Interventi a gamba tesa

Who’s da real MVP?


Manca poco più di una settimana all’inizio dei Playoff NBA e quest’anno i dubbi in giro per la lega sono anche più del solito: Durant sta bene? Quanti altri giocatori pensano che la Terra sia piatta? Quando smetteranno i piantini di James? I Knicks fanno davvero? Che fenomeno è Embiid?! La questione più scottante di tutte però riguardando il Most Valuable Player award: chi è l’MVP di questa stagione? Storicamente, non è mai stato facile rispondere a questa domanda: l’MVP andrebbe dato al giocatore più forte durante la stagione o a quello più fondamentale per il successo della propria squadra? A seconda della scuola di pensiero a cui si appartiene, di solito, la risposta cambia, ma, in generale, ogni stagione c’è un giocatore che esce completamente di melone e convince entrambi gli schieramenti (si veda il detentore del titolo, Stephen Curry, MVP di plebiscito l’anno scorso).


Quest’anno però la disputa è più accesa di quanto lo siano state quelle sui sacramenti eucaristici tra gli scolastici medievali, e in quei casi spesso la gente veniva letteralmente accesa su una pira, per intenderci; per questa ragione, a seguire, peseremo i vari candidati.

Menzioni onorevoli:

Isaiah Thomas, 29.1 punti a partita, 5.9 assist a partita, 46.3% dal campo (Boston 50 – 27)
Già lo so che qua beccherò i primi insulti, ma fa lo stesso: Isaiah, che nel quarto quarto si è dimostrato più devastante di un congiuntivo in un discorso di Di Maio, sta completando una stagione pazzesca, offensivamente, ma dall’altra parte del campo è un po’ come non averlo. So meglio di tutti come ci si sente ad essere un nano in mezzo a persone alte in campo, ma, oggettivamente, sul lungo corso, la stazza per il nativo di Seattle peserà: ipotizzando una sfida con Washington, non potendo marcare né Wall né Beal, sarà costretto a marcare Porter, che potrà letteralmente tirargli in testa ogni volta, e questo non è che sia proprio il massimo. Resta clamoroso quanto sia immarcabile (ogni tanto lo registrano sui 180 centimetri, roba più finta della donazione di Costantino), ma c’è chi sta avendo stagioni simili e che può giocare sui due lati (può, anche se poi non lo fa);

Kevin Durant, 25.3 punti a partita, 4.8 assist a partita, 8.2 rimbalzi a partita, 53.7% dal campo (GS 64 – 14)
Prima che Zaza lo infortunasse, KD stava sostenendo una stagione incredibile, sui due lati del campo (fungeva da stoppatore nel quintetto basso). L’ex OKC è uno dei pochi fenomeni in grado di dominare una partita senza dover avere la palla ad ogni azione per la maggior parte del possesso e, integrato nel sistema dei Warriors, si è rivelato anche meglio di quanto ci si potesse magari aspettare. Purtroppo per lui però, l’aver perso delle partite lo mette fuori dai giochi, ma anche se fosse riuscito a finire la stagione l’aver tradito lo spirito del gioco firmando col nemico lo avrebbero comunque escluso dai papabili, come insegna la stagione 2010-2011, quella in cui Rose vinse un MVP da cui Wade e James furono esclusi come punizione.

Ora possiamo cominciare:

Candidati MVP (secondo Dion Waiters):

Dion Waiters, 15.8 punti a partita, 4.3 assist a partita (Miami 37 – 40)
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I numeri mentono in questo caso: Dion è il giocatore più forte mai concepito, anche secondo LaVar Ball. Comunque ne riparleremo quando eliminerà Cleveland al primo turno con una bomba di tabella da centrocampo in faccia a LeBron e si metterà a braccia conserte per dieci minuti guardando il pubblico, perché voi non lo sapete, ma Pat Riley ha organizzato tutto perché facessimo schifo tre mesi solo per poter dar vita a questo momento.

Candidati MVP:

John Wall, 23.2 punti a partita, 10.7 assist a partita, 4.3 rimbalzi a partita, 45.1% dal campo (Washington 47 – 31)
I Wizards avevano iniziato la stagione 2 – 8 e parevano pronti ad un’altra annata di shaqtin’ a fool per Otto Porter, infortuni per Beal e triplette in discoteca per Gortat (queste non mancheranno mai). Invece, grazie al prodotto di Kentucky, Washington pare essere tornata dove l’avevamo lasciata due anni fa, ad un passo dalle finali di Conference. Wall, che l’anno scorso non stava benissimo, ha condotto una stagione superlativa, da playmaker vero, di quelli che oggi vanno cercati col lumino in NBA: Wall è quello che sarebbe Westbrook se avesse un attimo il verso, e anche per questo è solo quinto in questa classifica, anche se la sua squadra è terza ad est;

LeBron James, 26.3 punti a partita, 8.7 assist a partita, 8.5 rimbalzi a partita, 54.4% dal campo (Cleveland 50 – 27)
Il Prescelto ha ormai completato un’altra stagione da incorniciare, specialmente come assist-man e si può sempre presentare l’argomento che, essendo il più forte, l’MVP sia sempre lui, ma così non ci sarebbe gusto. Per una porzione della stagione sembrava quasi che volesse spingere per vincere il suo quinto personale, ma il mix di piantini e lamentele (quest’anno praticamente continui), la mancanza totale di difesa (comprensibile eh, però spesso i Cavs oppongono meno resistenza di un’attrice all’inizio di un porno) e la decisione di sedere, in quest’ultimo periodo, le partite finali in cui i colleghi in lizza hanno invece alzato la voce, lo costringono ad accontentarsi di questo quarto gradino del podio;

Russell Westbrook, 31.9 punti a partita, 10.6 rimbalzi a partita, 10.4 assist a partita (Oklahoma City 44 – 33)
Questo è il candidato più controverso, perché i numeri saltano all’occhio. Il fatto è che, guardando lo 0 giocare, all’occhio salta anche il modo in cui vengono prodotti: Westbrook gestisce una quantità mostruosa dei possessi dei suoi, talmente tanti che, quando Oladipo ha la palla per la sua personale azione ogni centoventi, le difese avversarie sanno già che tirerà lui e possono concentrarcisi sopra. Se avete giocato a pallacanestro un po’ nella vostra vita sapete qual è la differenza tra passare la palla e fare assist: in un caso la palla gira, tutti sono coinvolti e tutti si muovono, nell’altro il gioco ruota sempre e solo attorno ad un singolo che decide anche le sorti dei compagni (compagni che non sono dieci scappati di casa, checché se ne possa dire): certo, è più facile vedere Salvini senza la felpa di una città in cui passa che Grant mettere una tripla, ma questa è un’altra storia. In questo caso, gli altri hanno abbracciato la missione dell’ex UCLA, ma non credo, personalmente, che questo sia ciò che deve essere la pallacanestro e non credo sia bello giocare con Westbrook (ancora, provate a pensare ad un parallelo se foste a giocare al campetto). Il record di Roberston è un traguardo non indifferente, ma se James, Jordan e Johnson, per dirne tre, si fossero impegnati per ottenere una tripla doppia ogni partita, cosa mai li avrebbe fermati? La storia delle triple doppie ha un po’ il valore di una moneta di cioccolato. Oltretutto, Oklahoma in questo momento è sesta e non in lotta per il titolo.

Kawhi Leonard, 25.9 punti a partita, 5.9 rimbalzi a partita, 48.3% dal campo (San Antonio 60 – 17)
Se aspettate che Kawhi alzi la manona e dica “ei, guardate che siamo secondi ad ovest, faccio puntualmente il culo a LeBron e sto avendo una stagione che parla da sé”, mettetevi comodi, lo farà quando la vostra ragazza vi darà ragione e si scuserà. Dopo un po’ è normale dare per scontato che gli speroni siano sempre lì e sempre in condizione di giocarsela, ma il salto in avanti fatto dal numero 2 non è da sottovalutare: l’attacco dei texani gira attorno a lui, e tutto va bene. Ultimamente ha anche dichiarato che il basket è divertente, così, in scioltezza, dopo aver battuto Cleveland. E non dormiamo sul fatto che stia giocando con un’accozzaglia di cadaveri, ché Ginobili, Parker e Gasol solo sulle sponde del Riverwalk possono ancora giocare minuti significativi senza compromettere una squadra difensivamente. Ah, ecco, mi stavo scordando: Kawhi è ancora il difensore migliore della lega, magari si prende più azioni di riposo, ma non è calato di un dito come possibilità;

James Harden, 29.2 punti a partita, 11.2 assist a partita, 8.1 rimbalzi a partita (Houston 52 – 25)
Vi ricordate dell’anno scorso, quando il barba difendeva come un giocatore del biliardino senza gambe, palleggiava venti secondi prima di tirare, faceva licenziare il proprio allenatore e litigava con Howard? Ecco, rivisitazione storica, non è mai successo: grazie al sistema di D’Antoni, Harden è diventato Steve Nash Super Sayan. Non solo: siccome la sua filosofia è “supera gli altri” invece di “ferma gli altri”, i remi in barca per la difesa sono una specie di mantra, ragion per cui poi l’ex OKC ha iniziato anche a provare a difendere! Era solo questione di psicologia inversa! Per Harden si può fare lo stesso discorso che si è fatto per Westbrook rispetto al gioco, circa (infatti entrambi sono vicini a superare il record per le palle perse di una stagione): la differenza sta nel successo che Houston sta avendo e nella rivoluzione compiuta personalmente da Harden. Nonostante questo però, se per qualche strana ragione i votanti decidessero di assegnare il premio a Kawhi non ci sarebbero sommosse per le strade, quelle si scatenano solo per l’olio di palma nei biscotti.

“Steve Nash Super Sayan” cit.

Insomma, questa stagione l’MVP varrà davvero qualcosa (a differenza di quello del 2011…) per i posteri e anche a questo bisognerà pensare durante la votazione: le triple doppie di Westbrook, quest’anno, non sono che un ricamo carino su un arazzo più largo, e così devono essere trattate. Basta un attimo per far guadagnare prominenza storica ad un nulla, chissà per quanto poi. Votare è una responsabilità civile anche in questi contesti e, come tale, richiede che non lo si faccia né come bimbi né come deficienti. In attesa dei Playoff e dei “e se…” che li accompagneranno, scanniamoci a discutere di questo intanto.


 

Luca Zaghini, nato a Cattolica il 17 gennaio 1993. Laureando in Italianistica, appassionato di linguaggio e pallacanestro: le mie giornate (ed il mio cuore) sono come un pendolo che oscilla incessantemente fra i maggiori pensatori di tutti i tempi e i più grandi ignoranti pieni di sé che abbiano mai messo piede su un parquet. Fermo oppositore dei compromessi, mi concentro solo sugli estremi della gerarchia cestistica, NBA e campionato universitario bolognese. Già redattore della pagina Deportivo la Piadéina.