campo alle proprie spalle da proteggere.

In una sola azione tutti i difetti dell'Australia: il filtrante mette facilmente fuori gioco il difensore, troppo lento per contrastare l'ala, mentre al centro la marcatura non è attenta e Borja ha un'occasione molto ghiotta per battere a rete.

L'impressione dunque è che l'Australia, per quanto sia tutto sommato messa bene in campo e in questo modo provi a darsi una buona organizzazione che riesca a esaltarne i pregi e mascherarne i difetti, questi prima o poi vengono a galla: in particolare i gialloverdi vanno in grossa difficoltà quando la differenza dei valori in campo è sfacciatamente a favore dell'avversario, non riuscendo né a essere incisiva in attacco - a causa anche del suo registro di gioco il più delle volte monotono e di facile lettura - né tantomeno a difendersi efficacemente con costanza dagli attacchi avversari nell'arco dell'intero match. 
Se la tensione non è sempre ai massimi livelli insomma, l'Australia rischia di venire costantemente sopraffatta.

Anche dal confronto con la Norvegia, non certo appartenente all'élite del calcio internazionale, l'Australia ne è uscita con le ossa rotte: gli avversari hanno messo in mostra tutti i difetti dei socceroos, insinuando più di un dubbio sullo stato di salute della squadra in vista della kermesse mondiale.

Uomo chiave

Chi se non lui? Tim Cahill è in assoluto l'uomo copertina di questa squadra. Lui infatti è una vera leggenda per il calcio australiano: miglior goleador della nazionale (50 reti), secondo nella classifica delle presenze (-5 dalla vetta), autore del primo gol dei Socceroos in coppa del mondo (diventato poco dopo una doppietta), capace di andare a segno in tutte le rassegne iridate a cui a preso parte, più volte decisivo anche durante l'ultimo torneo di qualificazione affrontato dagli aussies.

Senza il fiuto del gol di Cahill (in particolare di testa, dove sfrutta il suo tempismo nello stacco, specialità della quale è un esecutore di livello assoluto) probabilmente l'Australia non ce l'avrebbe mai fatta a qualificarsi

Ora, alla soglia della sua quarta partecipazione in coppa del mondo (che lo fa entrare in un club ristretto del quale fanno parte nomi che hanno fatto la storia del calcio), il 38enne originario delle Samoa si assume il gravoso compito di caricarsi sulle spalle le speranze e le ambizioni di tutto il calcio australiano, indicare alla nuova generazione la via giusta da seguire e perché no rincorrere soddisfazioni personali - come un gol che gli permetterebbe di essere uno dei 4 giocatori ad aver segnato in 4 diverse edizioni del mondiale (i 3 titolari di questa impresa per ora sono Pelé, Uwe Seeler e Miroslav Klose) - e di squadra. Ovvero quella qualificazione agli ottavi di finale alla quale il capitano australiano crede fortemente.

Pronostico

Se Cahill, da capitano e stella della squadra qual è, ha il dovere di credere in un'impresa che avrebbe del clamoroso, realisticamente le speranze dell'Australia sono appese a un filo: la dea bendata infatti non è stata propriamente generosa nei confronti degli uomini di Van Marwijk, inserendoli in un girone tostissimo che metterà il vaso di coccio Australia in mezzo a vasi di ferro di nome Francia, Danimarca e Perù. Se i francesi sono ovviamente di altra categoria, anche i discendenti di vichinghi e incas sembrano più pronti all'appuntamento iridato rispetto ai gialloverdi.

Certo, la speranza è l'ultima a morire, e la storia del calcio (e nello specifico dei mondiali) è come ben sappiamo piena di sorprese e colpi di scena impronosticabili alla vigilia, ma la squadra australiana ha poco altro oltre a un clamoroso colpo di scena in cui sperare per non dover prendere la strada di casa dopo la prima fase.

Insomma i mondiali russi saranno più che l'altro un'occasione per la squadra di far bella figura contro avversari di calibro superiore; per i calciatori più promettenti di mettersi in vetrina per attirare le attenzioni di quale club europeo che possa impreziosire la loro carriera, e per il capitano Cahill di entrare ancor di più nella storia della coppa del mondo.


 

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