Interventi a gamba tesa

Di schemi di calcio e basket, di Allegri e Adani


“Puoi scrivere tutto. Anzi, sono contento che questo nostro dialogo vada a beneficio anche di altri, oltre noi due. È stato piacevole e soprattutto fecondo. Ne usciamo entrambi con qualcosa di più rispetto a quello che avevamo prima singolarmente, e questo ormai è diventato un attributo molto raro nei dialoghi di qualsiasi sorta e forma. Dunque, più che bene. Ti chiedo solo di non rivelare la mia identità. In fondo, certamente non sono conosciuto al grande pubblico. Dunque, per parte tua, il concept e la qualità del pezzo non ne risentirebbero. Per parte mia, mi eviti d’incappare in qualche buca da social. Sai com’è? Non vorrei trovarmi nel mezzo di qualche saloon virtuale, dove volano tavolini, bicchieri, bottiglie. Ho proprio tutte le intenzioni di evitarmela certa roba, così come ho tutte le intenzioni di evitarmi le scazzottate vere, ma se proprio deve succedere, in una scazzottata vera mi ci troverei comunque più a mio agio.”


Ho certamente ascoltato l’imprevista raccomandazione del mio interlocutore mal celando la sorpresa sul mio viso, prima che egli mi strappasse, alla fine, il sorriso. Dunque ho ribattuto: “se me lo chiedi, non posso che acconsentire. Anche se non credo affatto ci sia questo rischio. Non mi pare tu mi abbia detto, o ci siamo detti, cose né straordinarie né che possano toccare personalmente qualcuno. Inoltre come dovrei fare? Devo assolutamente dire che sei un ex cestista, che ha avuto modo anche di toccare parquet nient’affatto periferici nel basket nostrano, come…”

“Mettila così” – mi ha interrotto prontamente – “…hai parlato con uno che ha avuto modo di vivere da una discreta vicinanza alcune fasi di una squadra, allora denominata Carpisa Napoli, che nella sua massima espressione ha vinto una Coppa Italia. Senza neanche dire se io giocassi nelle giovanili o fossi effettivamente aggregato al roster, altrimenti potrebbe risultare facile risalire a me. Non è per la qualità o per i contenuti del nostro discorso, è per la natura degli argomenti trattati. È un tema che abbiamo affrontato proprio tra di noi, poco fa. C’è troppa esasperazione in giro, troppa attenzione, troppe code di paglia e pure un pizzico di fanatismo. Io poi sono napoletano, come tu ben sai. Di questi tempi, se non sei abbastanza intransigente con l’opposta sponda, è un attimo e rischi addirittura di passare per collaborazionista…”

Una vittoria storica.

Era il tardo pomeriggio, eravamo a piedi, lungo la stradina che costeggia l’area archeologica di Paestum, e il nostro dialogo si era appena concluso. Rendere conto di questa coda del nostro dialogo mi è parso non meno importante e doveroso rispetto al resto, alla carne del nostro discorso. Lui un po’ scherzava, nella sua tipica attitudine canzonatoria, ma il concetto fatico a non trovarlo significativo. L’esasperazione emotiva e addirittura esistenziale, in taluni casi, effettivamente esiste. E finisce per inquinare non solo il dibattito intorno al calcio (sui social, in tv, o qualunque canale cui preferiate riferirvi), ma pure la passione che questo benedetto sport ha sempre suscitato e, in qualche modo, continua a suscitare. Purché, a un certo punto, tutti ci si dia un po’ una calmata. Altrimenti la passione, per quanto intensa, rischia davvero di andare a farsi maledire.

Detto questo, ora vengo a quella che, poco sopra, ho impropriamente definito carne. Inter-Juve si era giocata la sera prima. Un incalcolabile e insostenibile numero di parole erano già state scaricate addosso alla partita e tra tutte queste parole a me erano rimaste impresse quelle che si erano tirate contro Allegri e Adani. Prima o poi doveva succedere. Ero rimasto lì, ad aspettare l’intervista, quasi presentendo il momento topico. Al livornese puoi dire tutto, ma non che sia uno che tradisce le attese. Difatti non le ha tradite neanche questa volta. Per me sono state quelle, tra tutte le altre, le parole che valeva la pena sentire. Da qualsiasi parte della barricata uno si sentisse o avesse deciso di stare, l’essenza della sfida risiedeva lì, in quello scontro ideologico più o meno degnamente rappresentato da quello scambio di battute. Dunque, il giorno dopo, trovandomi in compagnia di uno che a basket ci ha giocato, come potevo non ritornare lì? Provando ad entrare meglio nelle pieghe della questione, provando a dirimere la controversia. Quello che ne è venuto fuori lo pongo a vostro beneficio. Il neretto e corsivo lo utilizzo per le parti in cui a parlare sono io, altrimenti a parlare è il nostro anonimo amico.

Per chi si fosse perso la diatriba.


Dunque lo hai visto Allegri a Sky? Hai sentito il suo riferimento al basket? Come tu sai, a me il basket piace, ma non l’ho mai giocato. Da spettatore posso essermi fatto una mia idea, ma mi riesce difficile calarmi nel contesto. Quando la palla scotta e quando un unico tiro può decidere tutto. Nel basket a volte succede così, più spesso di quanto risulti naturale pensare.

Certo. Ho visto il video dell’intervista e ho sentito tutto. Certo anche rispetto al fatto che nel basket a volte succede così. Quando è l’ultimo tiro a decidere se ne accorgono tutti. Ma non sempre si tratta di un tiro. A volte è comunque una giocata a decidere una partita, ma non si tratta di un tiro. A volte è una giocata difensiva, un tuffo sul parquet, una rimessa. O anche una serie di giocate. A volte è persino un atteggiamento. Di squadra o individuale. Insomma la faccenda è complessa, ma il tema non credo sia un confronto tra calcio e basket. Anche perché il discorso sarebbe parecchio lungo e articolato.

Esattamente. Partiamo innanzitutto dal senso di quello che intendeva dire Allegri. Che, ovviamente, non era che nel basket né tantomeno nel calcio gli schemi servono a nulla. Il concetto era che ciò che risulta realmente decisivo non sono gli schemi, ma quello che riesce a fare chi in un caso la palla ce l’ha in mano e chi, nell’altro caso, la palla ce l’ha tra i piedi.  Detta così pare una banalità, ma innanzitutto a me pare vera e poi a volte c’è necessità di ripartire dai concetti semplici, per diradare le nubi. Dopodiché la base del suo ragionamento è che, fortunatamente, in un campo di calcio più ancora che su un parquet accadono cose imprevedibili e tendenzialmente non preordinate. Che poi è anche il motivo per cui uno le partite di calcio e di basket se le guarda. Altrimenti, se gli avvenimenti seguissero un ordine di cose prestabilito, che divertimento ci sarebbe? Dunque, siccome ciò che avviene non è preordinato, bisogna tendenzialmente affidarsi a coloro che in campo le cose le creano, le fanno accadere. Che sono appunto i calciatori o i cestisti. Non è che l’allenatore non deve fare niente. Egli deve creare le condizioni affinché le qualità dei propri uomini s’integrino al meglio in un progetto di squadra, facendo in modo che le loro qualità individuali ne risultino esaltate. Io, per esempio, il ruolo dell’allenatore lo vedo esattamente così. Tu? E che mi dici del basket?

Io ti dico che il calcio lo vedo come te. Più o meno ho capito le stesse cose dal discorso di Allegri. E non credo che nel basket sia tanto diverso. Di certo non è vero quello che ha risposto Adani, dopo che Allegri se ne era già andato. Ad un certo punto Adani addirittura ha sentenziato: “ha fatto l’esempio più sbagliato, perché nel basket si fa il timeout, la lavagnetta…nel basket vincono gli schemi”. Senza offesa per nessuno, ma dire che nel basket vincono gli schemi è una puttanata bella e buona. Per fortuna che ormai i timeout sono a microfoni aperti e tutti sentono quello che si dice. I timeout, gli allenatori e gli schemi sono importanti, ci mancherebbe, ma le partite le vincono le giocate. Spesso nei timeout, sulla lavagna, si disegna lo schema per arrivare a mettere la palla in mano a colui che ti può far vincere la partita. Chi può negare che la storia del basket è scandita dai nomi dei campioni che, nelle varie epoche, hanno calcato i parquet? Pure la Carpisa Napoli, nel nostro piccolo, ha vinto la Coppa Italia perché con noi giocava Lynn Greer.

Dunque di basket, un po’, ci capisco pure io. Poi non so per quale motivo egli abbia scelto questo paragone proprio con il basket. Mi pare che lui sia un appassionato. Mi pare di ricordare che sfidasse i suoi giocatori i primi anni a Torino. In ogni caso quello che io ho detto rispetto al calcio, riferito al ruolo dell’allenatore, secondo me si può adattare perfettamente a qualsiasi sport di squadra. Negli sport individuali l’unica differenza è che non bisogna integrare niente e nessuno. Bisogna semplicemente aiutare qualcuno a rendere al massimo delle proprie capacità e qualità.

Sulla definizione di allenatore sono d’accordo. Per riuscire in questo c’è bisogno anche di riuscire ad allenare la “testa”.  Dare ad una squadra quella che viene chiamata “mentalità vincente”. Riuscire a darle quella spinta in più, che permette di crederci anche quando tutto sembra perduto, di non mollarefino all’ultimo, anche quando le gambe e tutto il corpo sembrano proprio non avercene più. Riuscire a sollecitare qualla carica nervosa, che permette comunque di continuare a spingere. Di fare quell’ultimo sforzo. Può sembrare anche questo banale, ma alla fine può contare non meno del resto. Giusto per rimanere ad ieri sera, mentre la sua squadra arrancava paurosamente e persino gli stessi tifosi juventini (ho visto la partita insieme ad amici e tra loro c’erano anche tre juventini) si erano ormai arresi alla sconfortante idea che i propri beniamini fossero ineluttabilmente scoppiati e si andasse incontro all’irreparabile, vedevo Allegri dimenarsi come un ossesso nello spazio antistante la sua panchina, continuare incessantemente, incrollabilmente a dimostrare di crederci ancora, tentando disperatamente di convincere anche la propria squadra a farlo. In campo non funzionava più quasi niente, nè dal punto di vista tattico, nè tecnico, nè innanzitutto atletico, ma la squadra si è come fatta contagiare da quella convinzione che il proprio tecnico si ostinava a voler trasmettere e che pareva razionalmente assurda. Se è finita come è finita è certamente merito della fortuna, ma secondo me è merito anche di questo. Bisogna allenare anche i nervi. Sai cosa fanno alcuni allenatori di basket, per sollecitare la reazione nervosa della propria squadra quando vedono che essa si sta arrendendo all’idea della sconfitta? Si fanno prendere per pazzi, magari solo per un attimo, inducendo l’arbitro a fischiargli contro un fallo tecnico. Si tratta di un tiro libero e possesso conseguente agli avversari, ma a volte la scarica emotiva, che può riattivare tutto, arriva anche così.

Allegri versus Pogba.


Riguardo alla scelta dell’esempio del basket, secondo me, Allegri ha provato a fare agio su qualcosa che apparteneva alla memoria recente dello spettatore. Qualche giorno fa è passata su Sky gara 5 tra Cleveland e Indiana, dove Lebron ha fatto un’altra delle sue robe spaventose, che non possono non rimanere negli occhi e nella mente di chi guarda. Prima ha piantato una stoppata mostruosa sulla testa di Oladipo e poi, prendendo palla in mano a tre secondi dalla sirena, ha esploso la formidabile bomba della vittoria. Questa storia qui, quest’ultima impresa di Lebron mi viene a tiro pure per un altro discorso. Vuoi sapere una cosa? La sua stoppata era irregolare. La palla aveva toccato lievemente il tabellone, prima che lui ve la inchiodasse con tutta la sua prepotenza. Era canestro valido. Il regolamento parla chiaro. Eppure il mondo non ha certo parlato dell’errore dell’arbitro, ha parlato della meraviglia di King James. Anche perché il suo canestro da tre sarebbe valso comunque la vittoria, anche a canestro di Indiana convalidato. Ma non è questo il punto.  La fiumana di parole che hanno investito l’Italia un attimo dopo Inter-Juve, invece, dov’è andata essenzialmente a sbattere? Orsato, i cartellini, etc etc. Tutte le componenti; tifosi, protagonisti, addetti ai lavori, stampa e tesserati tutti. Ma neanche a fine partita, tutto era cominciato a partita in corso, se non addirittura prima del fischio d’inizio. E di cosa si è parlato per almeno 10 giorni dopo una grande partita di calcio come Real-Juve? Pure in questo caso da parte di tutti e dappertutto, qui in Italia, la fazione juventina da una parte e quella anti-juventina da un’altra.

Il punto non è che i giocatori, i tifosi e gli arbitri di basket siano persone migliori e più oneste rispetto agli omologhi del calcio. E nemmeno il fatto che, giocoforza, le dinamiche di gioco rendano più influente un errore arbitrale in una partita di calcio che in una partita di basket. Il punto è che di calcio se ne parla troppo. In generale. Troppo troppo troppo. Fino a perdere il senso della misura, delle dimensioni e pure della realtà. Io la partita l’ho vista. Per 15 minuti pareva promettere pure bene. Era piuttosto equilibrata, ma la Juve è andata meritatamente in vantaggio. Poi c’è stato quel fallaccio. Prima il giallo e le proteste bianconere. Poi l’auricolare, la Var, il rosso. Le proteste, a quel punto, hanno cambiato di verso e sono diventate subbuglio. La Juve ruba etc. Sono saltati i nervi dell’Inter. Il pubblico ad un certo punto ha cominciato a urlare “ladri” e i nervi sono partiti pure alla Juventus. A quel punto, a me, è smessa di sembrare una partita di calcio ed ha cominciato ad apparirmi, appunto, una partita di nervi. Ma ne vale la pena, dico io? Non ci sarebbe più divertimento, se tutti fossero non dico meno agitati, ma almeno un po’ più riflessivi?

In questo caso non condividiamo solo un concetto, condividiamo addirittura uno stato d’animo. A me, a volte, passa la voglia. Che poi fosse almeno che si parlasse troppo di calcio. In realtà si parla e straparla anche un passo oltre lo sfinimento e nemmeno di calcio. Senza capire che il calcio è bello innanzitutto giocarlo, è bello senza dubbio guardarlo, e non è neanche brutto parlarne, tipo parlandone come ne abbiamo parlato io e te stasera.


 

Raffaele Cirillo, classe 1981, di Paestum. Fantasista di piede mancino, ma solo fino a 17 anni, rigorosamente un passo prima del professionismo. Iniziato al calcio dal pirotecnico Ezio Capuano nel settore giovanile dell’Heraion, che poi gli ispirerà anche un libro, un romanzo sul calcio intitolato "Il mondo di Eziolino". Con la stessa disposizione d’animo e la medesima aspirazione creativa con cui si disimpegnava in campo, ora il calcio lo guarda, lo interpreta e ne scrive.