Interventi a gamba tesa

Le “Aquile bianche” sono un punto interrogativo


“Per la prima volta nella storia dell’umanità, a intervalli regolari e a orari fissi, milioni di individui si sistemano davanti al loro televisore domestico per assistere e, nel senso pieno del termine, partecipare alla celebrazione dello stesso rituale”. Con cinica sagacia e lungimiranza, già nel 1982, l’antropologo francese Marc Augè rifletteva sul più popolare fra gli sport di massa, il quale mostrava – già trent’anni fa – confini sempre meno labili con il mondo dello spettacolo e sfociava, così, in una sorta di primordiale fenomeno religioso. Quale evento, se non il Mondiale, accomuna e unisce – in senso fisico e figurato – giovani e meno giovani, patiti e meno patiti, mamme, nonne, zie e bambini. Il countdown verso Russia 2018 è – finalmente – partito ed il girone E, esclusa la formazione verdeòro possibile vincitrice del gruppo e destinata ad arrivare fra le big-four della competizione, si prospetta sulla carta come uno dei più equilibrati. A giocarsi un possibile secondo posto vi sono Svizzera, Costa Rica e Serbia, squadra su cui sorge un grande punto interrogativo.


Tadic inventa, Mitrovic finalizza.

Le ‘Aquile bianche, seppur provengano da un periodo intricato e controverso, ritornano a giocare la Coppa del Mondo dopo otto anni di assenza – in cui hanno cambiato altrettanti commissari tecnici -, intervallati dalla debacle del 2014, sotto la guida di Siniša Mihajlović e dalle mancate qualificazioni agli Europei polacco-ucraini del 2012 e francesi del 2016. In entrambi i casi la Nazionale Serba si è ritrovata al centro di grandi polemiche che hanno evidenziato l’impuro connubio fra pallone, politica ed ultrà. Nell’ottobre del 2010, allo Stadio Ferraris di Genova, la Serbia avrebbe dovuto affrontare l’Italia in una gara di qualificazione agli Europei 2012, ma gli ultrà serbi, poco prima del fischio d’inizio, iniziarono a scagliare fumogeni verso il terreno di gioco, rompendo una rete di protezione ed alcune vetrate. In una situazione paradossale, l’arbitro rinviò l’inizio della gara, mentre il capitano Dejan Stanković tentava di calmare i propri tifosi, guidati dal celeberrimo Ivan Bogdanov, in arte ‘Ivan il terribile’. Il match ebbe inizio ma durò solo sei minuti a causa di altri fumogeni lanciati in campo. L’UEFA decise così di punire la Serbia con la sconfitta a tavolino per 3-0. Tale risultato compromise la qualificazione e fece sì che la Nazionale Serba arrivò terza nel girone, dietro all’Italia e all’Estonia.

Quattro anni più tardi, invece, la Serbia incontrò l’Albania allo Stadion Partizana di Belgrado, ma qualche minuto prima dell’intervallo l’arbitro sospese la gara a seguito del volo sul terreno di gioco di un drone con una bandiera nazionalista albanese. Il difensore serbo Stefan Mitrović la strappò e ne seguì un parapiglia generale con lancio di petardi, fumogeni e invasione di campo da parte della tifoseria serba, fino alla definitiva sospensione dell’incontro per motivi di sicurezza. Inizialmente l’UEFA accordò alla Serbia la vittoria 3-0 a tavolino sull’Albania, ma la sanzionò con tre punti di penalizzazione nel girone. Il 10 luglio 2015, però, il Tribunale Arbitrale dello Sport ribaltò la sentenza, penalizzando la Serbia di sei punti e accordando all’Albania la vittoria a tavolino per 3-0, compromettendo nuovamente la qualificazione al campionato europeo di Francia 2016.

Il caotico passaggio del testimone, da Muslin a Krstajić

“Il Brasile è secondo nel ranking, la Svizzera sesta, la Costa Rica venticinquesima e noi trentaquattresimi. Questo dice tutto, no? Però non andremo al Mondiale con la bandiera bianca. Anzi: daremo il massimo in ogni partita e cercheremo di lasciare un’ottima impressione a tutti. Abbiamo ambizioni e faremo di tutto per raggiungerle. Frasi di rito per Mladen Krstajić che, conscio della sua rosa, acquieta gli animi e tiene basse le aspettative. Ma in cuor suo spera di poter essere la vera sorpresa del girone. Il neo ct della Serbia è in carica da sole due gare, dopo l’esonero a fine ottobre del suo predecessore Slavoljub Muslin che aveva conquistato, con la vittoria per 1-0 ai danni della Georgia, il pass per Russia 2018. L’ex tecnico dello Standard Liegi è stato al centro di un’animosa polemica con la Federazione Serba, la quale, dopo la rescissione del contratto, ha precisato che alla base del cambio tecnico vi erano le inspiegabili non-convocazioni di Veljković e Radonjić, ma soprattutto della stellina laziale Milinković-Savić che – quasi certamente – quest’estate lascerà la capitale. L’FSS ha deciso di tutelarsi per non rischiare che i tre potessero indossare la maglia di un’altra Nazionale nel giro di pochi mesi e, dopo aver inseguito vanamente il sogno ‘Piksi’ Stojkovic, ha ripiegato, appunto, su Krstajić, vice di Muslin.

Gruppo E, in tre per un posto

La Serbia, sorteggiata come squadra di quarta fascia, farà parte del gruppo E e si giocherà il passaggio del turno con Svizzera e Costa Rica. Gli elvetici, dopo aver chiuso il girone di qualificazione al secondo posto, a tre punti dal Portogallo, hanno avuto la meglio agli spareggi dell’Irlanda del Nord, vincendo oltremanica 0-1 e pareggiando con un sofferto risultato ad occhiale al ritorno. La formazione allenata dall’ex Lazio Vladimir Petković è una squadra molto quadrata ed ostica e può vantare una discreta rosa che le ha permesso, nelle ultime due apparizioni internazionali (Brasile 2014 e Francia 2016), di superare in entrambi i casi i gironi, naufragando, però, agli ottavi di finale. ‘Los ticos’, invece, si sono qualificati come secondi nella zona Concacaf e furono una delle sorprese dello scorso campionato Mondiale, sfiorando le semifinali. I sudamericani vinsero il girone D con sette punti e spedirono a casa, tra l’incredulità generale, Italia ed Inghilterra. La formazione dell’allora ct Pinto superò agli ottavi, dopo un’emozionante roulette di rigori, la Grecia, legittimando l’attuale portiere del Real Madrid Keylor Navas come uno dei migliori estremi difensori della competizione. La favola costaricense, però, ebbe fine ai quarti, anche questa volta ai calci di rigori, per mano degli Orange di Van Gaal.

La rosa

Le ‘Aquile bianchedispongono di una rosa estremamente interessante, un mix equilibrato di calciatori esperti e giovani talenti, desiderosi di misurarsi in una competizione internazionale, sotto gli occhi e i riflettori del mondo intero. Entro il 4 giugno la lista dovrà essere ridotta a 23 giocatori (dai 27 pre-convocati) ed i più quotati per l’esclusione sono Aleksandar Jovanović, Uros Spajić, Nemanja Maksimović e Nemanja Radonjić. Tra i selezionati dal ct Krstajić figurano quattro ‘italiani’, tra cui i romani Aleksandar Kolarov e Sergej Milinković-Savić, il torinista Adem Ljajić ed il duttile difensore viola Nikola Milenković. Ad essi si aggiunge una vecchia conoscenza del calcio italiano, Matija Nastasić, attualmente allo Schalke 04 ma passato anch’egli da Firenze negli anni in cui Pantaleo Corvino aveva creato un filo diretto con Belgrado ed i Balcani. La rosa può contare su calciatori che militano nei primi cinque campionati europei ed annovera, oltre ai già citati, istituzioni serbe che hanno superato gli -enta e che portano in dote una considerevole dose di esperienza. Fra i pali, sicuro del posto vi è il trentacinquenne Vladimir Stojković, difeso dall’ex Chelsea Branislav Ivanović, da Duško Tošić – appena trasferitosi al Guangzhou – e Antonio Rukavina. Sulla linea mediana la qualità fusa alla quantità del Red Devils Nemanja Matić e l’abilità tattica di Luka Milivojević fanno da padroni. Detto ciò, sarà senza dubbio interessante valutare il tortuoso percorso di crescita delle stelline classe ‘96 Marko Grujić e Andrija Živković, rispettivamente di proprietà del Liverpool (ma in prestito al Cardiff) e del Benfica. Il pacco centrocampisti può contare anche su Mijat Gaćinović, interessante centrocampista moderno che – assieme all’attaccante classe  ’97 Luka Jović – ha conquistato qualche settimana fa la DFB-Pokal con la maglia dell’Eintracht Francoforte, superando inaspettatamente in finale il Bayern Monaco di Heynckes. In avanti, il ct Krstajić può contare sull’estro mancino di Dušan Tadić, sublime assist-man dei Saints, sulla velocità di Filip Kostić, appena retrocesso con l’Amburgo e del discontinuo finalizzatore Aleksandar Mitrović che dopo due anni e mezzo di Newcastle, a gennaio è stato girato in prestito ai Cottagers, con cui ha vinto la finale play-off di Championship.

Lungolinea di Ivanovic, magia di Kostic, assist di Tadic, gol di Mitrovic. Sembra tutto troppo semplice.

Il selezionatore serbo ha disputato solamente due amichevoli da quando si è insediato sulla panchina, mettendo a referto una vittoria (2-0) con la Nigeria ed una sconfitta di misura (1-2) col Marocco. In entrambi i casi l’ex difensore di Partizan e Schalke ha sostituito il 3-4-3 di Muslin, schierando un più offensivo 4-2-3-1, in cui l’esperienza della linea difensiva e la qualità della diga centrale avevano il compito di sopperire alla creatività intermittente e vezzosa dei tenori offensivi. Le due amichevoli, disputate a marzo 2018, possono essere plausibili indicatori della formazione che scenderà in campo ai Mondiali. In entrambe le gare, però, non era disponibile l’oggetto della discordia Milinković-Savić per problemi fisici e, data l’importanza che riveste per il tecnico – e per la FSS – e per valorizzarne al meglio le doti, il modulo potrebbe virare verso un 4-3-3 o, addirittura, assomigliare a quello inizialmente adottato da Muslin ed utilizzato da Simone Inzaghi.

La Serbia dispone di una rosa fascinosa, arcigna e sfacciata, che mescola esperienza a spensieratezza, fisicità a qualità e che non andrà certamente in Russia per una passerella. Tra i punti di forza della nazionale Serba vi è la robustezza e l’esperienza dell’ossatura centrale, mixate alla fantasia ed alla velocità del reparto offensivo ed al perpetuo apporto sulla corsia mancina del neo-capitano Kolarov, proveniente da una nemmeno troppo sorprendente stagione vissuta all’ombra del Colosseo. Non sono da sottovalutare le situazioni da palla inattiva, dato che gli ex Jugoslavi possiedono centimetri ed ottimi saltatori e più volte hanno raggiunto il gol in circostanze simili nei match di qualificazione. Direttamente proporzionale alla fisicità dei calciatori serbi vi è, sicuramente, la lentezza della linea difensiva, spesso in difficoltà quando c’è da correre all’indietro, sommata a qualche sbavatura di troppo, sia in fase di non possesso che di impostazione.

Un’occasione di rilancio

Il calcio serbo proviene da anni bui, in cui la Nazionale maggiore ha più volte mancato la qualificazione alle competizioni internazionali ed è stata al centro di diatribe concernenti – anche – questioni extra-calcistiche. In parallelo, la Superliga Serba ha subìto un netto declino, con squadre (tra cui spicca la Stella Rossa, per anni fiorente vivaio dei Balcani) colme di debiti che hanno fatto sì che il FIFPro, il sindacato mondiale dei giocatori, ha bollato come indesiderata la destinazione europea. Il motivo è chiaro da subito: secondo l’associazione, in Serbia ci sono le peggiori condizioni per coltivare la professione. Ma, come un fulmine a ciel sereno, la fiammata c’è stata nel 2015, quando la Nazionale Under-20 ha vinto il Mondiale di categoria, superando, nella finale di Auckland, il più quotato Brasile di Gabriel Jesus. Di quella rosa ben sei calciatori siederanno sull’aereo di Krstajić e, dopo l’incredibile vittoria del Mondiale, sono stati oggetto di una vera e propria smobilitazione verso i migliori campionati europei, naturale conseguenza (e consueto obiettivo) di buona parte dei calciatori balcanici.

Il Mondiale della Serbia ruota attorno ad un grande punto interrogativo che può diventare un’occasione di rilancio per tutto il movimento. La curiosità, intrisa di esoterismo, verso i 23 di Krstajić alimenta qualsiasi speranza di raggiungere gli ottavi, miglior risultato raggiunto nel 1998, quando ancora portavano il nome di Jugoslavia. Il ct è ambizioso. I suoi calciatori anche. Chissà se quel punto interrogativo non possa trasformarsi in esclamativo.


Giuseppe Santoro, 23 anni e al secondo anno di Laurea Magistrale in Comunicazione pubblica e d'impresa a Bologna. Tifo e patisco per il mio Taranto, amo il calcio palla a terra, stimo Giampaolo, venero Sarri, impazzisco per Pep Guardiola. Leggo di tattica ed in pomeriggi di nulla guarderei persino partite di Prima Categoria. Mi addormento sognando che, un giorno, non troppo remoto, qualche matto mi retribuisca, dandomi la possibilità di unire una passione ad una malattia. La prima è scrivere, la seconda il calcio.