Interventi a gamba tesa

(Utah) Jazz: qualcosa di cui parlare per fingersi interessanti


Con l’addio di Hayward in molti pensavano che i Jazz sarebbero caduti in fondo alla Western Conference (non noi che, se non avevamo predetto l’esplosione di Donovan Mitchell, eravamo pronti a vedere quelli dello Utah nella parte bassa dei Playoff). Fino a poco tempo fa qualcuno avrebbe forse consigliato a quelli di Salt Lake City di cominciare a tankare l’anima ma, dall’aver un record negativo a metà gennaio, grazie ad una serie di undici vittorie in fila, si ritrovano ora a 30 – 28, a due partite e mezzo dal quinto posto. Vediamo di capire come ci sono riusciti.


Per comprendere la stagione di Utah bisogna partire dal presupposto che, intanto, hanno avuto fino ad ora il calendario più ostico di tutta l’NBA (e che da ora in poi avranno il più facile). Oltre a questo, bisogna ricordare che Gobert, che prima di gennaio era sicuramente il giocatore più importante della squadra, è rimasto fuori dal campo per quasi metà della stagione (ha giocato 32 delle 55 partite dei suoi). E poi va beh, i Jazz non sono esattamente una di quelle squadre con cui uno giocherebbe alla Playstation, se non per dare un vantaggio ad un avversario molto più scarso.
Detto questo, i Jazz non hanno una gran fortuna da tempi immemori per quanto riguarda la salute dei loro giocatori (ad esempio, vi ricordate di Dante Exum? No? È perché è ancora rotto). L’anno scorso sono arrivati quinti ai Playoff nonostante un turnover forzato lungo tutta la stagione e l’uscita di Gobert a pochi minuti dall’inizio della serie non ha impedito loro di avanzare a spese dei Clippers. Quando questo succede è sempre merito dell’allenatore, che in questo caso è Snyder: perso Hayward a malincuore, ha preso quel che passava il convento e ha provato a fare qualche magia. Certo, Rubio, con lui, è sembrato un po’ meglio di come era a Minnesota, ma è difficile vincere una partita gestendola come se fosse Bryant; a Utah è toccato pure fare dei tentativi simili in assenza di Gobert.

A Snyder va pure il credito per la difesa di Utah, che, nonostante tutte le sconfitte subite nella prima metà della stagione, è sesta per efficienza in tutta la lega. In questo caso molto dipende dal ritorno del centrone francese (che per la stagione viaggia a 13 punti e 10 rimbalzi a sera), ma anche gli altri giocatori si sono dimostrati affidabili, su entrambi i lati del campo. Anche Crowder, sbolognato dai Cavs, ora che può tornare a fare l’ala piccola si è dimostrato almeno competente.

Ma più incredibile della resurrezione dei Jazz è che, per quanto possa ancora sembrare assurdo per qualcuno, ad oggi Ben Simmons non è più il rookie dell’anno per tutti: Donovan Mitchell sta infatti stupendo chiunque. Scelto alla tredicesima chiamata (perché questo è il Draft), l’ex Louisville sta conducendo una stagione da 20 punti, 4 rimbalzi, 4 assist e quasi 2 rubate a partite, tirando pure con il 44% dal campo.

Abbiamo già avuto modo di vedere esplosioni offensive nel corso di questa fetta di stagione, e anche esplosioni di canestri per schiacciate che non si vedevano dal primo anno di Harrison Barnes, ma questo non basterebbe ad assicurargli il trofeo, considerato l’impatto che Simmons ha sui Sixers. Però, se dopo una partenza stentata, Mitchell riuscisse a trascinare i suoi ai Playoff e Philadelphia mancasse la poste-season (scenario non così remoto, specie con l’aggiustamento di Detroit), allora sarebbe un altro discorso. In questo frangente è bene ricordare che sono quello dei Jazz è un vero rookie, poiché Simmons è rimasto fermo la stagione scorsa per una di quelle patologie fantomatiche che solo i dottoroni di Philly conoscono.

Come sempre l’ultimo quarto di stagione sarà il più carico di emozioni. Con Cousins fuori, i Pelicans sono i primi indiziati per lasciare un posto per la post-season, ma anche i Clippers traballano. A fare il tifo contro i Jazz non ci saranno solo queste due squadre, ma anche Warriors e Rockets, che eviterebbero volentieri una squadra così rognosa già al primo turno.


Luca Zaghini, nato a Cattolica il 17 gennaio 1993. Laureando in Italianistica, appassionato di linguaggio e pallacanestro: le mie giornate (ed il mio cuore) sono come un pendolo che oscilla incessantemente fra i maggiori pensatori di tutti i tempi e i più grandi ignoranti pieni di sé che abbiano mai messo piede su un parquet. Fermo oppositore dei compromessi, mi concentro solo sugli estremi della gerarchia cestistica, NBA e campionato universitario bolognese. Già redattore della pagina Deportivo la Piadéina.