Interventi a gamba tesa

Benevento, non c’è solo l’ultimo posto in classifica.


Il primo campionato dei giallorossi campani è stato un disastro, ma dietro l’ultimo posto in classifica e il record di sconfitte c’è una vicenda sportiva che vale la pena raccontare.


Ci sono molti aspetti che chi ama in maniera romantica il gioco del pallone considera. Aspetti che non hanno a che vedere con la freddezza di numeri e classifiche, con le giornate del calendario che si susseguono a ritmi vertiginosi per garantire la copertura mediatica che conviene e con le dichiarazioni più o meno azzeccate nel trambusto del dopo partita. Sono tutti quegli elementi che si sviluppano a lato del racconto calcistico di una stagione: se ne stanno seduti in panchina come fossero dei calciatori, delle riserve. Lì, mimetizzati tra le tute dei compagni di squadra, consci di non dare nell’occhio dei più ma anche consapevoli di non sfigurare nel mazzo. Sono tutti quegli avvenimenti che traspaiono dallo sguardo di che non ha mai smesso di essere bambino.

Uno di questi è la parabola del Benevento, un cammino che entra di diritto nella storia di questo sport non tanto per i risultati raggiunti ma per quello che ha saputo trasmettere. Per quell’idea di gioia permanente che ha accompagnato le partite delle Streghe giallorosse. Per quel modo di intendere il calcio che sembra tagliato su misura per essere raccontato in un film di Ken Loach. Una storia popolare con un lieto fine amaro che si intravede appena sotto la crosta dura della sconfitta. Una vicenda sportiva che è iniziata quasi un anno fa con la promozione in A, la prima per la compagine sannita, ed è proseguita con il banchetto di gala della Massima Serie tra grida di delusione ed effimeri urrà. Quella del Benevento è una marcia proseguita sempre diritta nonostante il vento contrario fosse davvero forte e gli ostacoli lungo la strada invalicabili. Incurante di ciò che le stava attorno, decisa a perseguire l’unico obiettivo possibile: regalare un sogno ai propri sostenitori che dapprima aveva la fattezza della salvezza, poi quella dell’orgoglio di chi non esce mai sconfitto nonostante il risultato.

Ma l’avventura del Benevento fino ad oggi ci ha consegnato anche piccole perle sportive che ci hanno strappato un sorriso, non di compassione o di circostanza, come si riserva ai deboli, ai perdenti, simpatici. No, il Benevento, soprattutto quello guidato da De Zerbi, ha mostrato gli artigli, ha dato tutto quel che aveva: senza timore, senza vergogna, con tutti i suoi limiti. Insegnando qualcosa anche a chi, come noi, questo sport lo guarda e basta.

Come il primo storico punto, l’emblema della tenacia di chi non ci sta a interpretare la parte della vittima sacrificale. Non era facile scuotersi dopo quattordici sconfitte consecutive che ti inchiodano a un desolante ultimo posto in classifica, facendoti passare da macchietta a fenomeno da baraccone d’Europa. Un punto arrivato nel modo più rocambolesco possibile, quasi onirico. Un colpo di testa del portiere di riserva Alberto Brignoli, un volo angelico che sigilla il due a due con il Milan del neo tecnico Gennaro Gattuso. Uno squillo inutile per l’economia del campionato ma che annuncia, qualora ci fossero dubbi, che i giallorossi non hanno mollato, sono lì a giocarsi le loro poche carte.

La prima vittoria in Serie A arriva quasi un mese più tardi, il 30 dicembre, l’ultimo turno del girone d’andata, giusto in tempo per chiudere il cerchio di un 2017 da ricordare comunque. A farne le spese quel Chievo esperto in miracoli ma che da troppo vive di rendita. Il primo gol della stagione di Massimo Coda regala un successo che sconfigge la paura che, giornata dopo giornata, era diventata una montagna, un’ossessione che imballa le gambe, incatena la mente. La paura di vincere per la prima volta in Serie A. Due episodi che mostrano come chi non si perde d’animo ha spesso ragione, anche se la ragione non porta da nessuna parte, ma è solo orgoglio, dimostrazione di coraggio.

Quel coraggio che non manca al giovane condottiero Roberto De Zerbi che ha accettato di prendere in mano una squadra spacciata e di affrontare un ambiente, inizialmente ostile e demoralizzato, dando una nuova speranza. Il suo calcio sbarazzino, di chi non ha niente da perdere, ha poco a poco rivitalizzato i sostenitori beneventani che sono tornati a sfregarsi le mani per i gol di Coda e i dribbling di Enrico Brignola, giovane innesto giunto nel mercato di riparazione. Arriva un’altra vittoria con la Samp, poi altre sconfitte pesanti, come il doppio tre a zero con Bologna e Torino, ma anche il successo con il Crotone, con la prima delle, fino ad ora, sette meraviglie di Cheick Diabaté.

Il colosso maliano ha messo in mostra doti realizzative interessanti, dimostrandosi abile anche nella fattura: il pregevole pallonetto contro il Sassuolo ne è l’emblema. Arrivato senza clamore dai modesti turchi dell’Osmanlıspor, a quasi trent’anni, Cheick si sta ritagliando un posto importante in questo scorcio di campionato, quasi volesse dire: tra gli ultimi del campionato c’è anche uno che la porta la vede bene, anzi benissimo, fortuna per voi che non è arrivato a luglio.

Le vicende personali di Diabaté e De Zerbi sono la dimostrazione che anche in situazioni complicate, con pochi mezzi a disposizione e con la buona sorte che guarda altrove, si può mettersi in luce, raccogliere qualcosa per sé, donare una soddisfazione a chi sta in piedi sulle gradinate. Perché il gioco del calcio non è solo un risultato, ma anche, almeno nella mente di chi sta scrivendo, veicolo di emozioni distillate in un giocata ben riuscita, una percussione sulla fascia che fa scrosciare gli applausi, una rete realizzata sotto gli occhi dei tifosi. Gli stessi che dopo lo zero a tre casalingo contro l’Atalanta inneggiano alla squadra quasi sapessero in anticipo che quei giocatori avrebbero sbancato San Siro solo tre giorni più tardi, giocando il secondo brutto scherzo ai rossoneri di Gattuso.

Il Benevento, dati alla mano, ha disputato un campionato fallimentare; è retrocesso sul campo, ma ha sfruttato l’unico spiraglio disponibile per farsi notare, per far parlare di sé, portare alla ribalta la sua storia che affonda le radici nel lontano 1929, anno critico per antonomasia. Ha approfittato, azzardando un paragone con il mondo degli sport motoristici, dello spazio lasciato da chi lo precedeva per effettuare una magnifica manovra di sorpasso e portarsi nelle posizioni di testa. La durata di qualche tornata, sufficiente per esaltarsi, far battere il cuore forte, ribadire ci sono, ci siamo. Ecco, forse fra tutto, questa è l’immagine più suggestiva che ci consegna il Benevento dell’ultimo posto in classifica, del record di sconfitte consecutive.

Lunga vita alle Streghe.


 

Francesco Andreose, classe 1984, veronese di nascita, milanese d’adozione. Oggi si occupa di comunicazione e social media, ma la sua vera passione è il pallone, soprattutto quello che rotola in provincia. Più bravo con la penna che con i piedi, simpatizza con i perdenti e quando può non si esime dall’essere bastian contrario. All’aridità di numeri e statistiche preferisce la descrizione di un’emozione, la narrazione di un gesto che infiamma una curva. Il tifo per l’Hellas Verona gli ha insegnato a soffrire fin da piccolo.