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- di Andrea Giachi

Ventura l'incompreso e la sfortuna


In tutte le società in cui sono stato, sono arrivato sempre nello scetticismo generale perché c’era di ricostruire. Direi che ci sono riuscito quasi sempre, se non sempre. Questa è la sfida più difficile ma sono sicuro di riuscire anche stavolta.” Gian Piero Ventura, nel corso di un’intervista alla Domenica Sportiva il 31 Ottobre dello scorso anno, mostrava grande convinzione nelle sue possibilità come tecnico della nazionale.


A poco più di un anno di distanza, queste parole suonano come un triste ipse dixit, e non sono che le ultime di una lunga serie di dichiarazioni passate sottotraccia che aiutano a definire il personaggio di Gian Piero Ventura.

Al momento della sua nomina a commissario tecnico, in molti avevano accolto con simpatia la scelta di un allenatore che a 68 anni aveva la grande occasione della sua carriera. Il punto debole del tecnico ligure, quello di non avere a curriculum nessuna grande squadra e nessun successo che non fosse una promozione, costituiva paradossalmente anche la sua forza evocativa nell’immaginario collettivo, quella dell’allenatore che dopo 40 anni di gavetta ha finalmente avuto quanto meritava, un Maurizio Sarri di ancor più lunga militanza. Ventura sembrava vestire bene i panni del personaggio del vecchio maestro di calcio che dopo tanta silenziosa sofferenza alla fine ce l’ha fatta, ma che in fondo anche se non ce l’avesse fatta non ne avrebbe fatto un dramma: avrebbe semplicemente raccontato le sue storie e trasmesso i suoi valori ai nipoti, perché ci appariva come il nonno che in tanti avremmo voluto avere.

Dopotutto i nonni rappresentano o no una figura essenziale per ciascuno di noi?

ventura nonno

Eppure questa lettura del personaggio Ventura, a rileggere le sue dichiarazioni e a sentire il parere dei tifosi che lo hanno conosciuto meglio (specie del Torino), si rivela completamente fuorviante, legata alla forma ma non alla sostanza. Ad approfondire meglio il Ventura-pensiero, emerge una buona dose di malcelato astio per non essere arrivato tra i “grandi” ed una tendenza marcata verso l’autoassoluzione per il non esserci riuscito.

Ventura e la gratificazione

Ma è più opportuno tornare alle radici del Ventura allenatore per comprenderlo meglio. Tutto ha inizio ad Albenga, “la città delle cento torri”, che guida nel lontano 1980-81 in un campionato interregionale. In seguito porta l’Entella Bacezza - società nata dalla fusione delle due squadre di Chiavari - in Serie C2, dove ottiene un sorprendente quinto posto trascinato da un certo Luciano Spalletti, all’epoca calciatore. Poi si trasferisce a Pistoia dove, in perfetta simbiosi con la narrazione “Sarriana”, alla professione di allenatore affianca quella di insegnante di educazione fisica. E’ qui che inizia veramente a farsi notare, ottenendo un’altra promozione in C2 ed approdando a Giarre, nel profondo sud, per confrontarsi con la Serie C1. Di questo periodo racconterà, con quell’immancabile velo di malinconia, che “A Pistoia ho iniziato a fare l’allenatore vero. Poi sono andato a Giarre. E da quelle parti sono ancora convinti che il mio Giarre sia stato il migliore di sempre. A Venezia, Lecce, Cagliari e Bari è andata nello stesso modo. Penso che avrei meritato di ottenere qualcosa in più".

L’assenza di riconoscimento per il suo lavoro la lamenta anche a Cagliari, quando, dopo un pirotecnico 4-3 contro Zeman si sfoga cosi: “ogni volta che facevo tanti gol alle grandi, tutti dicevano che loro erano sotto tono. Mai una gratificazione”. Al termine dell’esperienza in Sardegna accetta la panchina della Samp, ed è anche l’unico rimprovero che si fa per il suo percorso da allenatore: “accettai per una questione di cuore, ma è davvero impossibile essere profeti in patria."L’autocritica però riguarda la scelta, non la conduzione tecnica. C’è un dato ineluttabile secondo Ventura, ovvero l’assoluta impossibilità di essere profeta in patria, condizione immutabile della quale lui è stato vittima.

Doria sempre nel cuore di Gian Piero.


Anche quando si attribuisce delle responsabilità, infatti, Ventura lo fa su questioni che esulano dal mondo del calcio. Pochi mesi prima della nomina a tecnico della Nazionale, gli viene chiesto perché non è mai stato scelto per allenare una grande squadra. «Quando ho iniziato io andavano di moda i grandi saggi. Ora che potrei essere considerato un saggio, vanno di moda i giovani. Questa è sfortuna. Ma ci sono anche delle colpe. Ho pensato ad esempio che fosse più importante essere che apparire: mi sbagliavo. Puoi fare l’impresa più grande, ma se non c’è nessuno che ne parla è come se non avessi fatto nulla». Nel Ventura-pensiero, la sua colpa non ha alcun tipo di legame con i risultati, che ha sempre raggiunto, ma è legata ad aspetti intangibili ed a comportamenti che in una società ideale sarebbero giusti (prediligere l’essere all’apparire), ma che in una società corrotta come la nostra si rivelano sbagliati al fine del raggiungimento dei propri obiettivi personali.

A questa convinzione si possono ricondurre anche le molteplici affermazioni di Ventura nel corso degli anni sull’assenza di gratificazioni da parte della stampa, che avrebbe nei suoi confronti un pregiudizio negativo. La scala valoriale di Ventura si avvicina a quella del più classico degli incompresi, che non vengono mai incensati ma di cui, forse, un giorno ci si ricorderà. Come successo a Giarre, come a Venezia, a Lecce, a Cagliari e a Bari.

Ventura, la sfortuna e l’assenza di autocritica

Che l’autocritica non fosse il forte dell’ormai ex ct della Nazionale lo si poteva evincere anche nella bufera che è scaturita dalla mancata qualificazione dell’Italia al Mondiale, con le Iene a tallonarlo e lui a replicare che il suo “score è uno dei migliori degli ultimi quarant’anni, ho perso due partite” (in realtà sono tre). L’assenza di autocritica si lega a doppio filo con la visione che l’allenatore ha di sé come incompreso. Quando parla delle sue squadre che da quelle parti oggi sono riconosciute come le migliori di sempre, dimentica come a Venezia, che coincide con la sua prima panchina in serie B, sia stato esonerato dopo appena 9 giornate. A Bari, subentrando a Conte, disputa una stagione (2009-10) strepitosa con una squadra neopromossa, chiudendo al decimo posto con il record di punti per la squadra pugliese in Serie A ed il lancio della coppia Bonucci-Ranocchia. L’anno immediatamente successivo, però, non riesce a ripetersi e viene esonerato dopo 24 giornate con a bilancio la miseria di 14 punti e l’ultimo posto in classifica. Qualche anno dopo analizzerà quanto accaduto, dando la colpa agli infurtuni: “Finché allenavo la rosa al completo, fino a Genoa-Bari, la squadra era in corsa per salvarsi. Bettemmo la Juve… Poi con una serie interminabile di infortuni – Barreto rimase fuori tutto il campionato, molti mesi furono indisponibili Ghezzal, Almiron, Kutuzov – il quadro cambiò notevolmente”. Detto che per la sua seconda stagione a Bari, visti anche i successivi sviluppi dell’indagine sul calcio-scommesse, gli vanno effettivamente concesse molte attenuanti, è difficile non notare i suoi ripetuti riferimenti alla fortuna/sfortuna come fattori con un’incidenza decisiva sulle carriere. Ha esplicitato questa sua convinzione in un’intervista rilasciata ad Avvenire, che contiene molti passaggi estremamente interessanti per comprendere il pensiero di Ventura. «Credo nel momento fortunato. Un esempio? Allegri è stato bravissimo a condurre la Juventus. Ma rischiava di rimanere fermo per un anno. Poi, Conte ha dato le dimissioni e la Juve ha pensato a lui. Ecco, questo è un colpo di fortuna. A me è capitato poche volte».

"Favorito dalla sorte" cit.

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Massimiliano Allegri è solo uno dei tanti colleghi ad averlo battuto alla lotteria della fortuna, secondo Ventura. Sempre nella stessa intervista ne ha per tutti, anche per quello che per ironia della sorte potrebbe essere il suo successore. Si dice infatti convinto che se Ancelotti guidasse una squadra di media classifica non solo non riuscirebbe a farla vincere ma farebbe addirittura fatica ad ottenere la salvezza. Non è molto più tenero nei confronti di un altro allenatore con un Palmarès costellato di successi come Mourinho: “ha mai visto una partita di Mourinho che l’ha divertita? E questo non significa che Mourinho è un incapace. Ma ci sono molti insegnanti di calcio più bravi di lui”.

Appare evidente che su Ventura ci sbagliavamo: per lui non avercela fatta, non essere riuscito ad allenare una grande squadra, è effettivamente un problema o quantomeno una causa di amarezza. Prova a porvi rimedio, forse più per sé stesso che per il giudizio altrui: “non ho mai vinto nulla, è impossibile farlo se non alleni le cinque big del campionato, sfido a chiunque a vincere qualcosa allenando squadre come l’Udinese, il Cagliari o il Torino. Io ho però ho mandato tanti giocatori in Nazionale, in questo ho vinto”.

Tornando ai giorni nostri, quando realizza il suo sogno e guadagna la guida non di un club importante, ma addirittura della Nazionale, ci tiene da subito a precisare che il parco calciatori che gli è stato lasciato in eredità è avanti con l’età e che sarà necessario iniziare a puntare sui giovani. Una considerazione di certo realistica, ma che sottende una gestione da parte del suo predecessore (Conte) improntata sull’hic et nunc senza guardare al futuro, e forse nemmeno al bene, della Nazionale. Si trova così con una Nazionale da svecchiare e con un avversario estremamente scomodo nel girone, la Spagna. Le furie rosse chiudono l’andata a pari punti con gli azzurri ma con una differenza reti decisamente superiore, cosa che non va giù al nostro tecnico che, riferendosi all’8-0 delle Furie Rosse contro il Lichtenstein, dirà senza tanti giri di parole: “è evidente che il risultato della Spagna è fasullo”.

Al termine del match perso per 3-0 contro la Spagna Ventura ha parlato di umani contro extraterrestri per dipingere il divario esistente tra le due squadre. La Spagna era effettivamente superiore negli uomini oltre che nel gioco, ma descriverla con un’aurea quasi mitologica, fuori dall’umano, sembra anche un modo per sgombrare il campo da ogni tipo di responsabilità. Davide vinse contro Golia, ma sono passati 3000 anni da allora, e poi in fondo è solo un racconto biblico, il campo è un’altra cosa, e chi ha fatto la gavetta lo sa. Peccato che l’Italia avesse battuto la Spagna solo un anno e mezzo prima, ma Ventura ha sempre odiato i paragoni con la precedente gestione, perché ama ricordare che durante l’Europeo la squadra era in condizione, durante le qualificazioni no.

Gian Piero Ventura non è immune nemmeno dal vizio che accomuna una vastissima fetta di allenatori, dirigenti e tifosi, di lamentarsi per la conduzione arbitrale. A Roma lo ricordano prendere a pugni la panchina per una decisione dell’arbitro Banti, in un Torino-Roma fermò la corsa della squadra di Rudi Garcia dopo 10 vittorie consecutive: unico episodio dubbio della gara, un fallo in area su Pjanic non sanzionato. Un paio d’anni prima, uscendo sconfitto dallo stadio Olimpico, commentò laconicamente l’arbitraggio di Calvarese con un secco “è una vergogna”.

Non sorprende allora che Ventura abbia analizzato la gara di andata del playoff contro la Svezia con gli ormai consueti toni autoassolutori, individuando nella sfortuna (il palo) e nella conduzione arbitrale le principali direttrici che hanno portato alla sconfitta. “L’arbitraggio non mi è piaciuto. In una partita così importante un po' più di attenzione non sarebbe guastata. Ora spero che a Milano concedano a noi quello che stasera hanno concesso a loro”.

Le mancate dimissioni in seguito al risultato negativo della Nazionale - con conseguente mancata rinuncia allo stipendio fino a Giugno 2018 - hanno sorpreso e deluso molti analisti, ma sono perfettamente coerenti con il personaggio fin qui delineato. E’ altamente probabile che Gian Piero Ventura abbia scelto di voler prendere il suo stipendio fino all’ultimo centesimo per ragioni che esulano dall’avidità e che sono legate al non sentirsi davvero responsabile della mancata qualificazione. Mi sembra di immaginarlo mentre guarda negli occhi la sfortuna- che contrariamente alla sua nemesi ci vede benissimo- e le dice: “basta, io per te ho già pagato un conto troppo salato.”


 

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Giornalista classe 90', da sempre innamorato della radio, ho diretto per 3 anni RadioLuiss e collaborato con varie emittenti in qualità di conduttore. Attualmente mi occupo di comunicazione d'impresa e rapporti istituzionali. Pallavolista da una vita, calciofilo per amore, appassionato di politica e linguaggi radiotelevisivi, nella mia camera convivono i poster di Angela Merkel, Karch Kiraly e Luciano Spalletti.

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