Interventi a gamba tesa

15 luglio 2018, finale dei Mondiali


Affondi comodo nella poltrona in questa calda serata estiva, il ventilatore acceso, il televisore sintonizzato sulla finale di Russia 2018. Non c’è l’Italia: non ci è arrivata proprio, al Mondiale, l’Italia. Punge ancora come uno spillo il ricordo, dannati tutti. È Francia-Germania la finale, alè. Partitaccia inguardabile: la ripresa è iniziata da un po’ e le squadre ristagnano ancora a centrocampo, punteggio immobile sullo 0-0. Match dalla trama noiosa, torneo dalla trama noiosa, senza emozioni, senza miracoli.

Lo spettacolo concilia le divagazioni: con gli occhi lo segui, ma col pensiero vai altrove. Torni all’annata appena conclusa, a quel campionato a suo modo indimenticabile, così surreale.


Lo strepitio del telecronista ti ricattura un istante (Che bisogno c’è di urlare? Bisogna per forza lavorare in questa maniera?): “Ma che top eleganzaaaaa! Khedira controlla un pallone difficile e fa ripartire l’azione che roba che Beckenbauer può accompagnare soloooo! Fenò-menàle!” (Perché sei così idolatrato in rete? Sembri una scimmia). Ritorni a divagare. È elegante, Khedira. Per forza: è bianconero. C’è poco da fare, i vicecampioni d’Italia hanno stile: l’eleganza è nel loro Dna. È stato un così elegante valzer quello che gli uomini simbolo della Vecchia Signora hanno ballato durante tutto l’autunno. Buffon, Marotta, Paratici, Nedved: 1,2,3,4. Ancora: Buffon, Marotta, Paratici, Nedved: 1,2,3,4. Tutti ai microfoni: 1,2,3,4. Uno alla volta, in un loop infinito: 1,2,3,4. Tutti sincronizzati, contro la VAR: 1,2,3,4,  1,2,3,4. Ma sempre con eleganza, che non si pensi male: 1,2,3,4. Stoccata, precisazione. Un passettino avanti, uno indietro: 1,2,3,4,  1,2,3,4. Così si fa: bravi tutti.

Bravo anche Andrea Agnelli, quando a gennaio ha indetto una conferenza stampa all’indomani di Juventus-Genoa, finita 1-1, che “È inaccettabile perdere due punti così, e allora bisogna dirlo che la VAR sta rovinando questo campionato”. Pare che limiti gli errori arbitrali, che renda il gioco più equo. “Beh, ma l’errore non fa comunque parte del gioco? Errare non è, forse, umano? In questi tempi così difficili è importante restare umani, e bisogna ribadirlo in maniera molto accorata: restiamo umani, restiamo umani!” Bisogna dirle le cose, con eleganza, ma bisogna dirle.

Ma è stata così inelegante l’escalation che ne è seguita! Il pugno di ferro della Federazione, l’attacco di Buffon, la replica della Federazione, la contro-replica di Buffon, la diffida della Federazione, la contro-diffida di Buffon, e poi tutte quelle scuse, e accuse e scuse, senza ritorno: insomma, un bailamme assurdo. Un casino pazzesco in cui è passata sottotraccia la dichiarazione sibillina, ma elegante, di Marotta alla Gazzetta dello Sport: “La Juventus è fondamentale per il campionato italiano”.

Le successive sono state settimane di fuoco e di fiamme, la rottura tra le parti insanabile, la decisione di abbandonare la serie A per il campionato svizzero logica, elegante. Che grossa perdita sarebbe stata, che grave pecca una serie A senza Juve. Inimmaginabile, decisamente inimmaginabile. Fortunatamente nel mese di maggio il neoeletto presidente della FIGC Antonio Razzi è riuscito a sbrogliare la matassa. È stato un compromesso tutto sommato equo, quello cui si è giunti infine.

La Juventus giocherà ancora nel campionato italiano.

L’esperimento-VAR è sospeso per i prossimi novantanove anni.

Infine, si è ritenuto opportuno, viste le eccessive asperità e gli spiacevoli inconvenienti dell’anno passato, mettere in atto tutte le condizioni che potessero favorire il ricrearsi di un’atmosfera serena tra la Vecchia Signora e la classe arbitrale. A tal scopo, si è deciso di dar vita ad una figura intermedia che facesse da ponte fra il mondo-Juve e i fischietti e, perché no, che potesse anche affiancare, in un nuovo clima di sinergia e pace, il designatore Nicchi. Viste la serietà e la professionalità sempre mostrate, è parso più che naturale che la scelta ricadesse sul profilo di Roberto Bettega.

Era così elegante Andrea Agnelli quando ha siglato l’accordo. Solo, nell’atto di apporre la firma, il labbro inferiore si è contratto in una smorfia lieve, appena percettibile. Osservando soltanto quel fotogramma, si potrebbe quasi pensare ad un’aggressività trattenuta a stento, una rabbia famelica. Ma è un’impressione sicuramente sbagliata: questi sentimenti cozzano con la proverbiale eleganza bianconera, non appartengono di certo allo “stile Juve”.

Se non son (Cobolli) gigli, son pur sempre figli, vittime di questo mondo

Se non son (Cobolli) Gigli,
son pur sempre figli,
vittime di questo mondo.


Scivolata tiepida!” L’urlo della bertuccia ti riporta alla realtà di una partita priva di spettacolo, il tabellino dei marcatori ancora vacante. “Ci vuol sudore e un minimo di cuore, se non vuoi lo zero a zero”: cantava bene il Liga. Anzi, a proposito, chissà come l’ha presa, lui, interista fino al midollo, l’ennesima svolta in casa nerazzurra. Credi che qualunque tifoso non possa che essere entusiasta dell’arrivo del Cholo, eppure non puoi fare a meno di pensare che l’addio improvviso di Spalletti abbia lasciato un senso generalizzato di incompiutezza.  Sfondare la barriera degli ottanta punti, date le premesse iniziali, non era facile. Il tecnico di Certaldo lascia una squadra rinvigorita nello spirito e organizzata sul campo, capace finalmente di centrare l’obiettivo Champions dopo sette anni. “Ho lasciato la Champions per venire qui, devono ridarmela” sentenziava Spalletti un anno fa a Brunico. Son stati di parola i ragazzi: gliel’hanno resa, la Coppa. È stato lui a rinunciarci, per la seconda volta di fila. Ha scelto di giocarsi le sue carte da solo, anzi ha scelto proprio di cambiare mazzo: la sua Champions adesso si chiama Cinecittà. Se l’è guadagnata con il sudore, con il costante impegno settimanale: le sue performance attoriali sono state un crescendo continuo, il grande salto dal bordocampo al cinema è parso una logica conseguenza. “Perché mollare ora, che tutto sta andando a gonfie vele?” “Smetto quando voglio”, la risposta sicura di Spalletti all’intervistatore di Radio 110.Lode, il volto ammiccante, lo sguardo intenso in favore di telecamera. Qualcuno ha creduto in lui. Un produttore romano, per la precisione. Sta finanziando un progetto nuovo, di cui si sente fortemente l’esigenza: un film ambientato a Roma, scritto da sceneggiatori romani, diretto da un regista romano, recitato da attori romani. Ha visto qualcosa in Spalletti: il narcisismo, la personalità, la fame, il carisma necessari per sfondare in questo ambiente. Ah, e poi sa fare l’accento romano: mai dimenticare l’accento romano, quello è fondamentale.

I'm sexy and i know it

I’m sexy and I know it.


Roma, amor. Come si fa a non amarla? Roma, la Roma. Che stagione indimenticabile, la Roma. Un inizio un po’ in sordina, va detto: una striscia interminabile di risultati utili consecutivi, la vittoria del girone di Champions, il record di clean sheet, la normalità, gli equilibri, la tranquillità, in campo e fuori. Poi, per fortuna, è arrivata la svolta. Pare che sia partito tutto in un sottoscala, di notte. C’erano il ds Monchi, Gigione er ciavattaro, De Rossi, Vito Scarzacane e Di Francesco. “La situazione è ’nsostenibbile” ha esordito Gigione. “Così non se po annà avanti” gli ha fatto eco lo Scarzacane. “Roma è core…” “…è passione…” “…è brivido…” “…è approssimazione”, si alternavano i due. “’Nsomma, se po capì che volete?” “’Sta stagione sta a filà via liscia e serena, noi così non ci piace. Noi si vuole er putiferio, o’psicodramma” “Sennò non è Roma” “Sennò non vale ’a pena” “’Nsomma, noi semo i tifosi, semo noi a’ Roma. Noi rispettamo tutti ma pure voi ci dovete rispettà: mo’ sse fa come diciamo noi”.

La domenica successiva è iniziato il vero campionato dei giallorossi. De Rossi s’è fatto buttare fuori dopo quattro minuti per gioco violento, Di Francesco pochi attimi dopo ha sostituito Dzeko con Gerson, e mentre il Benevento è riuscito a concretizzare due contropiedi legittimando una vittoria storica, i tifosi della Sud hanno esposto un fotomontaggio grande quanto l’intera curva che, rifacendosi all’opera di Nicolas Poussin, “La Peste di Azoth”, era stato chiaramente pensato per irritare i cugini biancocelesti:

inzaghino

“Inzaghino c’ha a’ rogna”: così recitava l’infamante striscione. Le risposte dei laziali sono state immediate, le polemiche aspre. Neanche il minuto di silenzio fatto osservare sui campi di serie A in memoria di tutte le vittime della peste ha contribuito a sensibilizzare gli animi, se è vero che in occasione della stracittadina è stata esposta una nuova gigantografia recante la scritta “Gratta, Inzaghino, gratta”. Quella domenica il campionato della Roma ha preso una piega diversa: tutto è tornato alla solita, vecchia normalità, fatta di anarchia, escandescenze, polemiche. Tutto è andato come da tradizione: un’altra stagione è stata buttata.

Campanile lungo! Spazzola via MU-STA-FI!”: sveglia, il primo tempo supplementare sta volgendo al termine. Vai a riempirti un bicchiere d’acqua. Mustafi… te lo ricordi Mustafi quando qualche anno fa giocava nella Samp: un altro buon prospetto passato di lì. Bella stagione la Samp, ti ha fatto divertire. E pazienza se Ferrero ha già venduto Torreira, Linetty, Praet, Ramirez, Zapata e l’anima di sua sorella, l’anno venturo il buon Giampaolo s’inventerà comunque qualcosa.

Boom baby!

Boom baby!

Devi ammettere che probabilmente la prossima sarà una serie A più combattuta, niente materassi. Quest’anno il Benevento era troppo vaso de coccio, il Sassuolo soffriva di impotentia erigendi. Il Verona, forse, avrebbe potuto salvarsi. Pareva sicuro di sé, Setti, dopo l’esonero di Pecchia: “Dico ai tifosi di non preoccuparsi: sto per chiamare il miglior allenatore su piazza”. Poi è arrivato Mandorlini. Forse non era lui il migliore di tutti.

Te lo senti: il 2019 sarà l’anno del Milan. Il parco giocatori non ha subito scossoni e, sebbene alcuni elementi vengano da una stagione non proprio esaltante, è di tutto rilievo. E poi, bisogna essere intellettualmente onesti: non si può non concedere le attenuanti del caso alla squadra e all’ormai silurato Aeroplanino. Sarebbe ingenuo non rilevare le obiettive difficoltà relative al creare un amalgama tattico e un’alchimia di gruppo in così poco tempo. E sarebbe ingeneroso sottostimare l’impatto emotivo che la morte di Berlusconi ha avuto su tutto il pianeta Milan, proprio quando le cose sembravano iniziare a filare tutte per il verso giusto. Ripensi a quei giorni di marzo e al destino così beffardo: portarselo via proprio la notte del trionfo elettorale del Centrodestra sotto di lui riunito, che roba. Ma adesso ti secca tornare a ricordare quei giorni già passati e ripassati più volte al setaccio, rianalizzati milioni di volte da tutti. Non sarai mai così volgare da fare alcuna supposizione su quella mezza dozzina di ragazze fatte uscire in fretta e furia dal retro della villa di Arcore alle prime luci dell’alba: è compito dei cronisti far luce sugli eventi di quell’ultima notte di trionfo e di addio.


Triplo fischio carpiato! Si va ai calci di rigori!”. Questa finale sta per finire, tu si potrebbe dire che l’hai guardata, ma non l’hai vista. Almeno i tiri dal dischetto potresti seguirli, anzi magari adesso sai che puoi fare? Ecco qua, metti il muto, e te li godi in santa pace, senza più distrarti. Certo che hai divagato davvero tanto stasera. Beh, giusto così: ne sono successe di cose, quest’anno. Ora che ci pensi, hai lasciato da parte i neocampioni d’Italia. È fisiologico: sono quasi due mesi che abboffano la nazione intera coi loro festeggiamenti esagerati, non la finiscono più. Sono così eccessivi, così sopra le righe. L’altro ieri è stato issato un mausoleo d’oro a Sarri al centro di piazza Plebiscito: sopra le righe, decisamente sopra le righe. Pure tutto quel cerimoniale, quando hanno fatto quel corteo che non si capiva bene se era sacro, profano, o cosa, con De Magistriis avanti, poi a seguire la statua di San Gennaro, quindi Sarri, quindi, ancora, la statua di Sarri, e infine De Laurentiis, che però si è incazzato perché, insomma, già stare dietro a Sarri gli pareva brutto, poi figuriamoci dietro alla statua di Sarri (a dirla tutta, secondo te gli rodeva perché a Sarri hanno fatto la statua e a lui no), e quindi ha fatto un po’ il pazzo, è salito senza casco su un motorino e si è fatto accompagnare davanti a tutto il corteo, e pure lì ci sono stati dei problemi con De Magistriis, che si litigava per chi doveva stare avanti a guidare la carovana, e alla fine, tra i due litiganti, si è inserito il Vescovo, e ha condotto lui: tutto così sopra le righe, assolutamente sopra le righe.

Eppure, devi ammettere che ti ha fatto piacere vedere il tricolore scendere più a sud di Torino dopo diciassette anni, tornare alle pendici del Vesuvio dopo quasi un trentennio.

Quella gioia irrefrenabile, quell’entusiasmo esasperato, sono figli della consapevolezza di aver assistito davvero a un evento, a un qualcosa che capita poche volte nella vita.

Ti fa piacere per Sarri, per la sua storia che i più romantici chiameranno favola, e che invece per te è quanto di più agli antipodi ci sia rispetto a una favola. Non esistono le favole, esistono la fatica e il duro lavoro, e il lieto fine il più delle volte non arriva, e quindi è confortante vederne uno, una tantum.

E ti fa piacere per il gruppo, perché i cicli prima o poi si chiudono, e questi ragazzi lo meritavano un finale del genere e un applausone forte forte prima che calasse il sipario. Perché non sono solo triangoli, come dice qualcuno: è bellezza il gioco del Napoli, e la bellezza non ha bandiere, né colori. La bellezza, bisogna avere occhi per vederla, cuore per capirla, e coraggio per sostenerla, “e farla durare, e dargli spazio”. Che forse non basterà per salvare il mondo, ma almeno per renderlo un posto un poco più accogliente, quello sì.

E niente, ci sei cascato di nuovo. Ti sei perso il rigore decisivo, e ora è già il momento della premiazione, e coso lì, come si chiama, vabbè: quello là, sta alzando la Coppa, e tu intanto sei ancora distratto, a pensare a tutti quei caroselli, a tutta quell’incontenibile esplosione di gioia. È già passato, e non tornerà più. Ma che fortuna viverlo: è stato emozionante, è stato bellissimo.


Salernitano, classe 1992. Laureato in Medicina e Chirurgia a Bologna, ma solo perché la Facoltà “Storia del calcio e filosofie dei sistemi di gioco” ancora non è stata inventata. Tifoso del Chievo dai tempi in cui i “Mussi” volavano per la prima volta in Serie A, sono innamorato di questo sport per la quantità incredibile di storie che è in grado di offrire.