Interventi a gamba tesa

La vie en rouge: il 2018 è l’anno di Ducati?


Il motomondiale 2018 è appena cominciato, ma riprende subito gli equilibri visti lo scorso anno con Andrea Dovizioso e Marc Marquez ad imporre il proprio passo. Ma come ha fatto Ducati a passare dall’ombra in cui era scesa fino a qualche anno fa, ai risultati incredibili delle ultime due stagioni e, soprattutto, il 2018 può essere l’anno buono per riportare il mondiale a Borgo Panigale? Una retrospettiva sull’ultimo lustro desmodromico.


Quando nel 2011 avvenne il passaggio della Desmosedici dalle mani di Casey Stoner a quelle di Valentino Rossi, il mondo del motociclismo e dello sport in generale si ritrovò d’un tratto in apnea, a trattenere il fiato per quella che avrebbe potuto essere una delle accoppiate più epiche mai viste.

Al contrario, tuttavia, il pilota di Tavullia e il reparto corse emiliano si scoprirono inadatti a condividere lo stesso box, avviando uno dei periodi più neri dell’avventura ducatista in MotoGP. Ripensando oggi a quei momenti, con una Ducati vittoriosa, sembra di aver vissuto un incubo irreale e lontano: ma qual è stata la sveglia capace di riportare le “desmo” alla realtà odierna?

Valentino Rossi al debutto in Ducati nei test di Valencia: “La prima volta che ho guidato la Desmosedici è stato uno shock. Non avevo potuto mai provare la moto prima di firmare. Stoner era l’unico in grado di guidarla, ma andava sempre oltre il limite” dichiarerà il 46.

Il 2012 è un anno cruciale per Ducati Motor Holding S.p.A., che passa dalle mani dei precedenti proprietari (l’azienda era già stata ritirata dalla quotazione in borsa anni addietro) a quelle del gruppo Volkswagen, colosso industriale con deliri di egemonia e portafoglio a fisarmonica (ancora erano lontani anche gli scandali che colpiranno successivamente il gruppo come un fulmine a ciel sereno), la cui iniezione di capitali modificherà profondamente non soltanto la produzione di serie del marchio ma anche il reparto corse, impostando le basi per un crescita lenta ma inesorabile.

Rossi nel frattempo delude: guadagna come un faraone egizio ma anche la Ducati, nonostante le sue indicazioni e gli stravolgimenti tecnici richiesti rispetto al passato, assomiglia ad una biga dell’epoca e, quindi, il binomio in salsa italiana non si rinnova. Ed è qui che entra in scena, in sordina, un altro italiano dal nome meno altisonante ma dall’atteggiamento e dalle competenze indiscusse: Andrea Dovizioso.

Andrea nel mondiale era partito forte, vincendo un titolo con le ottavo di litro nel 2004 e lottando, in 250, con l’alieno venuto da Maiorca col numero 99 e il casco ad imitazione di un gigante Chupa Chups.

Nella classe regina però, nonostante alcune prestazioni di altissimo livello ed una buona costanza di rendimento, non esplode mai come talento e, col suo carattere poco istrionico, anche mediaticamente soffre (a tratti ingiustamente) la concorrenza di altri compatrioti.

Andrea Dovizioso vince a Silverstone nel 2009: sarà la sua unica vittoria in classe regina prima di quelle con Ducati.

Serio, pacato, con la fama di grande sviluppatore, Dovizioso e gli uomini Ducati sicuramente sanno che la strada e tanta ed assomiglia più ad un muro verticale che ad una normale salita: la moto evolve più o meno con costanza ma è qualcosa che da fuori, senza il senno di poi che è facile avere oggi e senza l’occhio critico fondamentale per il motor sport e assai difficile da sviluppare, non si coglie così bene.

Ma, poi, per lo sviluppo della GP15 Ducati cala l’asso e arruola l’ingegner Dall’Igna; andato a scuola dal Paganini del motore a due tempi, Jan Witteveen, Gigi Dall’Igna è accreditato, quantomeno dall’opinione pubblica, di alcuni importantissimi traguardi nel motorsport e, quando arriva con il suo pizzetto nei pressi di Bologna è innegabile che in valigia porti un carico di speranza per il futuro pesantissimo.

Ed arriviamo al 2016 quando la Ducati assapora di nuovo, una volta con il controverso Andrea Iannone nel GP d’Austria e una volta, in Malesia, proprio con Dovizioso, il brivido della vittoria: la moto è tornata competitiva, ma soprattutto è tornata appetibile come non lo era da anni (probabilmente proprio dall’addio di Casey Stoner).

Ducati coglie la palla al balzo: ingaggia un top rider come Jorge Lorenzo (le cui prestazioni purtroppo non si riveleranno all’altezza del suo palmares, ma questa è un’altra storia) e vede una crescita qualitativa e quantitativa nel numero di team satellite che la portano a presentarsi, nel 2017, senza alcun timore reverenziale verso le corazzate giapponesi di Honda e Yamaha.

Dall’Igna e Witteveen ai tempi d’oro: se siete nostalgici del motociclismo degli anni ’90-’00 è meglio che abbiate a portata di mano dei fazzoletti per asciugare le lacrime.

La stagione appena trascorsa è incredibile: Dovizioso riporta indietro l’orologio e ricomincia dall’ultimo anno in HRC, raccogliendo i frutti dei tanti anni passati a far crescere la “sua” Ducati. Ne vince una, due, sei; in più di una occasione lotta fino all’ultima curva con Marc Marquez, uno dei piloti più forti dell’era moderna del motociclismo e sfiora l’impresa che lo avrebbe catapultato nell’olimpo dello sport nostrano senza passare dal via: vincere il mondiale da pilota italiano, su una moto italiana.

Ora, nel 2018, Dovizioso si ripresenta in Qatar da dominatore, trionfante per un battito di ciglia proprio sul 93 della Honda che sarà, si presume, uno dei principali candidati alla vittoria finale.

Ma quali sono le prospettive per l’anno in corso? Honda ha fatto vedere di essere al vertice e forse ancora non ha nemmeno mostrato tutto il potenziale bellico del team HRC e delle sue moto; Suzuki appare in crescita, complice un Rins in una condizione fisica per ora sicuramente migliore di quella del 2017 e anche Yamaha sembra assestata su un buon livello, nonostante le frizioni tra la casa di Iwata ed il team Tech 3, per quasi un decennio pedina fondamentale dello scacchiere della casa.

Per Ducati adesso iniziano le tappe americane del mondiale, storicamente non particolarmente favorevoli ed in cui sarà importante incamerare quanti più punti possibile, anche arginando i sogni di gloria se del caso, per poi tornare a fare la parte del leone nel continente europeo, tanto nelle piste più favorevoli (Mugello, Catalogna, Austria e non solo) quanto in quelle forse più affini ad altre moto ed altri piloti (Jerez, Assen).

Fondamentale sarà però ritrovare Lorenzo: lo spagnolo, che possa stare simpatico o meno, è uno degli uomini più veloci del mondo con due ruote sotto al sedere che ha dimostrato, dopo la separazione da Valentino Rossi con cui si è aperto questo racconto, di saper portare avanti brillantemente tanto il ruolo di prima guida quanto quello di responsabile dell’ultima fase dello sviluppo in casa Yamaha, portando la moto alla vittoria di ben due titoli mondiali sotto la sua leadership, nel 2012 e nel 2015.

Ritrovarlo veloce e competitivo, insomma, sarebbe una manna per tutti: per il circus, che accusa la prestazione offuscata di un suo protagonista ormai abituale, per Ducati che ne trarrebbe indubbiamente indicazioni per crescere ancora, per Jorge ovviamente e forse anche per lo stesso Dovizioso, per cui la lotta con un compagno potrebbe essere uno stimolo ulteriore, per quanto forse non necessario.

I due piloti ufficiali Ducati nella stagione appena trascorsa e in quella attuale.

L’auspicio, come deve sempre essere nello sport, è che vinca il migliore, che nel motorsport è necessariamente il pilota certo, ma anche il mezzo meccanico e tutto ciò che vi ruota attorno all’interno del reparto corse a livello di uomini e mezzi; il capolavoro italiano, però, è più possibile che mai.


 

Andrea Antonio Carlomagno, nato a Rimini il 31 agosto 1993. Studia Giurisprudenza all'Università di Bologna, ma la sua vera passione sono i motori: dopo un'adolescenza fatta di miscela, per un certo periodo pensa di comprarsi una Harley-Davidson, poi per fortuna ritorna in sé. Oggi per lui ogni scusa è buona per lasciare i panni dell’aspirante giurista e indossare la tuta, che sia per piacere o per lavoro. Petrolhead, provocatore e avvocato del diavolo: se non lo aveste capito, meglio stargli alla larga.

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