Interventi a gamba tesa

La nuova classe media della Liga


Grazie ad una progettualità coerente e a lungo termine, Villarreal e Celta Vigo si stanno confermando, per l’ennesima stagione, come due delle realtà più moderne ed avvenieristiche di Spagna. Che possano essere questi due club il benchmark per il rinnovamento del movimento calcistico iberico?


La Liga è un campionato dove la scalata sociale non è facile. Lo strapotere economico e tecnico delle squadre di vertice è indubbio. E non mi riferisco solo al duello che si ripropone ogni anno tra Barcellona e Real Madrid, ma anche a squadre storiche come Atletico Madrid, Valencia, Athletic Bilbao e (solo più di recente) Siviglia. Sono realtà che non solo hanno dietro una storia di successi e un blasone, ma anche un ampio bacino di tifosi a supportarne le necessità finanziarie. Per metterla in termini quasi sociologici, ad una classe borghese elitaria costituita da questo piccolo nucleo di club, si contrappone un proletariato formato da realtà piccole o comunque appena emergenti. Anche qui, come nella nostra Serie A, la disparità tra queste due classi sociali è sempre più ampia: non è solo il campionato a 20 squadre, o la divisione, iniqua secondo molti, dei diritti TV, ma anche la crisi economica, che ha colpito il substrato sottostante le realtà più piccole ed operaie, contribuendo a drenarne le limitate risorse economiche e ad aumentare questo gap.

Negli ultimi anni però qualcosa sta cambiando. Dalla massa di squadre che hanno sempre osservato il cammino trionfale delle più grandi, molti club hanno optato per una inversione di tendenza. Identità tattiche chiare e definite, allenatori visionari e giocatori di culto sono gli strumenti che hanno consentito a due realtà calcistiche esemplari come Celta Vigo e Villarreal, tra gli altri, di emergere. E non si può non definirle esemplari se paragoniamo la loro storia recente alle loro origini. La squadra di Vila-Real si pone come moderno esempio di club-multinazionale, guidata da un uomo d’affari la cui ambizione va oltre il limitato bacino d’utenza su cui si basa la squadra, quello di una città di provincia di poco più di 50mila abitanti. Il club della seconda città della Galizia, il Celta, invece, è l’avanguardia calcistica della Liga. Con mezzi tecnici infinitamente inferiori agli esempi di completezza tattica a cui solitamente ci si riferisce, da anni ormai i galiziani presentano una proposta di calcio tra le più sofisticate al mondo, grazie al lavoro di due degli allenatori più sofisticati sul panorama internazionale.

Questi due club sono solo il vertice di una nuova classe media emergente che vuole abbandonare definitivamente la mediocrità, per provare a dire la propria, in maniera stabile, in un campionato ormai da troppo tempo riservato esclusivamente alle squadre di alta fascia.

Il monte ingaggi della Liga, nettamente squilibrato a favore delle 3-4 squadre di vertice. Celta e Villarreal si posizionano comunque in ottima posizione, rispetto alla maggior parte dei club di fascia inferiore.

U-Boot Villarreal

Pochi soprannomi nel mondo del calcio sono azzeccati quanto quello di Submarino Amarillo lo è per il Villarreal. E non solo per il colore giallo acceso delle divise. Dopo anni di anonimato nelle profondità delle serie minori spagnole, la squadra della Comunità Valenciana è infatti emersa silenziosamente in Liga solo nel 1998. Un risultato già da se invidiabile per il club di una città operaia di appena 50mila abitanti, conosciuta in Spagna esclusivamente per le tipiche piastrelle azzurre smaltate, gli azulejos. L’ambizione di un imprenditore valenciano, Fernando Roig (che è anche il presidente del club), va però ben oltre il semplice successo nel mercato della ceramica. Con i soldi di sponsor importanti, tra cui l’aeroporto di Castellòn, uno dei simboli della crisi economica in Spagna, vuole allestire in pochi anni una squadra che possa lottare ai vertici, e che possa fungere come veicolo d’immagine per i propri affari. Arrivano così giocatori come Robert Pirès, Juan Romàn Riquelme e Diego Forlan, che trascinano il Villarreal ad una semifinale di Champions (dopo aver eliminato l’Inter di Mancini nel 2005) e ad un secondo posto in Liga nel 2008. L’inaspettata retrocessione del 2012 arriva così come una doccia fredda, per un club di provincia che sembrava non dover più essere destinato all’anonimato. Sembra la fine per la breve storia di successo della squadra di una città troppo piccola per poter rimanere a lungo a lottare ai vertici. Non è un buon momento nemmeno per le finanze del club, viste la crisi e le conseguenti difficoltà economiche del presidente Roig, che deve cedere anche quote della propria attività secondaria (la catena di supermercati Mercadona), per ripagare i debiti della squadra. Roig sa però che il risanamento del Villarreal passa dall’immediato ritorno in Liga, che a sua volta passa tra le mani del nuovo allenatore, Marcelino.

I bei tempi andati in cui el mudo Riquelme e Diego Forlan facevano sfaceli in quel di Villarreal

Definire Marcelino Garcìa Toràl come un pragmatico è probabilmente un eufemismo. L’allenatore di Villaviciosa, un paesino delle Asturie, è famoso per riuscire ad ottenere risultati con poche risorse. E’stato così a Gijon con lo Sporting e sulle panchine di Racing Santander e Recreativo Huelva, piccole squadre di provincia, portate ai migliori risultati della propria storia. A Villareal trova subito l’ambiente perfetto per lavorare a piccoli passi su una rosa mediocre, ma con delle potenzialità.

Le idee dell’asturiano sono semplici: la chiave è la preparazione atletica, che va associata ad un sistema di gioco immediato e di facile comprensione. Si riserva subito quindi un completo controllo su qualsiasi aspetto dell’allenamento, dalla tattica fino all’alimentazione dei giocatori. La dieta ferrea riservata a tutti i giocatori, che perdono in media 3 chili a testa in un mese e mezzo dal suo arrivo, va di pari passo con l’implementazione, sul campo, di un 4-4-2 di matrice quasi sacchiana.
Più per necessità che per scelta Marcelino ha sempre avuto l’obiettivo di giocare al massimo sui difetti degli avversari, pur giocando un calcio proattivo (verticale, con poche velleità di controllo della partità), e anche a Villarreal non cambia la sua idea di calcio, adattandola alla rosa. Costruendo la squadra su una difesa solida, pur senza grandi nomi, e sulle qualità in fase di regia del canterano Bruno Soriano (uno dei migliori centrocampisti della Liga degli ultimi 10 anni) ottiene non solo la promozione diretta in Liga, ma anche un sorprendente sesto posto alla prima stagione dal ritorno in Primera. Le conferme delle due stagioni successive (un sesto e un quarto posto) sono la dimostrazione della bontà del progetto scritto a quattro mani da Marcelino e Fernando Roig: ad un core di fedelissimi, vengono aggiunti ogni sessione di mercato giovani di prospettiva (penso ad esempio a Manu Trigueros, Luciano Vietto ed Eric Bailly, rispettivamente nel 2013, 2014 e nel 2015 ), ma la concezione di gioco rimane la stessa. La verticalità, unità ad una difesa bassa, è l’idea che Marcelino inculca di più nella testa dei suoi giocatori. Quando si recupera la sfera, bisogna subito sfruttare gli spazi, evitando il più possibile un possesso perimetrale. Quello che è sorprendente è come a Villarreal, negli ultimi due anni, sia cambiato poco o niente, anche dopo le confuse dimissioni del tecnico asturiano nell’agosto 2015, dopo una presunta lite col capitano Mateo Musacchio.

La verticalità del Villarreal in tutto il suo splendore

Sia con Fran Escribà che con Javier Calleja (l’attuale allenatore), al Madrigal si può ammirare ancora lo stesso calcio visto con Marcelino. Anche perché la base della rosa non è cambiata più di tanto. Oltre ai fedelissimi Victor Ruiz e Mario Gaspar in difesa e oltre all’insostituibile Bruno a centrocampo, le novità non sono troppe, ma si fanno sentire: insieme al 21enne mediano Rodri il nome più caldo oggi è quello di Pablo Fornals, ala destra di possesso acquistata per 12 milioni dal Malaga (oggi secondo Transfermarkt ne vale già 25) e autore già di 9 assist in stagione. E non si può dire che la continuità nel progetto non stia premiando. L’anno scorso è arrivato un quinto posto in Liga, che sembra potere essere confermato quest’anno (Il Villareal è sempre quinto, anche se lontano 15 lunghezze dal Valencia quarto), grazie anche ai gol dell’ex-Milan Carlos Bacca (12 gol in stagione finora per lui) e del giovanissimo Enes Unal, punta 20enne in prestito dal City, reduce da un anno da record-breaker al Twente (18 gol in poco più di 30 apparizioni, ad appena 19 anni).

Questo è il 22enne Fornals che segna così al minuto 87, al Santiago Bernabeu. Nel caso non fosse chiaro: 22 anni, all’87esimo, al Bernabeu. Con uno scavetto.

Orgoglio Gallego

Il Celta Vigo è una squadra che, come la città che rappresenta, vive da sempre di dualismi. La strenua lotta per staccarsi dall’ingombrante ombra del ben più famoso rivale, il Deportivo La Coruna, è paragonabile agli sforzi della città stessa di abbandonare la sua anima operaia (tipicamente galiziana) di città dell’automotive e della cantieristica navale, con l’obiettivo di aprirsi definitivamente al turismo, soprattutto a seguito delle difficoltà del settore manifatturiero spagnolo post-2008. Mentre la terziarizzazione della città si scontra però con l’orgoglio operaio e le proteste sindacali, il Celta sembra ormai essere definitivamente riuscito ad eclissare i cugini del Depor e a diventare la prima squadra gallega della Liga.
I Branquiazuis (i biancoazzurri) di La Coruna sono riusciti a mantenersi sempre un passo avanti rispetto ai vicini del Celta, nonostante le vicende storiche dei due club non siano particolarmente dissimili. Entrambi hanno vissuto un primo periodo d’oro negli anni dopo il’45 e un periodo di crisi durante gli anni ’80, con un nuovo boom di successi a cavallo tra anni ’90 e ’00. L’epopea calcistica del SuperDepor infatti, che raggiunse l’apogeo nel 2004 dopo uno dei più belle sfide della storia della Champions League (contro il Milan di Ancelotti), mise del tutto in ombra i successi dell’EuroCelta di inizio millennio. Quel Celta infatti, sorretto dal talento dei due russi Mostovoi e Karpin e dalle corse di Claude Makèlèlè, ottenne quelli che ancora oggi sono i migliori risultati sportivi del club: un quarto posto nella Liga 2002/03 (con il Depor terzo) e 6 qualificazioni consecutive alle coppe europee. Tutto questo prima del nuovo baratro della retrocessione nel 2004. Tutto questo prima dell’arrivo di un certo Luis Enrique nel 2013.

L’EuroCelta si tolse comunque qualche soddisfazione, come la vittoria della coppa Intertoto nel 2000

Con Luis Enrique prima e a Eduardo Berizzo poi (arrivato nel 2014) il Celta trova la definitiva conferma in Liga, dopo un decennio di anonimato, passato soprattutto in Segunda Division. Grazie alle idee del tecnico ex-Roma, che non teme di giocare un calcio offensivo e di possesso contro chiunque, la squadra assemblata per la stagione 2013 è perfetta per assecondare l’ambizione dei tifosi del Balaìdos. L’allenatore asturiano raduna in Galizia una colonia di giocatori delle giovanili del Barca (Rafinha su tutti) e talenti inespressi (Nolito sulla trequarti e Fontàs in difesa) che sono la chiave per un nono posto impensabile ad inizio stagione, dopo la salvezza risicata dell’anno precedente.

L’importanza di Nolito per il sistema-Celta è perfettamente riassumibile in questa pigna dai 25 metri contro il Real

I successi delle ultime 3 stagioni però sono da ricondurre non solo all’inestimabile lavoro di rilancio del club operato da Luis Enrique, ma anche e soprattutto al talento del suo successore, il più strenuo adepto di Marcelo Bielsa ed ex centrale difensivo dell’EuroCelta, Eduardo Berizzo. Per il Toto, uno cresciuto a pane e bielsismo (è stato il vice del Loco durante la sua esperienza sulla panchina del Cile), il calcio del Celta di Luis Enrique è fin troppo rinunciatario. La fase di possesso è tra le migliori 5 della Liga, ma la palla si può recuperare più in alto. Molto più in alto. Come da manuale di Bielsa così tutta la squadra partecipa al pressing, a cominciare dal centravanti, l’ex-Cagliari Larrivey (per la verità mai rimpianto in Sardegna). La bontà del progetto di Berizzo, convince anche la dirigenza, che gli da fiducia nonostante 10 partite consecutive senza vittorie nell’inverno 2014. I risultati comunque non tardano ad arrivare, nonostante le difficoltà. Quello che rimane del lavoro di Luis Enrique è, come detto, una gestione del possesso che rimane ragionata, lontana dai picchi di verticalità raggiunti dal calcio di Bielsa, con la squadra che riesce addirittura a contendere il possesso al Barca (battuto 1-0 al Camp Nou nell’autunno del 2014, grazie ad un gol di Larrivey). La presenza di centrocampisti come Khron-Deli o Augusto Fernandez, che fanno della duttilità la loro dote principale, consente di accelerare e aggredire quando si difende e rallentare e ragionare quando si attacca. Il tutto senza mai perdere compattezza tra i reparti. Le idee di calcio di Berizzo sopravvivono anche al ricambio dei giocatori, su tutti la cessione di Nolito (al City), Santi Mina (al Valencia) e il ritorno del figliol prodigo Iago Aspas (probabile centravanti della nazionale spagnola in Russia). In tre anni con il tecnico argentino il Celta raggiunge un sesto posto nella Liga (nel 2015) e la semifinale di Europa League (nel 2017).

I limiti della squadra di Berizzo in fase difensiva. In ognuno dei 4 gol dell’Atletico è evidente la difficoltà di difendere alti e coprire allo stesso tempo il lato debole

Quella affidata ad Unzuè (l’ex vice di Luis Enrique) per la stagione 2017/18, dopo l’addio di Berizzo, è una squadra in rampa di lancio. La rosa è rodata, basti pensare che l’anima della difesa è ancora Andreu Fontàs, e la qualità non manca: Pione Sisto ed Emre Mor (i sostituti dei vecchi Nolito e Mina) sono esterni giovani che abbinano corsa (soprattutto il primo) e dribbling (in particolar modo il secondo), mentre a centrocampo nel ruolo di regista vecchio stile sta emergendo il talentino 23enne Lobotka, cercato a gennaio anche dall’Inter. Tutti questi giovani sono poi affiancati dall’esperienza di giocatori come l’ex-Fiorentina Roncaglia in difesa o Iago Aspas come centravanti, arrivato a 30 anni alla stagione della maturità e della consacrazione. Il lavoro di Unzuè, che non ha stravolto il sofisticato 4-2-3-1 di Berizzo, sta ripagando. Il nuovo EuroCelta è decimo, ad appena 6 punti però dal quinto posto del Siviglia di Montella, in piena zona Europa. E mentre i cugini del (molto poco) SuperDepor annaspano per l’ennesima stagione in fondo alla classifica, per il Celta sembra davvero essere arrivata la stagione della conferma.

Al destro al velluto di Stanislav Lobotka sono state affidate le chiavi del centrocampo del Celta 2017/2018

Il futuro della Liga?

Nel calcio di oggi la coerenza è qualcosa che vale molto poco. Sull’altare del risultatismo si può sacrificare l’intero progetto, pensato magari anni prima. Per questo realtà così diverse, ma allo stesso tempo così simili, come Villarreal e Celta sono da apprezzare. Sono entrambi club che hanno saputo sfruttare i momenti difficili della loro storia recente come vere e proprie finestre di opportunità, implementando una progettualità che garantisse la stabilità mancata fino ad allora. Una progettualità che, a quasi 10 anni di distanza non è cambiata. I risultati dei due club, ormai stabilmente in lotta per i posti in Europa, non sono per niente scontati: Vigo e Villarreal sono due realtà operaie. Il bacino dei tifosi è piccolo (il Madrigal è uno stadio da 25mila posti, quando gli abitanti di Vila-Real sono appena 50mila) e le disponibilità finanziarie sono limitate. Grazie ad una visione di calcio diversa, portata da allenatori moderni come Marcelino e Berizzo, sono invece riuscite ad emergere all’interno di un campionato che, erroneamente, viene sempre più identificato esclusivamente con il duopolio Barca-Real. Villarreal e Celta sono solo la punta di diamante di un movimento calcistico in ebollizione: lo sviluppo di idee di calcio nuove in Spagna sta coinvolgendo tutte quelle squadre che non possono opporsi allo strapotere economico e tecnico delle grandi. Il divario tra i top club e gli altri sta diventando sempre più ampio, ma questi ultimi stanno ritrovando in una programmazione coerente e di medio-lungo periodo una nuova forma di resistenza. Non basterebbe nemmeno il tempo per parlare ad esempio della cantera della Real Sociedad, del calcio fluido di Quique Setien al Betis o del sorprendente neopromosso Girona, tutte realtà calcistiche sulla cresta dell’onda. E’ indubbio come la rinascita della classe media del calcio spagnolo, dopo le difficoltà della crisi economica (basti pensare ai problemi economici di Racing Santander, Valencia ed Elche solo per fare tre nomi), passi da una concezione sportiva che vada oltre il singolo risultato o la singola stagione. Che questi nuovi modelli di crescita slow possano anche essere il futuro del movimento è invece ancora tutto da dimostrare. Chissà che però intanto anche qualcuno nel giardino della nostra Serie A non stia prendendo appunti.

Che il nostro movimento calcistico, al momento, di coerenza e progettualità ne avrebbe parecchio bisogno.


Studente di economia, classe '93, nato e cresciuto a Rimini. Si avvicina al calcio sin da piccolo, grazie ad un certo Roberto Baggio e ai Mondiali del 2002. Tifoso rossoblù per adozione, dopo aver vissuto per qualche anno a Bologna. Si limita a giocare a calcetto la domenica, data la poca qualità con il pallone tra i piedi, e a seguire qualsiasi campionato visibile in TV. Altre passioni: MLB, sci alpino e la settima arte.