Interventi a gamba tesa

Brexit: quale destino per la Premier League?


Era il 23 giugno dello scorso anno quando un inatteso uragano si è abbattuto sulla Gran Bretagna e, in generale, sull’Europa: il referendum consultativo sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea (più comunemente noto col nome Brexit) ha visto la vittoria, pur se non propriamente nettissima, del “leave” sul “remain”; un risultato che dà il via al lento processo di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, in accordo con l’articolo 50 del Trattato di Lisbona. Un evento storico che avrà delle ripercussioni importanti sulla scena britannica in ambito economico e sociale. E nemmeno la Premier League, il massimo campionato inglese, ne resterà immune.


Un argomento, il destino della Premier League, di cruciale importanza non solo per i milioni di appassionati (da tutto il mondo, visto che quello inglese è il campionato che meglio ha saputo vendersi anche in mercati “non convenzionali” come quello asiatico) e per la FA, ma per tutta l’economia britannica, visto che quando parliamo di Premier League non parliamo solo di un campionato di calcio, ma di una vera e propria azienda che, secondo Ernst & Young, è un enorme business nel quale ballano ben 3.4 miliardi di sterline annui. E dunque, come ogni azienda, suscettibile alle leggi di un mercato che deve fronteggiare un vero e proprio terremoto. Quindi, anche se le previsioni prettamente economiche su cosa accadrà dopo  o meglio su cosa già sta succedendo visto che il primo ministro britannico Theresa May ha avviato la lunga procedura di uscita dall’Unione lo scorso 29 marzo, non sono argomento di questo pezzo (non ne abbiamo né il tempo né le competenze adeguate); è indispensabile puntare i riflettori anche su ciò che accadrà al di fuori del pianeta calcio, visto che le decisioni della leader del partito euroscettico oggi al potere in UK avranno un contraccolpo immediato su ciò che sarà il destino del campionato di calcio più antico ad essere ancora disputato.

Il primo ministro May appone la firma che dà il là a Brexit e tutti i negoziati a essa collegati. E adesso?

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Partiamo dunque dalle conseguenze più immediate: l’Unione Europea offre come primo e immediato vantaggio per un libero mercato l’abbattimento delle frontiere doganali, per un libero scambio di merci e di lavoratori. Questo punto è stato il cardine per la “vittoria” della Premier League sulle altre leghe europee: un campionato ricco, stanziato in un paese con una moneta forte e aperto a tutti che ha accolto la creme del calcio mondiale. E soprattutto europeo, basta dare un’occhiata a questo dato: il 67% dei calciatori tesserati nei 20 club partecipanti alla Premier League 2016-2017 sono stranieri, di questi 161 (praticamente la metà) vengono dall’UE. Per non parlare degli allenatori, ben 12 fra quelli attualmente presenti (non considerando quindi quelli esonerati, come ad esempio il campione in carica Claudio Ranieri) non sono britannici, ai quali spettano tra l’altro anche le panchine meno prestigiose fra quelle disponibili.

Tra l’altro sono proprio i “non britannici” a fungere da specchietto per le allodole dei ricchissimi investitori i cui soldi tengono in piedi la baracca: in questo spot vediamo infatti Mahrez (Algeria), Aguero (Argentina), Ibrahimovic (Svezia) e Sanchez (Cile). Per non parlare di tutti gli altri non presenti nella foto

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È chiaro quindi che giocatori e tecnici stranieri (in misura minore, visto che il più delle volte sono questi ultimi ad adattarsi al calcio made in England, come dimostra la stagione così così di un allenatore lontano anni luce da questo tipo di calcio come Guardiola) siano un ingrediente fondamentale nel determinare il successo di pubblico e commerciale della Premier League sulla concorrenza. Un dominio pressoché assoluto, visto che ogni anno sempre nuovi campioni o potenziali crack del calcio mondiale vanno a sostenere l’esame di maturità sui campi di Sua Maestà.

Con l’avvento della Brexit questo ingrediente, il più importante per il successo del prodotto Premier League, verrebbe tragicamente a mancare: dal 1995 infatti, anche per merito della celeberrima sentenza Bosman, tutte le precedenti restrizioni sul tesseramento dei calciatori stranieri provenienti dall’UE sono decadute, in quanto questi vengono equiparati a un qualsiasi lavoratore e quindi sono ora in grado di circolare liberamente fra i paesi dell’Unione.
Uscendo però fuori dall’UE, nel UK – e di conseguenza nella PL – verrebbe a mancare la fondamentale distinzione fra calciatore comunitario ed extracomunitario, divenendo infatti semplicemente stranieri tutti i calciatori non britannici, per i quali varrebbero le stesse regole per l’ottenimento del permesso di lavoro ora valide solo per i calciatori non-UE. Regole altamente restrittive, in quanto per ottenere il permesso di soggiorno è necessario che il calciatore richiedente abbia totalizzato un preciso numero di presenze con la nazionale di appartenenza nei precedenti 24 mesi: per la precisione il 30% se la nazionale in questione si trova nei primi 10 posti del Ranking FIFA, il 45% per quelle dall’11° al 20°, il 50% dal 21° al 30° e addirittura il 75% per quelle nazioni in ballo fra la 31ª e la 50ª posizione in graduatoria.

Per esempio, un calciatore come Andrea Belotti, reduce da un’annata straordinaria che ha sicuramente attratto su di lui gli occhi dei maggiori top club di Premier, troverebbe i cancelli sbarrati viste le sole 7 presenze collezionate in azzurro nel bienno 2015-2017. La Serie A ovviamente ringrazia per l’uscita di scena di un competitor molto importante, la Premier League un po’ meno.

Una norma che inguaierebbe non poco i club inglesi, impossibilitati dal dire la loro sul ricco mercato internazionale: giusto per fare un esempio, se le norme in vigore per gli extracomunitari venissero applicate agli attuali calciatori comunitari presenti in PL, solo 50 dei 161 calciatori UE sarebbero in regola. E fra gli esclusi ci sarebbero – tra gli altri – nomi eccellenti come Azpilicueta, Bellerin, Martial, Mignolet e Mata. O, per fare un esempio al passato, nel 2003 queste norme avrebbero impedito a un ragazzino appena diciottenne di Funchal di approdare all’Old Trafford, riscrivendo in questo modo tutta la storia del calcio moderno.

Ma il blocco alle ambizioni della Premier League di divenire una specie di NBA del calcio causato da Brexit è più profondo di quanto appaia superficialmente: rimanendo sulle semplici note di tesseramento dei calciatori, anche l’acquisto dei calciatori extracomunitari (facilitato dall’ottenimento da parte di questi di un passaporto comunitario, come è prassi da un buon numero di anni a questa parte) e di calciatori giovanissimi volto ad anticipare la concorrenza (tesseramento assolutamente vietato per i minorenni dalle norme FIFA a meno che questi non siano, ça va sans dire, comunitari) verrebbe oltremodo complicato dalle nuove norme che entreranno in vigore in UK una volta che tutto l’iter burocratico previsto dal già citato articolo 50 sarà ultimato, presumibilmente entro il 2018.
La prossima sessione di mercato insomma potrebbe davvero essere l’ultima in cui i club di Premier League faranno la parte del leone nei confronti dei suoi principali competitors, la Liga e la Bundesliga.

Addirittura c’era chi si divertiva ad abbinare i nomi delle squadre inglesi con i loghi delle franchigie americane…

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Se queste nuove norme però serrano i cancelli in entrata verso la Premier League, queste potrebbero non riuscire ad arginare del tutto una possibile diaspora del talento calcistico dalla Premier League verso altri lidi. Qui però le norme c’entrano poco, e si va maggiormente nel campo delle ipotesi: se infatti le nuove regole, per un principio di non retroattività delle leggi che viene normalmente (e anche logicamente) garantito, non costringerebbe i campioni stranieri ad oggi presenti in Premier a fare le valige, a meno ovviamente di improbabili “leggi fascistissime made in England” alle quali francamente non vogliamo credere; gli scenari prettamente economici all’orizzonte non fanno sorridere di certo i calciatori professionisti, attratti dalla Premier League oltre che per il fascino storico del campionato e per l’atmosfera che si vive negli stadi oltremanica, anche dagli ingaggi astronomici che i club di Premier possonon garantire. Le reazioni dell’economia inglese nell’immediato post-referendum infatti aprono a degli scenari non proprio felicissimi: “…La sterlina è crollata al valore più basso dal 1985, sotto la quota chiave di 1,30 sul dollaro…”, e l’andazzo, fra alti e bassi, sembra che verrà mantenuto, visto che “…Secondo i dati governativi l’uscita dalla Ue potrebbe causare una riduzione dell’economia britannica compresa tra il 3,5 e il 7,5 per cento entro una quindicina d’anni…”. Dati che fanno pensare a un generale abbassamente del potere economico del pound che, unito alle prevedibili difficoltà che i capitali stranieri incontreranno per entrare oltremanica, potrebbero portare i ricchi investitori stranieri come ADUG (la società di investimenti emiratina di proprietà dello sceicco Mansour che controlla il Manchester City) oppure il patron russo del Chelsea Abramovic, che hanno fatto la fortuna dei loro club e conseguenzialmente della PL, verso nuovi lidi. E con essi i grandi campioni, attratti ovviamente da chi può pagare i ricchi ingaggi che percepiscono.

Insomma uno scenario che avrebbe dei contorni quasi apocalittici per il campionato più ricco e spettacolare del mondo, che perderebbe quasi integralmente tutte quelle componenti che hanno fatto sì che sbaragliasse la concorrenza sotto quasi tutti i punti di vista. Uno scenario temuto anche dal CEO della lega Richard Scudamore, che in campagna elettorale si era espresso senza mezzi termini: “L’uscita” dichiarò all’indomani della vittoria del leave “creerebbe non poche difficoltà al nostro movimento calcistico”. Preoccupazioni condivise anche dalle star del calcio inglese come David Beckham, anch’egli schieratosi apertamente a favore del remain.
Ora che però, contrariamente alle speranze di Scudamore e Beckham, il processo di fuoriuscita dalla UE voluto dalla maggioranza dei cittadini inglesi (la specificazione dei cittadini favorevoli a Brexit non è affatto casuale) è ufficialmente partito, starà alla FA dar sfoggio di tutte le sue capacità diplomatiche per negoziare con la UEFA e la FIFA delle norme più morbide, sull’esempio della Norvegia che pur non essendo parte dell’UE ha un accesso comunque facilitato ai calciatori comunitari in quanto facente parte dello Spazio Economico Europeo, che evitino un anacronistico ritorno all’autarchia del calcio d’oltremanica e, di conseguenza, di mettere in ginocchio un campionato cresciuto in maniera spropositata negli ultimi anni che però, visti i nuovi scenari politici ed economici, potrebbe vedersi drammaticamente spezzate le gambe.
Gli aggiornamenti da Bruxelles, però, sembrano indicare che anche su questo fronte la strada sia decisamente in salita.


 

Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio e raccontarne le numerose storie. Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.