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- di Alessandro Autieri

Di Verratti e del problema della responsabilità


Mentre è ancora vivo il dibattito sul futuro del calcio italiano, prendiamo in esame uno dei suoi più importanti protagonisti fin'ora mancati: Marco Verratti.


Il Villaggio dei dannati

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La stirpe degli azzurri nati dopo gli anni '90 verrà ricordata per la bruciante eliminazione contro la Svezia, oramai principio di ogni discussione calcistica, da bar, ma anche da social e salotto. Un gruppo che pagherà lo scotto di questo doppio confronto, con la dannazione eterna.

Con le difficoltà del regista abruzzese a fare da simbolo di una Nazionale scesa al rango di squadretta.

In Nazionale l'oramai venticinquenne nato a Pescara, è un corpo avulso. Fuori ruolo, poco rodato, poco motivato, rappresenta l'emblema di questa generazione di pallonari tanto incensati sui giornali, quanto poco determinati e determinanti sul campo. Non è un'allucinazione collettiva che con lui in campo siamo usciti al primo turno di un Mondiale (dove ad onor del vero fu uno dei pochi a salvarsi), senza di lui abbiamo sfiorato la semifinale di un Europeo, con lui in campo abbiamo perso l'andata di una delle partite chiave della sua carriera e col senno di poi della storia del calcio nostrano, fallendo poi miseramente l'accesso al torneo russo.

Un lungo treno che da Pescara porta a Parigi

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Verratti da bambino aveva due sogni: diventare calciatore professionista e andare a giocare il Mondiale con la sua Nazionale. Notevole sforzo di fantasia direte voi, chiunque in Italia venga alla luce, prima ancora di dire ''mamma'' o ''papà'' vuole calciare un pallone e giocare con la maglia azzurra.

Ma Verratti a differenza nostra era un predestinato.
Con il fuoco nelle vene il piccolo Verratti iniziò la sua maturazione nel Pescara, prima come trequartista e poi, a seguito dell'intuizione di Zeman che aveva bisogno di spostare la sua qualità un po' più indietro, come regista.

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In serie B Verratti formava un trio esagerato per i cadetti, con Immobile e Insigne che ritroverà nella tragica notte di Solna. Al termine di quella strepitosa stagione pescarese, la famiglia, per mezzo del procuratore, cercò la miglior soluzione possibile al futuro sportivo (ed economico) del ragazzo.
Trovandola.
La Juventus rifiutò di spendere una cifra ritenuta all' epoca (sic) troppo onerosa per un ragazzino emergente dalla Serie B. Poi si vociferò di un suo rifiuto verso Napoli o viceversa la società partenopea rispedì al mittente l'offerta del procuratore a causa delle scelte tecniche di Mazzarri, anche col Milan le trattative non si conclusero positivamente e il PSG tramite Leonardo, ci si buttò a capofitto.

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Nella squadra capitolina Verratti diventa titolare dopo poche giornate, con Ancelotti che lo alterna come mediano davanti alla difesa (in contumacia di Thiago Motta) oppure mezz'ala destra, forse il suo ruolo prediletto (Ventura lo farà giocare mezz'ala sinistra in Svezia), con Thiago Motta centrale e Matuidi interno sinistro. Tra infortuni (tanti, soprattutto quando c'è da andare in Nazionale, Euro 2016 visto da casa per via della pubalgia) e una serie infinita di cartellini gialli (sono fino ad oggi 61 in 213 presenze) ecco che Marco  a Parigi vince campionati, migliora così tanto da fare ingolosire il Barcelona e fino a vedere lievitare la sua valutazione alle stelle (''da qui non si muove per meno di 100 milioni''), grazie anche alla sapiente opera dell'entourage che lo circonda.

https://www.youtube.com/watch?v=sLZfRjM-uGE

Proprio contro il Barcelona, nell'andata degli ottavi di finale di Champions League giocata nel febbraio di quest'anno, disputerà  la miglior partita della sua carriera.

In francese le bestemmie non esistono, in pescarese?

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Dire che Verratti è l'erede designato di Xavi o di Iniesta o ancora peggio è una sintesi dei due, perché è tecnico, con baricentro basso, gioca un tipo di calcio associativo e difende bene la palla, è bestemmiare in diverse lingue, in più dialetti.

I due blaugrana hanno fatto la storia del calcio non solo del loro club, ma anche (o soprattutto) della nazionale spagnola.

Se Verratti è ricordato per una partita, allora c'è qualcosa che non va. Xavi (o Pirlo, primo giocatore a cui fu paragonato, ma nello sport si vive sempre di confronti, il nuovo Baggio, il nuovo Del Piero, il nuovo Pantani, l'erede di Tomba e di Schumi) non andava in nazionale a rimediare figuracce o fischi come l'omologo classe '92. Oppure non è che de ''Il Maestro'' di Brescia, ricordiamo un solo gol, un solo assist o una sola prestazione.

Facciamocene una ragione: Verratti con la Nazionale NON HA MAI FATTO UNA PRESTAZIONE DA FARCI RIMANERE A BOCCA APERTA. Nel club le grandi prestazioni in grandi partite, si contano sulle dita di una mano.

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È un equivoco tattico, segna poco, le punizioni decisive le calciano altri, lo si ricorda soprattutto per la tecnica nel controllo di palla, per le sue doti di interdizione, qualche giocata da funambolo e la cattiveria agonistica che a volte sfocia in inutili cartellini gialli. Perché personalità, non vuol dire dare calci, perdere la testa e farsi ammonire.

Pirlo ha ribaltato stadi interi e risultati con i suoi gol fantastici, i suoi assist e le sue punizioni, Pirlo e Xavi hanno creato un genere letterario, hanno conquistato una cinquantina di trofei, hanno vinto mondiali per club e per nazionali. Per favore, basta, non paragoniamoli.

Piuttosto aspettiamo che il ragazzo cresca, maturi e segua il suo percorso (magari un giorno proprio al Barcelona, se c'è riuscito André Gomes...)

Come ho imparato a non preoccuparmi quando gioco in Nazionale

Prendiamo in considerazione la partita più importante della sua carriera in Nazionale (come detto, si torna sempre su Svezia-Italia): Verratti, ogni volta che ha ricevuto palla, ha rallentato l'azione, due, tre tocchi di troppo e intanto la Svezia facilmente si riposizionava in campo. Di lui restano una buona combinazione con Darmian , una specie di assist lisciato da Candreva e il giallo (scontato) che gli precluderà la partita di ritorno, con l'impressione, netta, di avere a che fare con un corpo estraneo a tutto il resto, senza responsabilità e a lungo fuori dal gioco.

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C'è da capire se Verratti in Nazionale stenta perché si sente poco motivato, se perché male utilizzato o se la crescita nel campionato parigino ops pardon, francese, in una squadra troppo più forte delle altre, lo ha privato  di quelle che sono le decisioni e le responsabilità, lo ha depredato del livello di competitività fondamentale per crescere e per risultare decisivo una volta calato in altre situazioni (vedi la Champions o la Nazionale). C'è da capire se Verratti è uno splendido contorno, ma del quale fare tranquillamente a meno.

Parlare di un problema di ruolo all'interno di un impianto di gioco, per un centrocampista di queste qualità tecniche, è una questione di lana caprina. Il presentimento è che ci troviamo di fronte ad un talento immenso, ma dotato di poca leadership e ancora meno capacità decisionali. Un giocatore potenzialmente fortissimo, ma ancora (lo sarà mai?) poco a suo agio quando la palla scotta e la posta in palio si alza. Un ragazzo a cui madre natura ha dato piedi fatati e attributi di pezza e che quando scende in campo con la nazionale, appare svogliato e fuori contesto.


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Classe '82 come Contador, Kakà e Gilardino, ma non ho mai vinto né Tour de France, né Champions League, né Mondiale. Ho praticato diversi sport, ma gli unici che mi si addicono davvero bene sono quelli da vedere sul divano. Juve, fumetti, cinema horror, ciclismo e cibi unti, le mie più grandi passioni.

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