Interventi a gamba tesa

Antitesi Cassano


Il grande problema nella valutazione reale di un giocatore, che si traduce nel modo in cui lo ricorderemo una volta abbandonato il campo, sta nella difficoltà della formazione di una memoria collettiva, ostacolata da episodi a cui ognuno di noi dà più peso rispetto ad altri. Antonio Cassano è la sintesi del concetto di giudizio di valore nella teoria sociologica di Weber: un giocatore analizzabile solo da un punto di vista soggettivo, del quale si può avere un’idea soltanto basandoci su un particolare sistema di valori, che ne condizionano completamente la valutazione. Mario Sconcerti ne La differenza di Totti scrive che “Il calcio è quasi e soltanto cronaca, non ha né i mezzi né il tempo per diventare storia. Nessuno è in grado di giudicare Meazza, di confrontarlo con i giocatori del dopoguerra. Il calcio non è fatto di documenti, testimonianze e studio come la storia, è fatto di immagini”. Sono queste immagini a condizionare la nostra idea, passata, presente e futura su un singolo calciatore; sono queste immagini a condizionare irrimediabilmente la concezione che avremmo di lui quando un giorno ci ritroveremo a rivederlo in un vecchio video su YouTube.


Nel ventesimo episodio della diciassettesima stagione dei Simpson, “A proposito di Marge”, mamma Simpson perde la memoria a causa dei vapori esalati da un mix di detersivi. L’episodio si sviluppa sulla capacità di ricordare i membri della famiglia, e non, grazie alle reazioni mnemoniche primitive. Esiste infatti una tipologia di memoria chiamata memoria episodica, che risiede nel lobo temporale mediale del cervello, la quale ci permette di associare un’immagine, un episodio o un suono ad una persona. È quella memoria a riportarci alla mente una donna quando si sente una canzone ed è la stessa che aiuta Marge a ricordarsi di Maggie grazie al rumore del suo ciuccio, ma anche quella che ci permette di associare degli episodi ad un giocatore e viceversa. Quando mio padre mi racconta di Michel Platinì esprime tutto con la posa assunta dopo il gol annullato nell’Intercontinentale del 1985 contro l’Argentinos Juniors, che ne sintetizzava classe e stile; quando parla di Karl-Heinz Rummenigge, ricorda sempre la circonferenza delle sue cosce vista all’Arena Garibaldi in un Pisa-Inter di altri tempi. Quando penso ad Antonio Cassano, ancora prima del gol con la maglia del Bari all’Inter, mi viene in mente, e me ne vergogno, la sua imitazione a Controcampo. Lallo Circosta si limitava a mettere in evidenza il fatto di essere sovrappeso, mangiare patatine e urlare “ma che me ne fotte a me”. Bastava questo a rendere il tutto un’interpretazione magistrale. Lallo Circosta sintetizzava l’idea di Cassano, probabilmente il giocatore italiano più talentuoso nato dopo gli anni ’80, in 7 parole e qualche chilo di troppo, senza neanche mettere in mostra un pallone.

“Fra 30 anni l’Italia sarà non come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la televisione”. Profezia di Ennio Flaiano, un altro talento incompreso.

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Ma come ricorderemo Cassano? Come sarà raccontato un giorno Antonio Cassano? Quale immagine ci evocherà il talento di Bari Vecchia? Quello che ci ha fatto vedere giocando contro Totti? Il talento impossibile da imbrigliare del Bari? Il giovane talentuoso che ha fallito in uno dei Real Madrid con più campioni di sempre? Sarà il ragazzo salvato dalla strada grazie al calcio che non è mai riuscito ad allontanare i demoni che lo avevano attanagliato tra le strade nella sua giovinezza, o quello che ha scelto consapevolmente di non separarsene?

Apertura di Beckham, profondità di Zidane per Roberto Carlos, cross al centro e gol di testa di un Antonio Cassano che non ha ancora compiuto ventiquattro anni. L’equivoco sul ricordo che ci lascia il probabile addio al calcio di Cassano a soli trentacinque anni, si può esprimere con un solo gol. La sua presenza in un’azione perfetta, costruita da Zidane, Beck e e R. Carlos, che significato ha nella formazione della memoria collettiva su ciò che ha rappresentato Cassano? È la sublimazione dell’idea del talento di Cassano che lui ha poi scelto, più o meno consapevolmente, di non sfruttare al massimo? O forse, è più semplicemente l’espressione più alta di un conflitto tra il calciatore e l’uomo Cassano che ha sempre visto vincere il secondo sul primo.

Robert Louis Stevenson è l’autore del più famoso romanzo riguardo all’ambiguità dell’animo umano. The Strange Case of Dr Jekyll and Mr Hyde è una delle tante opere riguardanti lo sdoppiamento della coscienza umana, così come Fight Club oppone Brad Pitt a Edward Norton, Stevenson mette in contrapposizione la doppia natura di un rispettabile medico nella società vittoriana, pregna di moralismo, con la malvagità del suo alter ego Hyde. Le due personalità, in continuo contrasto tra loro per il domino dell’individuo, sono la metafora delle infinite sfaccettature che può avere l’animo umano e della continua lotta per far prevalere una sull’altra. Se Cassano avesse potuto isolare il calciatore dall’uomo tramite un filtro come Jekyll, la sua carriera avrebbe potuto prendere strade diametralmente opposte a quelle che invece gli ha riservato la perenne sconfitta del genio sulla sregolatezza. Il poter separare le due facce di Cassano avrebbe probabilmente anche permesso di costruire una memoria collettiva che, svincolata dai giudizi di valore sull’uomo, gli avrebbe riconosciuto più serenamente il titolo di più grande talento italiano dopo la fine della generazione Del Piero-Totti.

Cassano esordisce in Serie A a diciassette anni e fa presto innamorare tutta l’Italia calcistica. Quel ragazzino ribelle a cui hanno già sequestrato tre macchine, tra cui una Golf GT regalata direttamente da Mataresse, per guida senza patente ma che disegna calcio, diventa presto l’icona del futuro calcistico italiano. Quel ragazzo che dichiara con spensieratezza di come il suo talento lo abbia salvato da una vita da delinquente, che racconta di come prendesse una quota sulle scommesse piazzate sulle partite in Piazza Ferrarese a Bari, dove “spesso c’erano spari, macchine della polizia, ambulanze”, perché era lui a decidere chi avrebbe vinto, ha ancora troppe attenuanti, troppo estro e sapore di novità per influenzare l’idea del calciatore con la realtà dell’uomo che ancora non è.

Roma rappresenta invece l’apoteosi di ciò che Cassano sarebbe potuto essere e di quello che invece la sua natura incontrovertibile lo ha costretto a diventare. Arrivato per sessanta miliardi di lire e con il ruolo di talento predestinato alla grandezza, se ne andrà da Roma per una cifra nettamente inferiore al suo reale valore, figlia delle questioni extra campo. Una delle immagini più evocative della sua storia alla Roma è la bandierina presa a calci dopo un gol nel 4-0 alla Juventus. Cassano la sera prima di quella partita ha rubato le chiavi di Trigoria, ci ha portato una ragazza ed è tornato a casa sua alle sei e mezzo; Capello non lo sa e nessuno se ne sarebbe reso conto se non lo avesse poi dichiarato lui stesso perché in campo segna due reti, si procura un calcio di rigore e dialoga con Totti come se fossero nati per giocare insieme. Il fatto che due delle immagini più evocative della sua carriera a Roma siano la faccia di Collina mentre lo ammonisce per il calcione alla bandierina, con uno sguardo quasi commiserevole, e le corna all’arbitro Rosetti dopo la finale di Coppa Italia persa con il Milan e non la qualità tecnica che mostra in campo, è ancora una volta da imputarsi all’uomo Cassano, che eclissa nuovamente il talento del giocatore.

“Alla Juve non sono andato perché io devo poter essere sovrappeso, mangiare quello che voglio, mandare a quel paese qualcuno; l’ho sempre fatto e lì non avrei potuto”.

Un’altra immagine evocativa del Cassano pre svolta, almeno a parole insensatamente negativa, che l’esperienza al Real imprime sulla sua carriera, è il pianto agli europei del 2004. Cassano a quegli Europei è chiamato a diventare il leader tecnico dell’Italia dopo lo sputo di Totti a Poulsen. Il gol alla Bulgaria potrebbe essere un momento pivotale della visione di Cassano nell’immaginario dell’intera nazione; potrebbe finalmente far emergere il suo talento in mezzo alle cassanate, sintetizzando il tutto nella sregolatezza che si confà al genio, ma invece risulta essere inutile. Il pianto di Cassano può essere interpretato sia seguendo la strada della delusione di squadra, sia di quella personale nell’essersi avvicinato così tanto ad una rete che, senza il biscotto tra Danimarca e Svezia, avrebbe potuto formare una consapevolezza generale del ruolo che avrebbe potuto, e dovuto, avere in nazionale. In realtà Cassano non vestirà la maglia né al mondiale in Germania né a quello in Sud Africa. Ancora una volta le reazioni mnemoniche primitive sintetizzano il rapporto con la maglia azzurra. Cassano sarebbe potuto essere il leader tecnico della selezione azzurra per anni, invece il ricordo che ci porteremo dietro della sua storia con la maglia azzurra, complici le due brucianti eliminazioni agli europei 2004 e ai mondiali brasiliani, sarà probabilmente quello dell’intervista sugli omosessuali nel 2012.

“Ci sono froci in nazionale? Se dico quello che penso sai che cosa viene fuori… Sono froci, problemi loro, speriamo che non ci siano veramente in nazionale. Me la cavo così, sennò sai gli attacchi da tutte le parti”. Che eleganza Antò.

Il Cassano che viene intervistato da Fabio Fazio a Che tempo che fa nel 2008 è da poco tornato in Italia dopo aver fallito in uno dei Real Madrid più saturi di campioni degli ultimi anni. Il capolavoro finanziario con il quale Beppe Marotta lo porta alla Sampdoria esprime sia l’abilità in termini economici di quello che è oggi uno dei migliori dirigenti italiani, sia la caduta verticale che aveva avuto la carriera di Cassano a soli venticinque anni. Nell’intervista dice che aveva preso l’avventura in Blancos con grande entusiasmo, ma che dopo tre mesi voleva tornare in Italia; è sicuro che il problema sia Madrid, “lì si vive troppo bene e o fai il calciatore o non fai il calciatore, io ho scelto la seconda opzione”. Il Real quell’anno, con Capello in panchina, ha anche vinto la Liga; sarebbe il primo trionfo nazionale di Cassano che intanto, nei dintorni di Plaza Mayor è diventato El Gordito per i suoi problemi di forma, ma, mentre i Galacticos festeggiano, lui è a Bari a riflettere sul futuro della sua carriera. La famosa imitazione di Capello è solo l’apice delle cassanate che, in una Liga in cui gioca solo 377’ minuti, prendono facilmente il sopravvento sull’ideale di calciatore Cassano per lasciare spazio alla realtà dell’uomo incapace di risolvere i suoi limiti caratteriali.

Ciò che non ha mai avuto il giusto peso in questo video è, più dell’imitazione da parte di Cassano, la risposta di Diarra che gli dice “Te non giochi perché sei pazzo”

Quando Fazio gli chiede quale sia il soprannome che più gli piaccia, Cassano risponde in un attimo: “Assolutamente Peter Pan”. Nella scelta del soprannome che più identifica la sua mancata crescita personale, ma anche la spensieratezza da bambino, che si traduce in gesti tecnici fuori dal comune in campo, c’è tutta la consapevolezza di Cassano e forse anche una punta di rimpianto nel ricordare proprio Bari e ciò che avrebbe potuto significare per lui quella prima stagione in Serie A. È pienamente cosciente di avere un talento difficilmente paragonabile, sa che avrebbe potuto dare di più di quanto abbia fatto fino a quel momento, ma ha anche la convinzione che non sia necessario, che diventare un vero professionista possa in realtà limitare il suo talento estemporaneo. La sua voglia di rivalsa non nasce dalla volontà di primeggiare grazie al talento di cui è dotato, ma da quella di equilibrare la condizione in cui è nato, di avere ciò che da bambino non poteva neanche sognare.

“A oggi mi sono fatto 17 anni da disgraziato e nove da miliardario, c’è ancora tempo prima di pareggiare”.

Cassano alla Samp riesce a ridisegnare la sua immagine, a dare l’impressione di aver trovato finalmente la sua dimensione ideale. Da talento imbrigliabile, sia fuori che dentro il campo, si trasforma in leader tecnico e carismatico della squadra. Genova gli ricorda la sua Bari; il mare, il porto, lo fanno sentire a casa. Le esagerazioni dell’uomo sono sempre più sporadiche e vengono nascoste dal talento e da un’intesa con Pazzini che, ai tifosi blucerchiati, rievoca la coppia Mancini-Vialli.

Cassano in versione Dr. Jekyll-Tyler Dunner

Sembra che il Dr Jekyll sia finalmente riuscito a limitare Mr Hyde, che riesce a prendere il sopravvento sempre più sporadicamente. Con il passare del tempo però la sfaccettatura umana, quella nata e cresciuta tra le strade di Bari vecchia, riesce ancora una volta ad offuscare il giocatore.

“Vengo dalla strada e ho una personalità molto forte, pensavo che il calcio fosse come la strada ma non era così, solo ora ne sono cosciente”.

Il ricordo che avremmo potuto avere se Cassano fosse rimasto alla Samp, sarebbe stato completamente diverso da quello che invece l’uomo ci costringe ad avere dopo il litigio con Garrone, un uomo che Cassano ammetterà gli volesse bene come un figlio; un padre putativo che lui costringerà ad arrendersi. Nel gennaio del 2011 il suo passaggio al Milan avrebbe anche potuto rappresentare il riscatto completo di una carriera che non ha rispettato le aspettative, incapace di dare la giusta dimensione al suo talento, ma è certamente la prova conclusiva di un giocatore che non è riuscito, o forse non ha voluto, uscire da una dimensione minore rispetto a quella che avrebbe potuto raggiungere.

«Ho dato solo il 30% del mio valore ma sono contento lo stesso, non ho grandi rimorsi».

Ancora una volta, infatti, la sua valutazione, così come la sua intera carriera, è fortemente influenzata dall’extra campo. Cassano a ventinove anni, dopo trentuno reti e trentadue assist in due stagioni e mezzo, passa al Milan per meno di due milioni. Il periodo tra Milan e Inter è quello che influenza meno la memoria collettiva in riguardo al Cassano calciatore, aggiungendo invece altre problematiche al lato umano. L’intervento al cuore, le mani addosso a Stramaccioni dopo aver avuto l’inizio di stagione migliore che avesse mai avuto, la contrapposizione tra “Sopra il Milan c’è solo il cielo” e il “Sopra il cielo c’è l’Inter”, la lite con Galliani. In tutta la sua avventura milanese l’unico che sembra riconoscere in Cassano il suo vero valore è Ibrahimovic. È proprio Ibra l’antitesi perfetta di Cassano: due giocatori dal talento smisurato, i cui caratteri hanno reso uno il migliore e l’altro l’immagine sbiadita di ciò che avrebbe potuto essere per doti naturali. Nel giorno della sua presentazione al Milan, la conferenza stampa viene chiusa da una frase che, rileggendola ora, assomiglia molto a quella del portavoce della Decca Records nel 1962 che scartava i Beatles perché “Le band che usano le chitarre sono fuori moda”; dice “Il Milan sarà la mia ultima squadra”. Lascerà i rossoneri dopo sei mesi per l’Inter e dopo una stagione si trasferirà a Parma.

“A me manca Cassano. No, non fuori dal campo, mi manca in partita. È un campione”

Ne “La coscienza di Zeno”, Italo Svevo descrive la psiche del protagonista, un uomo che si sente inetto ed è quindi sempre alla ricerca di una cura dal suo malessere attraverso episodi che, spesso, portano ad effetti controproducenti. Cassano è stato, durante tutta la sua carriera, la riproposizione vivente del protagonista del romanzo; sentendosi un “disgraziato” ha fatto di tutto per riuscire ad uscire dalla sua condizione, finendo spesso per incidere in negativo sullo stesso proseguo della sua carriera. Il momento del romanzo dove Zeno, davanti all’Isonzo, rivede la sua intera vita grazie al momento di completa armonia con se stesso e con il mondo che il fiume gli concede è la riproposizione del Cassano di Parma. Il fatto che l’Inter, per arrivare a Belfodil, proponga al Parma il suo cartellino più dieci milioni è la rappresentazione della caduta verticale della sua reputazione, che ormai lo identifica come impossibile da recuperare, ma Cassano, probabilmente colpito nell’orgoglio e conscio di essere all’ultima possibilità di rivalsa del calciatore sull’uomo, si trasforma ancora una volta nella versione nella quale riesce con facilità a diventare leader tecnico e carismatico della squadra. A fine stagione arriva a quota tredici reti e otto assist, aveva fatto meglio solo nella stagione 2009/10 a Genova.

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Il 2015 è l’anno del caos societario del Parma, di Manenti, degli stipendi non pagati e della messa in mora della società. Finire la stagione in quelle condizioni, o magari arrivare addirittura a fare una scelta di vita alla Lucarelli seguendo la squadra in D, avrebbe da una parte significato una redenzione agli occhi della critica, che sarebbe avvenuta tramite una specie di pena del contrappasso; dall’altro lato avrebbe perfezionato l’idea di un giocatore che ha scelto di esprimersi a livelli inferiori rispetto a quelli a cui sembrava destinato. La rescissione del contratto ha la stessa duplice chiave di lettura: potrebbe essere interpretata come il gesto che ha dato risalto all’intera vicenda, ma i giocatori rimasti che l’undici aprile del 2015 hanno vinto con la Juve, con la consapevolezza di ciò che sarebbe accaduto a fine stagione, hanno dimostrato uno spirito di determinazione e attaccamento alla maglia che evidentemente Cassano non condivideva. I dieci assist in una stagione e mezzo è una delle più grandi dimostrazioni del contrasto tra il giocatore e l’uomo, tra l’associatività in campo e l’incapacità di entrare in sintonia con l’intera società. Apostrofare Donadoni con l’epiteto di “crisantemo” è soltanto l’ultimo (forse) episodio che contraddistingue questo trend, dopo Montella alla Roma, Capello al Real, Galliani al Milan, Stramaccioni all’Inter e il padre putativo Garrone alla Samp. Tutto per un giocatore da 90 assist in carriera.

E in un giorno di pioggia ti rivedrò ancora
e potrò consolare i tuoi occhi bagnati.
In un giorno di pioggia saremo vicini,
balleremo leggeri sull’aria di un Reel.

Nel luglio del 2015 Cassano torna alla Sampdoria contro il parere del neo allenatore Zenga, fortemente voluto dal presidente Ferrero, probabilmente per ingraziarsi i tifosi. Dopo una prima stagione tra alti e bassi, ma soprattutto chili di troppo, Osti, durante il ritiro estivo, assicura alle telecamere che Cassano darà il suo contributo alla squadra, pur non potendo più raggiungere la condizione per giocare molto. Cinque mesi dopo le dichiarazioni del dirigente blucerchiato, Cassano rescinde il contratto e il ventotto febbraio gli viene vietato di allenarsi con la primavera a Bogliasco. Le motivazioni questa volta non diventano subito pubbliche, Cassano si limita ad affermare che saranno “i signori” a dover spiegare come siano andate le cose. Probabilmente per l’ultima volta, l’uomo vince ancora sul calciatore, questa volta annientandolo definitivamente e prendendosi la completezza del personaggio Cassano, impedendoci di avere un ricordo che si discosti dall’extra campo per riconoscergli un’estetica calcistica che in pochi si sono potuti permettere e che, forse, è però anche figlia dell’uomo

La verità è che “Con Cassano è inutile parlare di rimpianti:

poteva fare 15 anni nel Real Madrid,

ma il suo bello è stato proprio essere così, nel bene e nel male”.

Giampaolo Pazzini.

Quando una riflessione di tremila parole nasce da una domanda è giusto rendere merito anche a chi l’ha posta; un po’ come l’abbraccio di chi segna all’autore dell’assist: grazie Nicolò.


 

Nato il 24/08/1992, esattamente quindici anni dopo Denílson, mi vanto da sempre di avere il suo stesso talento anche se in campi diversi, sperando che almeno il mio non rimanga incompiuto a forza di pasos dobles. Iscritto all'università di Pisa in Scienze Politiche, dedico la mia vita allo sport e ai libri di Bukowski, Huxley e Palahniuk. Amo il calcio, la birra, Guccini, De André, Toni Servillo e il vero talento. Esteta del calcio, juventino di nascita e tradizione, ho donato il mio cuore a Camoranesi, che ultimamente sembra averlo girato a Dybala.