Interventi a gamba tesa

Come passare da un fallimento, essendo Vincenzo Montella


Un gol è tutto quello che serve, per ribaltare improvvisamente un risultato, una carriera, qualsiasi verità, pure quelle che ti sembrano più sicure… a volte soffri, rimani deluso, altre volte arriva la gioia. Finché un pallone rotola, niente può essere considerato definitivo. Nessuna partita, nessun risultato, nessuna carriera.


Vincenzo Montella lo scriveva a fine giugno, nella prefazione del libro “Il mondo di Eziolino”. Io leggevo e mi crogiolavo in un discreto entusiasmo. Era stato uno dei miei calciatori preferiti. Ero ancora al liceo quando mi appassionavo alle gesta dell’aeroplanino; alle prodezze acrobatiche che riusciva a compiere con il suo sinistro, alla creatività e alla purezza stilistica delle sue giocate, alle sue intuizioni in area di rigore. Faceva gol a raffica, in tutte le maniere, ma sempre in un modo tutto suo. Per questo mi piaceva e per questo ero diventato un suo tifoso. Poi, come dice lui, il pallone era rotolato. Era diventato allenatore, fino a giungere sulla panchina della squadra per cui aveva fatto il tifo fin da bambino. In quel momento preciso, più o meno condividevamo lo stesso stato d’animo, sebbene per motivi diversi. Io proprio perché l’aeroplanino aveva scritto la prefazione al mio libro. Lui perché si imbarcava nell’avventura del nuovo Milan, con quel misterioso flusso di disponibilità finanziaria, che pareva soffiare come fosse vento in poppa.

La sua partita più epica.

Quella frase, scritta in quel momento storico, appariva come una di quelle frasi che s’inseriscono in una retorica piuttosto consolidata, giunti a certi livelli. Una di quelle cose che, quando diventi prima un campione e poi pure un allenatore di calcio, s’imparano presto, diventano un modello, uno schema a cui devi abituare a riferire il tuo mondo di pensare e di interpretare gli eventi. Un modello di pensiero che induce in un certo fatalismo, che però (quando si è stati prima campioni e poi si diventa allenatori di calcio) non risulta affatto controproducente; perché t’inclina a capire che una volta può andarti bene, una volta può andarti male, ma tu devi avere la forza di non arrenderti, di continuare. Ti dispone a trovare lo spirito per rialzarti quando cadi, e per non sederti quando vinci.

Di cose ne sono successe, di cambiamenti e di ribaltamenti ce ne sono stati, da quella fine di giugno. A Milanello l’entusiasmo iniziale è evaporato, nelle nubi del primo temporale di settembre, di quelli che puntualmente arrivano e portano via con sé l’estate. Tutto cominciò a succedere quando il Milan ne beccò 4 all’Olimpico, arrancando paurosamente contro una straripante Lazio. Era soltanto la terza giornata di campionato e i rossoneri viaggiavano a punteggio pieno. Bastò quel rovescio, perché il meccanismo autodistruttivo s’innescasse. Si era creata una bolla fatta di illusioni, di aspettative e attese gonfiate, di certezze scritte sulla sabbia, che inevitabilmente dovevano finire per scontrarsi con la realtà. Solo che, non appena la realtà aveva cominciato a bussare alla porta, tutti parevano voler barricarsi in casa. Come se, non aprendo, essa avesse potuto decidere di allontanarsi. Sono venuti fuori i dissidi interni, le incomprensioni, i processi sommari, la caccia al colpevole, i cambi di modulo. Proprio quello che avviene quando non si riesce a fare per davvero i conti con la realtà, e ci si illude di poter fregarla, provando ad aggrapparsi a qualsiasi appiglio possibile. Quasi come se si volesse pretendere di tirare il coniglio fuori dal cilindro, perché tutto cominci ad andare nel verso desiderato.

Alla fine si è arrivati a fine novembre, trascinandosi stancamente, e quella bolla è scoppiata proprio in faccia a Vincenzo, come è regolare succeda a qualsiasi allenatore. Al Milan è andata decisamente bene così. Dopo un inizio a dir poco complicato, con apici quasi drammatici, Rino Gattuso si è rivelato, a tutti gli effetti, il salvatore della patria. Ora il 4-3-3 rappresenta una certezza (manco a farlo apposta proprio il modulo che Montella aveva in mente dall’inizio) e la squadra ha tutto un altro piglio, tutto un altro stato di salute fisico, atletico e mentale. Ed esprime pure l’idea di una ben diversa compattezza e organizzazione. Merito di Gattuso, ovviamente. E merito anche di quella indispensabile manifestazione di realtà che, toccato il fondo, non si è potuto fare più proprio a meno di eludere e di rinviare. Ormai le illusioni si erano dovute per forza sgonfiare, le aspettative si erano ormai ridotte ai minimi termini e tutti hanno cominciato finalmente a pedalare, tirando fuori il meglio che avevano da tirar fuori. Non basta comunque a competere con una squadra come l’Arsenal, come si è potuto appurare in queste settimane, e non poteva certo bastare a lottare per lo scudetto, come da qualche parte si era follemente fatto balenare in estate. Di certo può bastare per infilare un importantissimo filotto in Serie A, in grado di rimettere in carreggiata la squadra per un’insperata rincorsa Champions. Se questa rincorsa si completerà, dopo essere partiti da un punto così basso, si tratterà davvero di un’impresa sportiva di alto profilo, per Rino e per i suoi uomini.

Vincenzo Montella, nel frattempo, non era certo il tipo da rimanere a guardare. C’era già scritto in quella frase, nella prefazione al mio libro. Lo si poteva capire in quella conferenza stampa a Milanello, quando egli ebbe l’ardire di citare Churcill: il successo è l’abilità di passare da un insuccesso all’altro, senza perdere entusiasmo.  Non poteva mica bastare un insuccesso professionale, per quanto fragoroso, perché egli potesse arrendersi? Né, soprattutto, perché potesse perdere il sorriso. Quel sorriso che gli si disegnava sul volto anche nei momenti milanesi più cupi e che (pure quello) aveva rappresentato un altro motivo per metterlo all’indice.

Ai tifosi milanisti, non piacerà questo elemento.

Al Milan ha fallito. Malgrado lui, per primo, avesse cominciato ad invitare alla prudenza, a richiamare a quella famigerata professione di realtà. Ormai la bolla aveva preso forma e non c’era altro verso, se non farla scoppiare. D’altronde, proprio quei suoi cambi di modulo, di uomini, di preparatori atletici, sarebbero lì a testimoniare che pure lui si fosse davvero incamminato per una strada sbagliata, al punto da non sapere più come uscirne. Animando anche il sospetto che, fin dall’inizio, non tutte le componenti siano stati precisamente orientati nella stessa direzione. In casi come questi bisogna non solo cambiare strada, ma cambiare proprio scena, magari cambiare addirittura nazione.

Ed eccolo lì ora, a Siviglia. Subentrare a Eduardo Berizzo, che era alle prese con una partita ben più importante di qualsiasi altra e che sta volgendo verso l’esito che tutti, proprio tutti, auspichiamo. Sul campo, il Siviglia, con il cambio di guida tecnica, si dibatte tra risultati deludenti, autentici rovesci nella Liga e la conquista della finale di Coppa del Re. Fino ad arrivare alla settimana scorsa, in uno dei palcoscenici più indicati per compiere un’impresa. Gli andalusi erano stati sfortunati all’andata, dove sfoderarono una grande prestazione, che avrebbe meritato ben più dello 0 a 0. All’Old Trafford, il destino si è compiuto. Vincenzo ha messo sotto scacco Josè Mourinho. Poi, per sovvertire pronostici e rovesciare una sproporzione di forza economica economica così netta, ci voleva davvero pure la mano del destino. Tipo che: togli Muriel, metti in campo Ben Yedder a venti minuti dalla fine, e questo ti infila la doppietta. Apoteosi.

A fine partita Vincenzo può sfoderare di nuovo quel sorriso, stavolta proprio nessuno può avere niente in contrario.


Raffaele Cirillo, classe 1981, di Paestum. Fantasista di piede mancino, ma solo fino a 17 anni, rigorosamente un passo prima del professionismo. Iniziato al calcio dal pirotecnico Ezio Capuano nel settore giovanile dell’Heraion, che poi gli ispirerà anche un libro, un romanzo sul calcio intitolato "Il mondo di Eziolino". Con la stessa disposizione d’animo e la medesima aspirazione creativa con cui si disimpegnava in campo, ora il calcio lo guarda, lo interpreta e ne scrive.