Interventi a gamba tesa

Tuona ma non piove


Dopo mesi di frecciatine, licenziamenti e lamentele, Carmelo Anthony ha rinunciato alla sua clausola no-trade ed è stato scambiato. È finito ad Oklahoma City per Kanter, McDermott e una scelta dei Bulls al secondo giro nel Draft del prossimo anno.


Si aggiunge un’altra pagina al libro dei ricordi che i tifosi dei Knicks vorrebbero eliminare, ma si apre anche l’era di Porzingis, che ora avrà la sua squadra e che speriamo riesca ad invecchiare con un contesto migliore di quello in cui Melo ha sprecato i suoi anni migliori. Chissà, magari questo è l’anno buono per rimediare un playmaker: l’ultimo competente di cui si abbia memoria è Kidd nel 2013, quando aveva quarant’anni. Nel frattempo hanno firmato Beasley che si è già autodefinito Carmelo a sinistra; bene, ma non benissimo.
Per i Thunder invece non si riesce a capire del tutto quale sia il piano. L’anno scorso la strategia era cavalcare lo sdegno popolare per la dipartita di Durant e dare una scusa a Westrbook per tirare anche l’immondizia nei parcheggi del palazzetto e i piatti vecchi dai cavalcavia, politica che gli è valsa l’MVP anche per la passività e la fantomatica incompetenza dei compagni che, sempre stando al giudizio popolare, sarebbero stati un’accozzaglia di rifiuti da oratorio. Gli altri erano difensori arcigni e tignosi, incapaci di segnare una bomba che fosse una, ma comunque uniti. Con l’aggiunta di George la squadra, sulla carta, era migliorata molto e a questo si è aggiunto anche Patterson firmato come free agent (così come Felton, ma bisogna vedere con quanti chili si presenterà alla prima per giudicarlo meglio). Il problema è che sanno tutti che questo ha già le valige pronte per andare ai Lakers: l’inevitabilità della cosa potrebbe evitare la tipica caccia ai numeroni che intraprendono tutti i giocatori in scadenza di contratto, ma l’instabilità della situazione è palese e, ormai arrivato al livello di stella, è incerto quanto l’ex-Pacer possa aver voglia di difendere con regolarità.
Melo non è mai stato un difensore e il suo stile di gioco è ormai preistorico: il 40% dei suoi possessi in tutte le stagioni ai Knicks tranne una era fatta da isolamenti. Certo, la fiera del bidone che sono i Knicks da anni non lo ha aiutato in questo senso e ora passerà ad essere la terza opzione, giocando in modo più simile a come ha fatto alle Olimpiadi, ma qualcosa sembra comunque non tornare.

La domanda d’ordinanza in queste situazioni è sempre “con quanti palloni giocheranno?”, e il problema è ancora più profondo se il “playmaker” è Westbrook che la palla non l’ha mai passata troppo neanche a Durant quando era il 35 l’MVP e il migliore dei due senza dubbio. Con Anthony e George fuori dall’arco invece di Oladipo e Roberston lo 0 avrà di certo più spazio per operare e i due avranno molti tiri comodi, probabilmente avranno anche le proprie sporadiche azioni personali, ma questo, non prendiamoci in giro, è ancora il Westrbook-show: il suo contratto scadrà nel 2019 e le trattative sono in stallo. Oltre ad essersi guadagnato il supporto degli amanti dei numeri, Westbrook, con l’addio di Durant, ha guadagnato molto margine di trattativa con la dirigenza dei Thunder con cui il 35 non è mai andato troppo d’accordo e che, per tutta la sua carriera ad OKC, non ha mai voluto spendere se non nell’ultima stagione. La tirchieria Thunder ha influito decisamente sulla scelta di Durant e sembra che ai piani alti non vogliano rischiare di perdere anche Westbrook per la stessa ragione, lo 0 lo sa e aspetta prima di incatenarsi ancora a loro. In questo contesto c’è da dire che per entrambi gli acquisti non hanno perso nulla e anzi, sembrano quasi rapine.

melo weestbrook

Con questa squadra si può vincere un titolo sorpassando i Warriors? Probabilmente no, ma non è questo il punto: il trio Westbrook-Anthony-George sarà una divertente parentesi di un anno e poco altro. Se Golden State, che questa estate ha rafforzato pure la panchina, non sarà falcidiata dagli infortuni, anche questa stagione sarà quasi soltanto una formalità: tutti gli altri rimangono ad un Curry o Durant di distanza dai campioni in carica.


 

Luca Zaghini, nato a Cattolica il 17 gennaio 1993. Laureando in Italianistica, appassionato di linguaggio e pallacanestro: le mie giornate (ed il mio cuore) sono come un pendolo che oscilla incessantemente fra i maggiori pensatori di tutti i tempi e i più grandi ignoranti pieni di sé che abbiano mai messo piede su un parquet. Fermo oppositore dei compromessi, mi concentro solo sugli estremi della gerarchia cestistica, NBA e campionato universitario bolognese. Già redattore della pagina Deportivo la Piadéina.