Interventi a gamba tesa

Due settimane di passione: odi sparse al primo turno dei Playoff

Photo by Jonathan Ferrey/Getty Images


Otto squadre sono già andate a pescare, mentre altre otto si scontreranno a breve nelle rispettive semifinali di conference ed è già tempo di riassumere, in breve, cos’è successo in questo primo turno dei Playoff NBA. Cercheremo di farlo estrapolando qualche massima per il futuro.


1) Mai fare i fenomeni in conferenza stampa se poi non si è in grado di farli anche in campo: ode alla moderazione

Le serie finiscono dopo quattro partite vinte, non dopo due, e ogni partita è una storia a sé. Questo dovrebbe bastare per evitare ai vari giocatori di esibirsi, intervistati, in sparate che possano danneggiare la propria squadra, sia per attacchi rivolti ai propri compagni (!!!) che agli avversari. Eppure, quest’anno si è sorvolato sulla questione: ad esempio Paul George, già dopo la prima partita, ha dichiarato al mondo di doversi prendere l’ultimo tiro in una situazione come quella di gara 1 contro Cleveland (-1 palla, in mano), e CJ Miles muto (all’epoca, in situazioni simili, PG13 era un sonante 0/15 tra l’altro). Non contento, si è poi lamentato anche per il temperamento di Lance Stephenson (che è come lamentarsi per l’ignoranza dei supporter di Trump riguardo l’opera di Hegel) e per l’inesperienza di Turner (ancora, Paul “non-ci-sono-più-le-mezze-stagioni George). Per carità, George ha segnato 28 punti a partita con una banda di selvaggi come compagni (Monta Ellis non riesce neanche più a tenere la palla in mano), ma nel momento della verità, sul -3, da solo, con una tripla per mandare la partita al supplementare, ha lanciato un laterizio contro il tabellone che neanche Shaq, ora, seduto dietro la scrivania di Inside the NBA, sarebbe riuscito a fare di peggio.

Insomma, oltre allo spogliatoio, prima di andarsene il 13 voleva spaccare pure un canestro.
In scia l’indomito Markieff Morris che, dopo gara 2, ha chiamato Millsap un piagnone per le lamentele causate dalle legnate oggettivamente ricevute. Il Millsap, che a differenza del Morris l’All Star game lo gioca e non lo guarda grattandosi sul divano, ha poi risposto in casa sua con 29-14-5 (12/20) e 19-9-7 (6/15) contro i 18 complessivi (7/24) del magico Morris, che probabilmente non può più neanche sedersi a questo punto.

WASHINGTON, DC - APRIL 16: Markieff Morris #5 of the Washington Wizards and Paul Millsap #4 of the Atlanta Hawks go after a loose ball in the first half in Game One of the Eastern Conference Quarterfinals during the 2017 NBA Playoffs at Verizon Center on April 16, 2017 in Washington, DC. NOTE TO USER: User expressly acknowledges and agrees that, by downloading and or using this photograph, User is consenting to the terms and conditions of the Getty Images License Agreement. (Photo by Rob Carr/Getty Images)

Da questa discussione vanno esclusi Thomas, il cui maltrattamento ai danni del povero Carter-Williams (33 punti in gara 4) ha costretto l’allenatore dei Bulls a piangere per delle fantomatiche infrazioni di doppio palleggio (eh, che è proprio quella l’infrazione problematica nella lega!), il rognosissimo Beverley, contro cui Westbrook ha sì segnato parecchio, ma tirando anche il cuore e sé stesso oltre l’ostacolo (e, spesso, il canestro), e il fenomenale Fizdale: dopo la sconfitta in gara 2 contro gli Spurs, il coach dei Grizzlies ha rilasciato questa conferenza che è già leggenda. Lo sfogo gli è costato 30.000 dollari di multa, ma i suoi giocatori, prima di vincere le due partite successive, si sono occupati del pagamento della somma: TAKE THAT FOR DATA!

2) Quando inizia la post-season, il futuro può attendere: ode alla vecchiaia

Giannis che stoppa con i gomiti e l’evoluzione di Prince sono spettacoli notevoli, ma, confrontati con la poesia delle performance delle vecchie glorie, sono davvero spiccioli (oltretutto ai rookie anche quest’anno è spettata la fine dei nemici di Stalin, svaniti nel nulla…). Prima di rompersi il pollice, ciò che doveva essere il cadavere di Rondo ha zittito il Boston Garden con due partite da erezione permanente per i fan del numero 9: come la fatina di Cenerentola, l’ex Kentucky ha trasformato un cast di supporto capace di far sembrare i comprimari dei Thunder la band originale dei Blues Brothers in una compagine esaltante e letale. Peccato che poi si sia infortunato e MCW e Grant siano tornati sorci, riuscendo a far emergere domande come “ma Rondo con la destra legata dietro la schiena sarebbe davvero peggio di ‘sti due mongoloidi? Siamo sicuri?”. Terry, a trentanove anni, ha finito la stagione con un quarto quarto da incorniciare per i Bucks, Carter, a quaranta, oltre a segnare si è pure improvvisato Kawhi stopper, mentre Parker ha tirato fuori dal cilindro una partita da MVP per chiudere la serie con i Grizzlies: Nene, per i Rockets, è riuscito a finire una partita in trasferta con 28 punti senza sbagliare un tiro, i veterani di Memphis hanno venduto cara la pelle e Calderon, in gara 4, ha condotto alla vittoria gli Hawks orfani di Schoreder per mezza partita. Ma i protagonisti di questa categoria non possono che essere i Jazz (ricordo anche ai lettori di evitare il sushi nello Utah, chiedere al povero water di Hayward dopo gara 4 per ulteriori informazioni): a parte Engels (che sembra un babbo americano un po’ più alto del normale) Hill e Diaw, Joe Johnson, a trentacinque anni, ha deciso di ricordare a tutti cosa significa essere immarcabili.

Poveri Clippers, orfani pure di Griffin e dopo sette anni ancora senza un’ala piccola decente, non sanno cosa fare con il veterano, che nei quarti quarti della serie si è rivelato devastante come un peto in ascensore dopo un kebab. Mai come nei playoff si ha bisogno di personale in grado di fare canestro quando inizia a scottare, anche con tiri scomodi o impossibili, e ogni anno è sempre un piacere vedere questi furboni mettersi in vetrina per puntare ad un ultimo contrattone regalato da qualche squadra pietosa. A proposito, l’eccezione per questa categoria è Pierce: come cazzo fa a partire in quintetto Pierce?! Coraggio Clippers, potete far meglio (no, non è vero).

3) Il palco è abbastanza largo per chiunque abbia il coraggio di salirci: ode ai nuovi eroi e alle meteore di una primavera

Una volta iniziata gara 1, i ritmi rallentano, le difese si svegliano e ogni tipo di pressione si stringe attorno ai soliti noti. C’è chi non la sente, tipo James (anche se i Pacers si sono impegnati al contrario in questo contesto) o Kawhi (che è ormai Bryant reincarnato in uomo-squadra), e ci sono quelli che avrebbero bisogno di andare in terapia (Lowry, è ora di affrontare ‘sti cazzo di demoni, porca troia; e Aldridge? Qualcuno sa che fine ha fatto Aldridge?!): per questo sono gli altri che devono salire di giri. Quest’anno pareva essere l’anno di Porter, ma il capitolino è passato decisamente in secondo piano rispetto a Torian Prince, giocatore pragmatico e rognoso capace di capitalizzare ciò che resta dei possessi delle prime punte degli Hawks. Giannis, se ancora non lo si fosse capito, è destinato a vincere almeno un MVP nel prossimo lustro, ma giù il cappello anche per i suoi compagni Maker e Brogdon: i tre, aprendo le braccia e mettendosi uno vicino all’altro, riuscirebbero a coprire la distanza Terra-Luna e a deviare anche per passare ad un McDonald nel tragitto.

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I tre sono però stati messi in ombra da Powell, che Casey aveva nascosto in panchina, probabilmente solleticato dall’idea di farsi licenziare: l’ex UCLA ha annichilito i Bucks in gara 5 e ha tutte le doti che ci si aspettano da un’ala NBA nel 2017, tiro, capacità di difendere più posizioni e pure quella di palleggiare. Merita una menzione speciale anche Isaiah Canaan, capace di capitalizzare sulle vomitevoli prestazioni di MCW e Grant e probabilmente pronto a farsi offrire 400 miliardi dai Knicks.

4) Non è obbligatorio affondare con la nave se si può evitare l’iceberg: ode agli Allenatori con la A maiuscola

Se ormai i Warriors paiono destinati a vincere anche senza Kerr, c’è chi dice che proprio il sostituto, Brown, possa essere l’unico in grado di fermarli: nei Playoff gli allenatori contano (ragion per cui la vittoria dei Cavs dell’anno scorso è ancora più inspiegabile, probabilmente James va considerato GM, ala, playmaker, centro, allenatore, vice-allenatore e pure coreografo per i suoi). Così, se quell’incompreso di McMillan, sotto di uno, con palla in mano a George, decide di chiamare un timeout per disegnare un abominio di giocata e permettere a quei difensori della domenica dei Cavs di sistemarsi, Snyder, in una situazione simile, lascia i suoi giocare e ISO Joe, dopo aver costretto Griffin al cambio dopo un blocco, si preoccupa di portare a scuola Crawford e segnare un game-winner. Ormai la stagione può dipendere da un aggiustamento: un Powell ed un Green in quintetto per allargare il campo possono essere la chiave per vincere una serie che si era messa male, chiedete a Casey e Stevens. Oppure chiedete a D’Antoni come si vince una gara 4 in trasferta, vi dirà che si deve mandare Roberston a tirare mattoni al posto di liberi perché il suo avversario non decide di toglierlo, lo stesso coach che, dopo una stagione passata a sovraresponsalizzare Westbrook, nei momenti di riposo per lo 0 non sapeva che pesci pigliare, così come i suoi, giustificati in questo contesto perché freddi quanto un “ciao” con punto finale in chat. Non scordiamoci poi di Fred Hoiberg che, dopo essersi mascherato da luminare per aver dato le chiavi della squadra a Rondo, una volta che questo si è infortunato ha organizzato le audizioni per il secondo playmaker in mezzo a gara tre e ancora non ha deciso (e poi, se devono far schifo, perché non provare con Valentine che sta lì in panchina a prendere la polvere?!).

Per finire, nonostante per lo scorso turno abbia sottovaluto clamorosamente Memphis (chiunque creda che Conley e Gasol non siano fortissimi è più stupido di un complottaro da scie chimiche) e abbia dato troppa fiducia a Wizards e Spurs, ecco i miei pronostici per il secondo turno:

Warriors – Jazz (2 – 1): Warriors 4 – 1, intossicazione alimentare per Diaw, Curry non gioca almeno due quarti quarti, Green finisce Gobert con un calcio rotante dopo avergli stoppato l’anima al ferro.
Spurs – Rockets (3 – 1): Spurs 4 – 2, Aldridge riesce a non prendere dieci rimbalzi in ogni partita, Kawhi fa sentire stupidi tutti quelli che non l’hanno votato come MVP (ancora), Beverley espulso, così, Gordon si infortuna dando un cinque ad un panchinaro.
Celtics – Wizards (2 – 1): Wizards 4 – 2, Wall schiaccia su tutti, Morris sta zittino, Smart espulso, Crowder prende almeno dieci tiri senza senso.
Cavaliers – Raptors (2 – 1): Cavaliers 4 – 3, James si fa schiacciare in testa da qualcuno e dà la colpa ad un povero Cristo, Lowry arriva in gara 3, JR fa perdere una partita all’ultimo secondo, Casey trova il nuovo Kareem in tribuna, Tyron Lue viene smascherato e si scopre che si trattava di un gibbone in giacca e cravatta.


 

Luca Zaghini, nato a Cattolica il 17 gennaio 1993. Laureando in Italianistica, appassionato di linguaggio e pallacanestro: le mie giornate (ed il mio cuore) sono come un pendolo che oscilla incessantemente fra i maggiori pensatori di tutti i tempi e i più grandi ignoranti pieni di sé che abbiano mai messo piede su un parquet. Fermo oppositore dei compromessi, mi concentro solo sugli estremi della gerarchia cestistica, NBA e campionato universitario bolognese. Già redattore della pagina Deportivo la Piadéina.