Interventi a gamba tesa

Un’ombra americana sul Milan cinese


Il Milan nelle mani di un fondo speculativo statunitense? Potrebbe, se Yonghong Li, l’uomo d’affari cinese che da otto mesi tratta l’acquisizione del club, non restituirà all’hedge fund Elliott Management i 303 milioni di prestito – sui quali sono stati applicati tassi d’interesse fino all’11,5% – entro 18 mesi. Sempre a patto (è bene ricordarlo) che il 14 aprile si concretizzi il tanto atteso closing.


Ma andiamo con ordine.

Sino Europe Sports (SES), la società veicolo nella quale erano confluiti quegli investitori cinesi raccolti da Mister Li, che all’ultimo si sono ritirati (pare) a causa delle restrizioni imposte dal governo di Pechino sulle esportazioni di capitali all’estero, non esiste più, rimpiazzata nello scorso fine settimana dalla Rossoneri Sport Investment Lux (con sede in Lussemburgo). Sarà quest’ultima, controllata da Yonghong Li, rimasto nel frattempo l’unico investitore, a chiudere l’acquisizione del Milan.

Come? Con il finanziamento, concesso proprio dal fondo Elliott, di 303 milioni, così ripartiti: 180 alla Rossoneri Sport Investment Lux per il closing, 73 per i debiti con le banche, 50 per la gestione del club. In cambio Mister Li, si impegna a restituire l’ingente finanziamento entro un anno e mezzo, mettendo a garanzia le sue proprietà personali, quindi anche il Milan. In pratica Elliott avrà un pegno sulle azioni rossonere. Cosa significa tutto questo? Che se il broker cinese non dovesse riuscire a rispettare gli accordi presi nei tempi stabiliti, il Milan potrebbe finire nelle mani del fondo speculativo statunitense, fondato nel 1977 da Paul Singer (72enne americano, classico esempio di self-made man dal patrimonio personale di 2,7 miliardi di dollari), che compra debito ultra scontato di aziende o nazioni per poi rivenderlo con profitto o, se necessario, ricorrere in tribunale chiedendone il risarcimento, senza fare ovviamente sconti a nessuno.

Paul Singer, fondatore del fondo Elliott.

Paul Singer, fondatore del fondo Elliott.

Come avvenne con l’acquisto di bond in default dal governo peruviano per 11,4 milioni di dollari (era il 1996), che appena un paio di anni dopo frutterà al fondo Elliott un risarcimento (sancito da un giudice) da 58 milioni, o con l’investimento da 10 milioni con cui l’hedge fund di Singer rilevò un debito, sulla carta, da 400 milioni che costrinse il Congo a corrispondere la bellezza di 127 milioni. Il caso più eclatante, però, rimane quello dei bond argentini, con il fondo statunitense che nel 2002 investì 182 milioni in titoli di stato di Buenos Aires al collasso, trascinando così il governo Kirchner in tribunale e, di conseguenza, l’intero Paese al secondo default in 13 anni, dopo che la corte federale di New York impose all’Argentina di risarcire Singer con 1,5 miliardi.

Tornando alle sorti del Milan, la speranza dei tifosi rossoneri è che, una volta avvenuto il closing, Mister Li sia in grado di portare a termine il secondo step del suo progetto, ovvero trovare nuovi investitori e i riscuotere i significati ricavi commerciali che il mercato asiatico dovrebbe produrre, per poi arrivare nel giro di tre anni a quotare il club rossonero alla Borsa di Hong Kong. Il tutto accompagnato da un mercato estivo che si annuncia faraonico e da una strategia sportiva che a partire dal 2018-2019 non può prescindere dal ritorno del Milan in Champions League.

Lamberto Abbati


 

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