Interventi a gamba tesa

Zidane e la sottile differenza tra prendersi i meriti e prendersi la responsabilità

(Photo by Helios de la Rubia/Real Madrid via Getty Images)


Questi son tempi in cui se sei un uomo di panchina e non ti metti, con una penna in mano, a riempire compulsivamente, una riga dopo l’altra, intere pagine di block notes, la gente fa una certa fatica a considerarti un allenatore degno di questo nome.


Ok, una certa credibilità la potresti riguadagnare se segui ogni singola, insignificante fase di gioco dimenandoti come un ossesso ai bordi e oltre l’area tecnica a te riservata, come se ti considerassi un direttore d’orchestra al concerto di Capodanno. O, al limite, potresti essere riconsiderato se in sala stampa o davanti a qualche microfono, riesci a produrti in qualche sproloquio para-filosofico, utilizzando termini ispirati a un presunto gergo tecnico, o coniando improvvisati neologismi, in cui alla fine non si capisce una mazza di quello che hai detto, tranne appunto il fatto che sembrerebbe una cosa difficile. Se non riesci a fare almeno una di queste cose, e se non riesci manco a sostenere cinque minuti di dialogo con Lele Adani, nei quali neanche tra voi due riuscite a capire cosa cavolo vi siete detti, se non la circostanza che tu avresti avuto un qualche piano tattico che, guarda caso, lui è riuscito benissimo a individuare, come puoi allora pretendere, oggi come oggi, che la gente riesca a considerarti un allenatore come piace a loro?

A uno come Zinedine Zidane puoi dire tutto, ma non puoi certo dire che abbia qualcuna di queste caratteristiche. Tanto più che con Lele Adani probabilmente non ci ha mai parlato. Che poi, difficilmente in Spagna esiste un omologo di Lele Adani. In più Zinedine Zidane, detto Zizou, si porta pure addosso quello che, per un allenatore contemporaneo, rappresenta quasi un peccato originale. È stato un campione straordinario, un autentico genio della pedata, si sarebbe detto una volta. Qualsiasi allenatore odierno impallidisce al suo confronto, con le scarpette ai piedi.

Ogni tanto è bene ricordare di che razza di fenomeno stiamo parlando.

Ad ogni modo, è accaduto che il francese di origine algerina sia precocemente assiso su una delle panchine più prestigiose del mondo, forse la più prestigiosa in assoluto. È chiaro che ciò non è accaduto per il suo curriculum da allenatore. Manco ce l’aveva un curriculum da allenatore. È accaduto proprio per quello che era riuscito a fare quando stava in campo, con le scarpette ai piedi. Il pregiudizio, dunque, non solo era legittimo, ma addirittura inevitabile.

Zizou era ben consapevole di portarsi dietro questa sorta di peccato originale, ma ad uno come lui la cosa non poteva proprio pesare. Chi conosce la sua storia sa che lui aveva dovuto abituarsi presto a convivere con pregiudizi ben più fastidiosi e aveva dovuto imparare altrettanto presto a non curarsene, ad andare avanti per la sua strada, accompagnato dal suo strepitoso talento come fosse il suo angelo custode. Ha sempre fatto a modo suo, Zizou, pure quando faceva il calciatore. Perché sarebbe dovuto ambiare da allenatore? Gli altri pensassero quello che vogliono. Le mode, le convenzioni, il conformismo lo seguissero loro. Lui si è messo lì, ha provato a far funzionare il proprio cervello e ha capito che quel centrocampo senza uno che aiutasse la difesa, randellasse quando ce n’era bisogno, non poteva funzionare. E così là in mezzo ci ha piazzato Casemiro, un brasiliano atipico che era capace di fare proprio quello. Poi il brasiliano è migliorato anche, diventato un gran bel centrocampista moderno. Per la verità ci aveva pensato già Benitez, a Casemiro, ma il resto della compagnia, presidente Perez compreso, non aveva gradito molto. Lo spagnolo fu indotto a ripensarci, a mettere dentro tutti i fantasisti. Il Real stava affondando e quindi era toccato a Zizou. Lui, portandosi dietro la testimonianza della sua classe immensa e il peso del suo carisma, fece in modo che tutti si convincessero più o meno della stessa cosa di cui non era riuscito a convincerli il buon Rafa. E così, lui e il suo Real vincono la prima Champions League. L’anno successivo non solo vincono la Liga, ma rivincono pure la Champions League. Nessuno vi era riuscito per due anni di fila, nella storia recente. A questo punto uno si aspetterebbe che i pregiudizi siano stati pacificamente contraddetti. E invece no. Uno come Zidane la gente fa troppa fatica a poterlo considerare un allenatore vero. La vulgata dominante è che: “con quella squadra, sarebbero buoni tutti”.

Sono il signor Casemiro, risolvo problemi.

Poi arriva quest’anno e arrivano le sberle. Dal Barcellona, soprattutto, ma pure da squadre insospettabili. Persino dal Leganes in Coppa del Re, per dirne una. Malinconico quarto posto parziale in classifica. E allora che succede? Succede che tutti quelli che proprio non sono mai riusciti a considerarlo un allenatore vero, cominciano a dire: “ecco, si è dimostrato che Zidane come tecnico non vale una cippa.” Ma come? Quando vinceva tutto, in giro per l’Europa e per il mondo, era merito della squadra, ora che la squadra perde, il colpevole sarebbe lui? Qualcosa, sotto il profilo strettamente logico, non tornerebbe. Ci sarebbe veramente da sbroccare e da mandare un po’ tutti a quel paese, se uno non fosse Zizou. Il fatto, però, è che quando non solo sei stato un campione al più alto livello mondiale, hai raggiunto nella vita tutto quello che volevi raggiungere, ma sei pure Zizou, allora davvero di quello che dicono gli altri te ne frega esattamente il giusto.

L’eliminazione con il Leganes, il punto più basso della stagione Real.

Così arriva la sfida con il Psg, un autentico spauracchio per qualsiasi squadra del mondo, con le vagonate di milioni di euro che costoro hanno rovesciato in campo e con la loro famelica ambizione di consacrarsi finalmente davanti all’Europa intera. Zidane dice, più o meno, vado un po’ a parafrasare per rendere meglio l’idea: “finora abbiamo fatto schifo. Se andiamo avanti così, ci sarà davvero da vergognarsi. Sarebbe troppo facile accampare scuse e nascondersi dietro qualcuno. La colpa è mia. L’allenatore sono io e quindi il responsabile sono io.” Dopo due giorni si scende in campo, nel proprio Santiago Bernabeu. Zizou cerca di affidare se stesso e la propria squadra a qualcosa che somigli il più possibile ad una certezza. Schiera la stessa formazione che aveva schierato nell’ultimo vero trionfo, la finale di Champions di 9 mesi prima. Unica differenza a cui è forzato è il difensore Nacho al posto dello squalificato Carvajal. Una differenza non da poco, visto che Nacho ha il compito più arduo della serata, dovendo affrontare Neymar, spauracchio tra gli spauracchi. Difatti, è un primo tempo di paura e di sofferenza vere, a causa di Neymar e non solo. Un salvataggio di Casemiro, su una girata di Cavani, un paio di interventi in extremis proprio di Nacho e di Varane, e qualche ghirigoro di troppo ad opera di Neymar a scapito della concretezza, salvano le merengues. Un gol, tuttavia, lo mette dentro Rabiot, inserendosi in area libero da marcature e ribadendo l’ennesima affannosa respinta della difesa del Real.

Da quell’altra parte Ronaldo, Benzema e Isco, faticano a trovare il bandolo della matassa, scambiandosi spesso posizioni di attacco. Soprattutto il portoghese è lasciato libero di muoversi lungo tutto il fronte d’attacco, portando i suoi compagni di reparto ad adeguarsi alla sua posizione. Tuttavia il famigerato CR7 pare davvero non essere più quello di un tempo, gettando alle ortiche un paio di occasioni propizie. Quella più propizia, più che alle ortiche, la getta in faccia al portiere avversario Areola, lanciato in contropiede da una rasoiata orizzontale di Marcelo. Proprio alla fine del primo tempo arriva, tuttavia, una specie di manna dal cielo. Schema su calcio d’angolo, tocco di Marcelo laterale per Kroos sul filo del fuorigioco, il tedesco entra in area, il giovane playmaker Lo Celso (che è sembrato un po’ improvvisato nel ruolo, a dirla tutta) lo affronta con una certa imperizia, caduta e fischio di Rocchi. Uno di quegli episodi su cui ci sarebbe molto da discutere. Insomma, diciamolo chiaramente, uno di quei rigori che se ti chiami Real Madrid e siamo al Santiago Bernabeu finiscono per darti, perché funziona così. È giusto? Bisogna accettarlo e fare finta di niente? No. Bisognerebbe arbitrare meglio e non darli, secondo me. Fatto sta che sul dischetto va Ronaldo e da lì figuriamoci se quello sbaglia. Parità a fine primo tempo.

Tra l’altro Ronaldo che sembra aver tipo scatenato una sorta di terremoto con la sua rincorsa.

Nel secondo tempo le difficoltà del Real continuano, il Psg pare più fresco e continua a mettere una certa paura. Navas salva su Mbappe, imbeccato da Neymar al culmine dell’ennesima serpentina. Il gol degli ospiti pare nell’aria. Né i giocatori, né l’allenatore del Paris, tuttavia, sembrano avere piena consapevolezza del fatto che vincere al Bernabeu, pure in questi tempi complicati per le merengues, rappresenta pur sempre un’impresa. Le imprese si compiono solo se si è sorretti dalla convinzione e dallo spirito giusti. Non sembra essere questo il caso. Poi Emery decide di togliere Cavani (poco e mal servito soprattutto da Neymar, va detto) e mette il terzino Meunier, spostando Dani Alves avanti e Mbappe al centro. Se serviva la prova della mancanza della convinzione e dello spirito adatti, eccola. La partita pare addormentarsi, ma è proprio in quel momento che interviene Zizou. Precedentemente aveva già messo dentro il pezzo da novanta, il gallese Bale, per un ancora una volta evanescente Benzema. Ma è a 10 minuti dal termine che escogita la doppia mossa e mette a segno lo scacco matto. Dentro i due giovanotti della casa, Asensio e Lucas Vazquez, uno da un lato e uno dall’altro, ad allargare le maglie dalla difesa avversaria, con Bale e Ronaldo in mezzo. I gol arrivano entrambi dalla fascia sinistra e da Asensio. A segnare il primo è Cristiano Ronaldo (chi sennò?), di ginocchio, con la palla che gli sbatte addosso quasi inavvertitamente. Davvero è incredibile come pure in una partita in cui non ne azzecchi quasi una, non riuscendo mai a superare nell’uno contro uno l’avversario, sovrastato atleticamente soprattutto da Marquinhos, CR7 riesca comunque a risultare decisivo. Chi lo sa? Sarà baciato da qualche dea speciale, sarà una congiura, o sarà forse perché uno è fenomeno prima di tutto e soprattutto nella testa? La sua corsa che sembrava a vuoto, il suo scatto verso un pallone ormai perso, che finisce per disturbare Marquinhos e propiziare il recupero di palla che porta al secondo cross di Asensio, da cui scaturisce la sua fortunata deviazione, farebbe propendere per l’ultima ipotesi. Il sigillo finale lo mette Marcelo, uno dei migliori in campo in assoluto, ancora su invito di Asensio.

Finisce 3 a 1, un risultato che certamente non chiude i conti, ma che altrettanto certamente, oltre a rialzare dal letto il malato Real, rende i blancos favoriti per la qualificazione. Zidane ha azzeccato i cambi, Emery no, su questo sono tutti concordi. Certo, ci vuole pure fortuna, come sempre e come in tutto. Qualcuno dirà che con il quantitativo inestimabile di talento e una scelta tanto varia a propria disposizione, azzeccare i cambi risulta facile. Insomma, sempre la solita storia. Basta almeno considerare che Asensio, talento cristallino,  fino a due anni fa era in prestito all’Espanyol e che Lucas Vazquez farebbe comunque la riserva, per esempio, a uno come Callejon. Così come sarebbe da considerare che certe mosse bisogna innanzitutto pensarle. Capire quello che succede in campo, capire dove e come intervenire e soprattutto quando. Tutte cose, appunto, che risulterebbero tipiche del mestiere dell’allenatore. Secondo voi son buoni tutti? Buon per voi. Zizou non se ne avrà certo a male per questo.


 

Raffaele Cirillo, classe 1981, di Paestum. Fantasista di piede mancino, ma solo fino a 17 anni, rigorosamente un passo prima del professionismo. Iniziato al calcio dal pirotecnico Ezio Capuano nel settore giovanile dell’Heraion, che poi gli ispirerà anche un libro, un romanzo sul calcio intitolato "Il mondo di Eziolino". Con la stessa disposizione d’animo e la medesima aspirazione creativa con cui si disimpegnava in campo, ora il calcio lo guarda, lo interpreta e ne scrive.