Interventi a gamba tesa

La piovra Matuidi e l’elogio della normalità


Esistono giocatori che hanno un talento smisurato pari al proprio ego e che a volte fanno fatica a metterlo a disposizione della squadra in cui giocano. Oppure si perdono del tutto. Poi esiste Matuidi, che impiega pochi minuti tra allenamento e partita per entrare in sinergia con la squadra, risultando da subito fondamentale per far ritrovare quell’equilibrio altrimenti smarrito (solo pochi giorni prima del suo esordio con il Cagliari la Juve capitombolava contro la Lazio nella finale di Supercoppa).


Conforme a chi?

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Matuidi è normale fuori dal campo, ed è sin troppo ordinario anche sul rettangolo verde: non è il miglior intercettatore di palloni, difficilmente azzarda un passaggio rischioso, a volte se corre (e quanto corre!) troppo avanti rischia di lasciare scoperto dietro. Si inserisce in zona gol, aggredendo gli spazi come nessuno, più per concludere a rete che per servire i suoi compagni con un assist decisivo, ma non è un top scorer tra i centrocampisti. Non è elegante, non batte le punizioni, usa praticamente solo il mancino.
Scorgendo le fredde statistiche, ad oggi non eccelle in nulla nel confronto con i suoi compagni di squadra e di reparto, appare tra i migliori cinque bianconeri solo in quella relativa alla percentuale di passaggi riusciti (secondo solo a Barzagli tra quelli con almeno due presenze).

Come ti ribalto la Juve

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Eppure è così importante per la Juventus in questa nuova versione targata 2017/18 da diventare titolare da subito, costringendo Allegri, uno che di solito ti fa passare attraverso una selezione degna dell’ammissione in una confraternita di un college americano, a disegnare un assetto che unisca le sue qualità da conciliatore della zona sinistra del campo (uno stantuffo continuo su quel lato,  dove senza palla aggredisce continuamente gli spazi, buttandosi in avanti o stringendo in mezzo al campo)  con quelle di una squadra meno bilanciata quando c’è da difendere, ma devastante dalla cintola in su. Un assetto che permette di creare superiorità con Mandzukic e uno tra Alex Sandro o Asamoah, con i quali forma un trio fisicamente e atleticamente devastante per ogni concorrente.

In punta di lama

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L’impatto con il campionato italiano è stato simile a quando sette anni fa il francese, nato a Tolosa da genitori congolesi, passò dal Saint-Etienne al PSG.
Arrivato nello scetticismo generale, facendo storcere il naso ai palati più fini (come se poi a Parigi fino all’avvento del principe Al-Khelaïfi vincessero trofei di ogni genere, tutti gli anni),  i primi mesi con Antoine Koumbare allenatore dei parigini li vive in panchina.
Con l’approdo a dicembre di Ancelotti, diventa subito titolare.
Il tecnico emiliano costruisce attorno a lui il centrocampo per sfruttare le doti del ragazzo cresciuto calcisticamente nella celebre accademia di Clairefontaine, dove tra gli altri sono usciti Henry, Saha, Anelka, Gallas, Benatia (che fu espulso dal club dopo aver provocato una rissa che lo fece finire addirittura in commissariato) e di recente Mbappè e Areola. Giocatore in moto perpetuo, mette in evidenza caratteristiche che gli valgono il soprannome di octopus o motofalciatrice. La feroce concorrenza del roster parigino lo aiuta a crescere in fretta e a fare di lui un leader non solo della squadra capitolina, restando titolare inamovibile anche con i successivi allenatori, ma anche della nazionale blues allenata dal suo idolo Deschamps e finalista dell’ultimo europeo.

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Matuidi, nel silenzio, accompagnato dalla tranquillità del suo carattere e della sua famiglia e lontano dai riflettori, trasforma il suo cuore in un motore di grande cilindrata, facendo innamorare non solo chi lo allena (e i suoi compagni), ma anche quella fetta di tifo che quando scende in campo la propria squadra si sofferma a guardare la partita, più che a insultare attraverso i social senza magari nemmeno conoscere il risultato finale.

Addio mio bello di Toulouse

Matuidi viene salutato come una star quando lascia Parigi quest’estate, con tanto di #merciBlaise ed evento correlato alla partita di campionato, maglia commemorativa, interviste ai compagni di squadra trasmesse sul megaschermo, ovazioni e cori.

Mentre un ruffiano Neymar bagna il suo primo gol omaggiando Matuidi. Questo per far capire il peso specifico del centrocampista transalpino, in una squadra piena di stelle come il PSG.

Motofalciatrice

Le heatmap delle sue prime presenze in bianconero indicano solo una cosa: sul lato sinistro del campo non cresce più l’erba. Non è Attila, ma è una motofalciatrice di ultima generazione.
Matuidi è un perfetto compagno di bevute, è quello che offre il giro a tutti e poi ti riporta a casa sano e salvo.

Matuidi magari non te ne accorgi, ma c’è sempre. Matuidi è un giocatore, come spiegato benissimo da Gianmarco Porcellini, che fa della consuetudine di gioco il suo modo di stare in campo, capace di fare tutto in modo semplice, incarnando paradossalmente una tipologia rara per un giocatore così moderno.

Zitto e lavora

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 Il suo acquisto è il migliore possibile della stagione 2017/18 in casa juventina. In un mercato che ha visto arrivare giocatori del calibro di Bernardeschi e soprattutto Douglas Costa è lui che diventa subito titolare, perché come ha detto Allegri parlando la prima volta del centrocampista francese: ”Matuidi ha una caratteristica fondamentale: sta zitto e corre”.

Matuidi è ambizioso, esprime nell’arco della sua carriera una notevole cultura del lavoro. Quando era ragazzino e vinse un torneo giovanile, persino un certo Pep Guardiola si interessò a lui. Matuidi è un giocatore perfetto per la Juventus, con la quale ha assolutamente intenzione di continuare quel discorso lasciato in sospeso verso fine agosto a Parigi: alzare più trofei possibili.


Classe '82 come Contador, Kakà e Gilardino, ma non ho mai vinto né Tour de France, né Champions League, né Mondiale. Ho praticato diversi sport, ma gli unici che mi si addicono davvero bene sono quelli da vedere sul divano. Juve, fumetti, cinema horror, ciclismo e cibi unti, le mie più grandi passioni.