Interventi a gamba tesa

Domenico Berardi: la solitudine del numero 25


Quando Domenico Berardi era un vivace ragazzino e voleva diventare un calciatore, non pensava di risvegliarsi dai suoi sogni tormentati trasformato in un giocatore di serie A.


La metamorfosi

“Che cosa mi sta capitando?” si domanda.
Per un breve periodo ha rischiato di ritrovarsi con la pelle colorata di bianconero, lui da sempre con cuore nerazzurro e lanciato nel calcio che conta da una maglia neroverde e da un allenatore a forti tinte giallorosse. È stato l’under 21 più prolifico nella massima serie italiana a livello di realizzazioni e assist (davanti a gente conosciuta con i nomi di Del Piero, Totti, Montella, Vieri, Inzaghi), vivendo l’ambiguità della leggerezza post adolescenziale insaccando palloni su palloni alle spalle dei portieri avversari.

La linea d’ombra

Questa la sua prestazione finora più importante in carriera.

Per lui forse tutto questo è troppo.
Con addosso gli occhi invidiosi e stupefatti di mezza europa calcistica, il fascino discreto del mancino calabrese ha finito per affievolirsi come una donna di mezza età completamente rifatta.
Trasformando quei sogni tormentati, in un incubo goyano.

Il calcio italiano dopo aver perso per differenti motivi tre enormi talenti su cui in molti avrebbero puntato ad occhi chiusi (Giuseppe Rossi per i continui infortuni al ginocchio, Giovinco per una personalità inconsistente, Balotelli per una marcata incapacità di comportarsi da professionista), si appresta così a vedere eclissato il 23enne nato in provincia di Cosenza.

Dopo aver sedotto le platee con il suo sinistro e la sua fame di gol, ecco che Berardi abbandona, con la stessa fretta con cui vi era salito, il carro che lo conduce verso la gloria.

Ancora imbrigliato in un carattere da ragazzino un po’ immaturo, irascibile e con il viso della discontinuità (ma chi lo conosce fuori dal campo parla di una persona tranquilla, al massimo un po’ schiva), Berardi fatica a ritagliarsi uno spazio da leader in un Sassuolo da zona retrocessione, dopo aver rifiutato più volte il salto in una big di Serie A e avere perso da un po’ di tempo il treno per la Nazionale maggiore.

Il nemico

I numeri impietosi degli ultimi campionati fanno di Berardi il nemico di se stesso.

Se nelle prime due stagioni di A infatti, si registrano 61 presenze, 31 gol e 17 assist (numeri da fenomeno) nelle ultime due stagioni queste semplici statistiche calano drasticamente: 50 presenze, 12 gol e 16 assist. Tutti e quattro i campionati caratterizzati da scarsa, quando non scarsissima, disciplina, conditi da cartellini gialli e cartellini rossi, colpi di testa a volte insensati, alternati a numeri d’alta scuola che però da soli non giustificano tutto quello che di buono si è speso nel parlare di lui.
Comportamenti che lo fanno sembrare un giocatore cupo e ambiguo quanto il protagonista di un racconto di Saramago.

Un ragazzo alla ricerca dell’orizzonte, della rottura con i suoi conflitti interiori e della convivenza con i dolori che ne angustiano l’animo da tanti anni, in una lotta costante con la parte peggiore di se stesso.

Emilia Paranoica

Domenico piangeva perché non voleva abbandonare la sua famiglia in Calabria, ora sembra che pianga perché non vuole abbandonare il Sassuolo. Dopo aver rifiutato la Juventus e dopo avere rifiutato il Tottenham e forse anche la sua amata Inter, molti pensavano che il suo mentore Di Francesco lo avrebbe portato alla Roma. L’allenatore abruzzese gli preferisce l’adattato Defrel, la dirigenza gli preferisce l’enigmatico Schick. Lui non si sa cosa avrebbe preferito, forse rimanere in Emilia. Un altro tonfo per l’esterno destro neroverde, che arriva dopo la deludentissima prestazione all’Europeo under 21 nel quale avrebbe dovuto contendere ad altri la palma del miglior giocatore e dove invece per lunghi tratti sembra un calciatore del giovedì sera (quelli del campetto, non quelli dell’Europa League).

I demoni di Domenico

Il rigore della paura.

E così Berardi in questa stagione prova a riprendere da dove ha interrotto. Sulla panchina del Sassuolo, però non c’è più il suo secondo padre Di Francesco, ma l’esordiente Bucchi. Il Sassuolo non è più la favola che lui contribuì a narrare al mondo.

Prova a rimettersi in carreggiata, ma segna poco e trascina di meno. Ci mette la cattiveria agonistica, ci mette la grinta, ma non incide. Manca quella luce che per qualche tempo (compresa una stagione in B quando a soli 19 anni trascinò il Sassuolo alla promozione) ha fatto dire: ”questo è il messia del calcio italiano”.

Quella luce che ha illuminato le domeniche calcistiche quando era l’under 21 più prolifico in A. Ora invece è buio totale per un Berardi che chiuso nel suo silenzio e isolato come la terra da cui proviene, prova a scacciare i demoni che hanno trasformato un attore da d’essai del calcio italiano, in una scialba e malinconica comparsa.

E si domanda: ”che cosa mi sta capitando?”


Classe '82 come Contador, Kakà e Gilardino, ma non ho mai vinto né Tour de France, né Champions League, né Mondiale. Ho praticato diversi sport, ma gli unici che mi si addicono davvero bene sono quelli da vedere sul divano. Juve, fumetti, cinema horror, ciclismo e cibi unti, le mie più grandi passioni.