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, 25 Aprile 2018

Bologna tra calcio, guerra e partigiani


Un rapporto speciale.

Passeggiando per Bologna in aprile si ha la netta sensazione olfattiva, visiva e emozionale che qualcosa è accaduto tempo fa, che qualcuno, su quegli stessi ciottoli, tra quei palazzi, tra quegli angusti vicoli del centro abbia camminato, sparato, combattuto, lottato ma anche festeggiato, gioito, sognato. Di Bologna si è sempre detto, scritto e visto tanto. Quel che ha da offrire questa città te lo dà senza un minimo di compromesso, essa ti travolge con le centinaia di storie che ogni suo angolo ha intenzione di sussurrarti che sono veicolo di amore, morte, ribellione. Si possono ancora udire le voci delle radio libere e il rumore dei carri armati, gli spari, le urla degli studenti. Ma c'è anche tantissimo pallone.

Un coacervo di emozioni attraversa le spesso buie, ma non per questo più fresche, strade del centro soprattutto perché ovunque ci si giri c’è un omaggio, toponomastico o meno, a chi nelle varie primavere degli anni ’30 e ’40 cadde, spinto dall’idea che la lucida ferocia fascista e la lisergica follia nazista non potesse avere alcun tipo di cittadinanza in quel passato e nel futuro. In quegli anni questa città è stato un centro nevralgico per il calcio e per la Resistenza.

Come diceva Francesco Guccini: "Bologna è una ricca signora che fu contadina: benessere, ville, gioielli... e salami in vetrina, che sa che l'odor di miseria da mandare giù è cosa seria e vuole sentirsi sicura con quello che ha addosso, perchè sa la paura". Questo primo atto parlerà della ricchezza e della paura che nell'arco di pochi anni travolse l'intera città e la sua formidabile squadra di calcio: Il Bologna Football Club.

I due colori che compongono la casacca felsinea mi piace connotarli immaginando come il rosso possa essere quello della sua anima da sempre ribelle, combattiva, sanguigna, culinaria che, però, non può essere mai in contrapposizione con il blu del suo sangue, della sua azzardata altezzosità, del suo lignaggio civile ma, soprattutto, calcistico, perché negli anni ’30 il Bologna era quello che è universalmente conosciuto come “Lo squadrone che tremare il mondo fa”, quando, spinto soprattutto dall’allora podestà, Renato Dall’Ara ne prese saldamente le redini (1934) sino al fatal settimo scudetto del ’64.

Renato Dall'Ara, storico presidente del Bologna.

Allo stesso Dall’Ara, come noto, è intitolato lo stadio che si erge ai piedi del Colle dell’Osservanza, e dalla cui curva Bulgarelli è possibile notarne il simbolo costituito dal santuario della Madonna di San Luca. Questo, all’epoca dei fatti chiamato il Littoriale, venne completato nel 1926 per volere di Mussolini, che vedeva nello Squadrone un mezzo di propaganda formidabile. Quel giorno, però, i due colori della città emersero in tutta loro forza: per l’inaugurazione, Mussolini volle arrivare allo stadio a cavallo e gustarsi le folle tripudianti. Per quanto, dunque, volle osteggiare un blu sanguigno, non sapeva che il rosso della rivolta, e del mancato sangue versato, lo attendesse.

Come si diceva poco prima: aprile a Bologna è cruciale. E proprio in questo mese, non troppi anni prima della visita del duce, nasceva un ragazzino, Anteo Zamboni. Questo ragazzino, all’epoca dei fatti solo quindicenne, attese, nella folla, l’arrivo dal Littoriale del duce per poi sparargli senza, però, colpirlo. Ciò provocò la tremenda reazione degli sgherri dell’allora Podestà Arpinati, che lo linciarono e ne lasciarono il cadavere martoriato a pochi passi da dove avvenne il fatto: tra Via Indipendenza e Via Ugo Bassi, all’angolo di quello dove oggi sorge il Comune.

Il regime, a seguito di tale evento, irrigidì la sua già feroce violenze ma ciò non intaccò lo Squadrone che, negli anni a guida Dall’Ara giunse in cima al mondo grazie ad un elegante signore, un gentiluomo del calcio: Arpad Weisz. Sedutosi sulla panchina bolognese nel ’35, il magiaro di origine ebrea, trovò una squadra già forte, che era stata in grado di ottenere successi a livello internazionale, con la conquista della Coppa dell’Europa centrale nel 1932 e nel 1934.

Arpad Weisz, storico allenatore del Bologna.

La prima stagione a marchio magiaro (35-36) fece ritornare il tricolore sulle casacche felsinee. Il Bologna si riconfermò anche l’anno successivo, guadagnando l’accesso a uno speciale torneo ideato in occasione dell’Esposizione Universale di Parigi del 1937 che vinse imponendosi in finale contro il Chelsea, dopo aver sconfitto il Sochaux e lo Slavia Praga. Il Bologna non solo vinse, ma trionfò con il risultato finale di 4-1 grazie anche alla tripletta di un altro grande giocatore di quegli anni, Carlo Reguzzoni.

Pier Paolo Pasolini raccontò che durante una riunione di redazione della celebre rivista letteraria “Officina”, fondata da Roberto Roversi, dallo stesso Pier Paolo Pasolini e da Francesco Leonetti, scoprirono che tutti e tre la mattina del 7 giugno del 1937 avevano saltato la scuola per andare a festeggiare i giocatori del Bologna che erano di ritorno alla Stazione Centrale dopo aver vinto il giorno prima il Torneo Internazionale dell’Expo di Parigi. Nelle successive 4 stagioni il Bologna conquistò altri due scudetti ma dovette abbandonare guida tecnica. Weisz, infatti, a seguito delle promulgate leggi razziali, dovette lasciare l’Italia per l’Olanda dove, a seguito dell’invasione tedesca, venne catturato con la famiglia e deportato nel campo di concentramento di Auschwitz, dove trovò la morte. Prima, però, di questo epilogo inglorioso, come si diceva, lo Squadrone vedeva sulla stessa linea difensiva, ma, come si vedrà, non politica, due giocatori quali Dino Fiorini e Mario Pagotto.

Il primo, già in giovanissima età, arrivò in prima squadra. Elegante, belloccio, arrogante e veloce venne tradotto in un campione dal magiaro Weisz facendogli prendere il posto di quello che era l’allora titolare, nonché fresco campione del mondo, Monzeglio. Fiorini correva i 100 metri in 11 secondi netti, saltava in alto e in lungo come un atleta olimpionico. Aveva una completezza tecnica non comune, quasi ad essere un precursore di quello che sarà il ruolo di Facchetti e Maldini. Al suo fianco Mario Pagotto. Friulano, ruvido, carsico nel corpo e nello stile. Ha 24 anni e in quel Bologna immaginava di non esserne titolare ma occorrerà la sapiente mano di Weisz per trasfromarlo da timoroso e imbarazzato friulano a colonna portante dello Squadrone.

Il Bologna degli anni Trenta.

Le storie dei due iniziano a mutare ed a intraprendere percorsi totalmente differenti. Fiorini, nel campionato 38/39, gioca 7 gare mentre Pagotto è sempre più leader della difesa. La stagione successiva il bel terzino ne giocherà solo 5. Verrà falcidiato da infortuni e anche quando recupererà fisicamente appare l'ombra di sé stesso. Non farà in tempo, però, a recuperare la sua carriera che, come detto, entrarono in vigore le leggi razziali che portarono il tecnico magiaro a girovagare per l’Europa da profugo. La leggenda narra che appresa la notizia della fuga forzosa del tecnico, nonostante le sue mai celate simpatie fasciste, Fiorini abbia pianto per il suo maestro.

Le strade, però, dei due giocatori divergeranno, con lo scoppio della guerra, ancor di più. Pagotto, nel 1944 viene catturato dai tedeschi e condotto in vari campi di prigionia dove, pur di sopravvivere, giocò a calcio con altri detenuti per il sollazzo delle guardie naziste. Nello stesso anno a Bologna si inizia a sentire profumo di liberazione e Dino Fiorini, nonostante tutto, rimane fedele al duce divenendo ufficiale repubblichino. Pagotto, finalmente libero, tornerà a Bologna e riprenderà a giocare per ancora due stagioni vincendo, seppur non da protagonista come qualche anno prima, una Coppa Alta Italia nel 1946.

Sempre in quell’anno lì (1944), quando i due difensori erano alle prese con il conflitto, il Bologna continua a giocare, all'insegna dell'improvvisazione, il torneo di Divisione Nazionale. Il Littoriale non verrà più utilizzato per una partita sino al 29 Aprile 1945, venendo prima occupato dalle truppe tedesche e poi usato come ricovero per chi era rimasto senza casa a seguito dei bombardamenti alleati. In quel periodo il Bologna giocherà sempre allo Sterlino. Affronterà in semifinale i Vigili del Fuoco di La Spezia da cui verranno sconfitti e che vedrà questi ultimi giocare la finale a Milano ottenendo il famoso e contestatissimo scudetto.

Giustizia è la nostra disciplina,
Libertà è l'idea che ci avvicina,
Rosso sangue è il color della bandiera
D'Italia siam l'armata forte e fiera.
Sulle strade dal nemico assediate
Lasciammo talvolta le carni straziate.
Sentimmo l'ardor per la grande riscossa,
Sentimmo l'amor per la patria nostra

Üstmamò, Siamo i ribelli della Montagna

«All’ippodromo ci sono le corse domani». Questo il messaggio che nel tardo pomeriggio del 20 Aprile 1945 è stato ascoltato solamente da Sante Vincenzi e da Giuseppe Bentivogli ed avrebbero dovuto portarlo ai vari comandi partigiani dislocati in tutta la città pronti all’azione per liberare la città dal cappio nazifascista. Il messaggio in codice delle truppe alleate, però, non verrà mai diffuso perché entrambi verranno catturati, torturati e i loro corpi abbandonati per strada. Quella sorte che, pochi mesi prima, è stata riservata a Irma Bandiera, “Mimma” (a lei fu intitolata una brigata SAP e un GDD), per non aver tradito i propri compagni e le proprie compagne permettendone l’organizzazione e, quindi, l’arrivo a quella fatidica sera di tardo aprile. Entrambe le storie, però, sono accomunate dall’aver fatto da detonatore alla ribellione della città.

Se la federazione bolognese del PCI, il 4 settembre 1944, pubblicò un volantino clandestino nel quale si ricordava il senso del sacrificio di Irma e si incitavano i bolognesi ad intensificare la lotta contro i nazifascisti, la notte del 20 aprile i partigiani, nel buio comunicativo, passarono all’attacco agganciando il nemico in ritirata iniziando a liberare Bologna, specie nella periferia nord e nella immediata campagna.

Dovevamo riuscire a dimostrare la forza politica e militare della Resistenza nella prima grande città del nord, ricordò Giuseppe Dozza, storico sindaco di Bologna. I battaglioni “Busi” e “Pinardi” cominciarono a spostarsi verso il centro e sì sistemarono in via dei Mille. Altri reparti si concentrarono in piazza Malpighi. Da Via San Vitale si notava che i fascisti ed i tedeschi si stavano preparando ad andarsene.

L’insurrezione ebbe così inizio come moto spontaneo e lo stesso Comando di Divisione si mosse prima dell’alba. La 7ª GAP occupò il Municipio, la Questura e la Prefettura e rastrellò la città dai franchi tiratori fascisti che vi erano rimasti, mentre il grosso delle forze, verso l’una di notte, occupava la città, prendendo la via di Modena; la via Persicetana, verso Verona, e anche la Ferrarese. Verso la mezzanotte di quel 20 aprile, il distaccamento “Temporale” della 7ª GAP e la Brigata SAP Irma Bandiera avevano eliminato i presidi nazifascisti a porta Saragozza, porta Sant’Isaia e porta San Felice, impegnando combattimenti con le retroguardie tedesche e spingendosi fino a Borgo Panigale dove ebbe uno scontro molto duro. La 5ª brigata occupava porta San Vitale e presidiava il complesso ospedaliero; la 6ª e l’8ª brigata occupavano porta Zamboni e l’Università, la “Santa Justa”, porta Galliera, la Stazione, i depositi ferroviari.

La notte era caotica ma stava volgendo al termine e si respirava aria di liberazione. Appena si seppe che gli alleati stavano avvicinandosi a San Lazzaro, Corticella venne occupata con un gruppo di uomini e donne armati che tennero testa ai tedeschi che volevano attestarsi nel quartiere finché non giunsero i polacchi con i quali i tedeschi furono annientati.

L’insurrezione di Bologna spontanea era la diretta conseguenza del fatto che la città era stata una delle città italiane più colpite dalla guerra per via della sua centralità nel sistema delle comunicazioni, nonchè per la sua posizione di retrovia della Linea Gotica. Nei mesi, infatti, che precedettero la notte del 20 Aprile Bologna conobbe un duro regime di occupazione nazifascista: il freddo e la fame per la popolazione civile; i bombardamenti alleati; le rappresaglie ma anche la coraggiosa azione dei gruppi partigiani e la resistenza degli antifascisti che, da soli, si resero protagonisti di ben cinque azioni nello spazio di cinque mesi: la liberazione dei detenuti di San Giovanni in Monte ad agosto; gli attentati contro l'hotel Baglioni a settembre e ottobre e la battaglia di Porta Lame e della Bolognina a novembre. Il tributo di sangue pagato dai bolognesi fu alto: i morti civili caduti sotto i bombardamenti è stato di 2481, i partigiani caduti sono stati 2064.

La mattina del 21 aprile 1945 Bologna era libera. I reparti Alleati e dei gruppi italiani di combattimento entrarono in Bologna accolti festosamente dalla popolazione. Tra i primi  nel  centro  cittadino  i  soldati  polacchi  del  2°  Corpo, le rappresentanze dei gruppi “Friuli”, “Folgore” e “Legnano”, bersaglieri del battaglione “Goito”, gli arditi del 9° reparto e i combattenti della “Brigata Maiella”. Dalla Porta Santa Stefano giunsero gli statunitensi che si radunarono in Piazza Maggiore.

Sempre quella mattina, gruppi di uomini e donne cominciarono a deporre fiori ed affiggere foto dei loro cari in Piazza Nettuno, sul muro dove erano stati fucilati molti partigiani. Nacque così, in maniera del tutto spontanea, il Sacrario dei partigiani.

Trascorsero giorni di festa che culminarono al fu Littoriale, il 29 aprile 1945, davanti a 2500 spettatori, con la discesa sul prato verde del Bologna FC, nei cui undici si riconoscono Pagotto, Arcari e lo storico massaggiatore Ulisse Bortolotti, che sfiderà la 3° brigata fucilieri dei Carpazi. La prima divisione alleata che, otto giorni prima, era riuscita a entrare nella Bologna liberata.

Nei giorni precedenti, la statua equestre di Mussolini era stata prontamente rimossa dalla teca nella Torre Maratona e ridotta in brandelli dalla popolazione festante e ancora livida di rabbia. Il metallo che la componeva venne raccolto, fuso e usato per realizzare le due statue che oggi sono a Porta Lame raffiguranti il Partigiano e la Partigiana che, oltre ad essere una lapide commemorativa, ricorda i nomi dei caduti dello schieramento partigiano nella battaglia che vi si combattè del 7 Novembre 1944 quando si scontrarono, a seguito della “pausa” invernale dettata dal comando alleato, una parte contingenti provenienti dai distaccamenti della 7ª GAP e dall'altra forze della Repubblica Sociale Italiana e tedesche. Nonostante la superiorità di queste ultime, i partigiani riuscirono a sfuggire al progressivo accerchiamento delle proprie postazioni provocando poi numerose perdite tra le file nemiche.

Quanto accadde in quel giorno, in quei mesi, avendo avuto modo di rileggere testimonianze dirette e storie ha un grandissimo impatto emotivo perché ragazzi tra i 16 e i 20 anni scelsero la clandestinità, accettando il rischio di vedere la propria vita spezzata o di essere catturati e barbaramente torturati dal regime e dai suoi sgherri. Donne come Irma Bandiera e, con lei, tutte le staffette e le combattenti, Uomini come Sante Vincenzi e Giuseppe Bentivogli, e cono loro tutti i caduti nelle imboscate o nelle rappresaglie, persone che hanno inseguito l’ideale di una società giusta, democratica, inclusiva: antifascista. Un valore, oggi, troppo spesso vituperato e dato in pasto al rigurgito neofascista di cui ogni giorno assistiamo alle sue recrudescenze.

«Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati
- Piero Calamandrei


  • Impuro, bordellatore insaziabile, beffeggiatore, crapulone, lesto de lengua e di spada, facile al gozzoviglio. Fuggo la verità e inseguo il vizio. Ma anche difensore centrale.

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