Interventi a gamba tesa

Come nasce un mito


La mitologia greca è piena di eroi che, concepiti grazie ai vizietti di qualche divinità, compiono grandi gesta per questo motivo, prima di morire in modo più o meno tragico. Nella Storia dell’umanità, con cadenze periodiche, compaiono personaggi con caratteristiche che li rendono diversi dai compaesani e che permettono loro di giungere, col passare del tempo, allo stato di leggenda: successe ad esempio al Golia biblico, gigante sì, ma perché verosimilmente affetto da acromegalia. I tempi sono cambiati, oggi abbiamo spiegazioni scientifiche meno pittoresche, ma esatte. Eppure, nel caso di giocatori come Giannis Antetokounmpo, non si può non pensare con nostalgia a cosa avrebbe potuto diventare, qualche millennio fa, nella mitologia del popolo greco.


Giannis, nacque alla fine del ’94 ad Atene da emigrati nigeriani. Il padre era stato calciatore, la madre saltatrice in alto: si potrebbe spiegare così il suo atletismo, ma resta qualche dubbio considerato che i suoi fratelli non sono come lui. Figlio di immigrati, fu subito costretto ad arrangiarsi in tenera età: col fratello Thanasis, da bambino passava le giornate a taccheggiare e cercando di rivendere la refurtiva. L’equivalente di dieci dollari consentiva loro di mangiare.

Così Giannis cresceva e a tredici anni, considerato che era già molto alto, decise di iniziare a giocare a pallacanestro. Naturalmente all’inizio faceva un bel po’ cagare, ma in due anni, dandoci dentro, riuscì a farsi notare e ad entrare nelle giovanili di una squadra di Atene, il Filathlitikos; resta misterioso come facciano i riconoscimenti prepartita in Grecia visto che Giannis non ebbe documenti né greci né nigeriani fino ai diciotto anni.

Giannis Adetokunbo watches practice at the Filathletikos gym.

Con il Filathlitikos esordì nella Lega 2 greca. Nonostante a quel punto avesse iniziato a far notizia fra gli scout delle roccaforti del basket europeo, Giannis decise di rimanere nella squadra che per prima gli aveva dato una possibilità e, alla fine della stagione (in cui, contro uomini adulti, spostava gli equilibri solo quando la palla si incastrava nel canestro e c’era bisogno di uno che saltasse, o di una scopa), decise di entrare nel Draft NBA del 2013. A questo punto era un completo sconosciuto e la sera del Draft i commentatori di ESPN erano molto scettici sul greco, complici anche i quattro pixel totali dei cellulari con cui erano state riprese le sue partite fino a quel momento e le dimensioni misteriose dei campi su cui aveva giocato: dalle immagini non si riesce a capire se sia lui che sia lungo o se giochi su un campo come quelli che primeggiano nella Pianura, in cui la squadra di casa vince sempre perché ha imparato a ottimizzare le imperfezioni del fattore casa.

Nessuno sapeva come pronunciare il suo nome, ma già quella notte guadagnò i suoi primi fan, per la precisione me e il mio coinquilino che, estimatori dei nomi strani almeno dai tempi di Stromile Swift, eravamo molto esaltati da questo greco con un cognome lunghissimo e che di nome si chiamava come Morandi (nel periodo d’oro della sua fama su Facebook per altro). Lo scelsero i Bucks con la quindicesima chiamata, dopo altri eroi mitologici come Bennett e Burke che ora potrebbero essere a truffare assicurazioni per quanto ne sappiamo; da che aveva passato l’infanzia come un marjuolo, ad un tratto Giannis diventò un milionario.

Le peripezie del greco in quel di Milwaukee meriterebbero di essere immortalate in qualche film di quelli che andavano per la maggiore negli anni ’90. Per prima cosa decise di comprarsi una PS4, ma, roso dai sensi di colpa per il suo trascorso, decise di rivenderla ad un vice-allenatore. Un giorno dovette farsi portare allo stadio da una coppia di sconosciuti perché, dopo aver mandato in Grecia ai suoi tutti i soldi possibili, non poteva permettersi un taxi, così cominciò a correre. Questi due, al caldo nel proprio SUV, si accorsero che fosse il rookie dei Bucks dopo un miglio da che Giannis aveva iniziato a correre e si offrirono di portarcelo. Di aneddoti così se ne trovano un sacco, ciò che manca è solo e sempre la strafottenza e la convinzione irrazionale che contraddistingue, ad ogni età, i giocatori americani; Giannis era ed è ancora candido come un cagnolino che vede la neve per la prima volta e non riesce a trattenere la gioia. Nonostante questo riuscì, già quella volta, a donare emozioni vere ai suoi quattro fan, come quando decise di crescere ancora e di arrivare a due metri e undici, mentre i suoi Bucks vincevano quindici partite e si guadagnavano Jabari Parker al Draft. Siccome l’alternativa era Carter-Williams, un altro che a breve potrebbe darsi ai furti e alle truffe, il nuovo coach Kidd (di cui il greco non sapeva nulla prima di una ricerca su Wikipedia) decise che tanto valeva far fare a Giannis il playmaker dalla stagione successiva, e lì iniziò la sua ascesa. Fu lenta, ma le gioie iniziarono ad aumentare: i Bucks finirono con un record di 41 e 41 e affrontarono i Bulls al primo turno. Non sarebbe nulla di importante, se non fosse per questo momento storico e bellissimo che è tutto quello che conta:

I love this game.

Seguì un’altra stagione di stenti, complice l’infortunio di Parker e anche quello di Middleton e, mentre Giannis continuava a crescere nel semi-anonimato, i Bucks si assicurarono anche Maker al Draft 2016. Quando la stagione 2016-2017 iniziò, tutto faceva capire che sarebbe stata quella giusta per quelli di Milwaukee, specie il fatto che il greco si presentò agli allenamenti come se fosse stato scolpito durante l’estate da Fidia o qualche collega dell’epoca, e perché la dirigenza aveva nel frattempo rimediato una squadra di mutanti con braccia lunghissime. Chissà dove sarebbero arrivati, se Parker non si fosse fatto male un’altra volta; nonostante tutto, arrivarono ai Playoff, mettendo a dura prova i Raptors, soprattutto grazie a Giannis che avrebbe vinto di lì a poco il premio per il giocatore più migliorato, dominando ogni statistica per la sua squadra e iniziando, già allora, a far nascere le prime voci di MVP in dirittura d’arrivo, magari già da questa stagione.

Le sue prime partite della stagione attuale darebbero ragione a questa ipotesi, ma il problema, qui come nella Atene degli anni ’90, non è tanto lui, quanto il suo contesto. Per quanto sia importante che metta su un buon tiro da fuori, è molto più importante che siano i suoi compagni ad averne uno affidabile, come ci insegna la storia di James (la cui “corona” dovrebbe essere raccolta proprio dal greco stando al alcuni). Per ora non è questo il caso: risale a quattro giorni fa il significativo e riassuntivo messaggio “ma in che cazzo di spaziature di merda attacca Milwaukee?!?” di un vecchio compagno di squadra. Molto dipenderà dallo sviluppo di Maker e dalle altre mosse che la dirigenza deciderà di fare: i Bucks sono ancora in tempo, ma devono assolutamente evitare di rinchiudere il loro talento in una situazione commovente e disperata come quella di Davis a New Orleans (e il contrattone a Dellavedova, in questo contesto, non promette benissimo).

Come gli antichi greci, non abbiamo mai abbandonato la passione per il salvatore tuttofare, in grado di sterminare eserciti da solo, ma, oggi come allora, in NBA come sotto le mura di Troia, la folla di sconosciuti o quasi che circonda gli eroi e che non entrano nelle canzoni e nei miti è importante almeno quanto questi, forse addirittura di più.

Questo è fondamentale perché già da ora i limiti dei compagni sono già gli unici limiti di Giannis.

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Luca Zaghini, nato a Cattolica il 17 gennaio 1993. Laureando in Italianistica, appassionato di linguaggio e pallacanestro: le mie giornate (ed il mio cuore) sono come un pendolo che oscilla incessantemente fra i maggiori pensatori di tutti i tempi e i più grandi ignoranti pieni di sé che abbiano mai messo piede su un parquet. Fermo oppositore dei compromessi, mi concentro solo sugli estremi della gerarchia cestistica, NBA e campionato universitario bolognese. Già redattore della pagina Deportivo la Piadéina.