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- di Filippo Galeazzi

Mister President: panchine e poltrone


La vita di politici e allenatori di calcio raramente s’intreccia. Il loro di certo non è un rapporto mitocondriale, pur ammettendo saltuarie influenze nelle rispettive sfere: capita infatti che un politico faccia apprezzamenti su un certo allenatore e, qualche volta, il contrario. Nei casi più deliranti, si assiste, alle volte, a delle interrogazioni parlamentari sui risultati delle partite, ma è un capitolo che non ambiamo approfondire. Qui di seguito, consapevoli dei differenti campi d’azione nei quali si trovano ad agire le due professioni, proveremo a metterle in relazione, creando delle coppie, giocando su caratteristiche e tratti caratteriali comuni. Politici e allenatori di successo, brontoloni, simpatici, decisi, derisi.


A quattro mani con Lorenzo Ciaruffoli

Renzi-Sacchi. Inevitabile partire dal ragazzo di Pontassieve, innegabilmente la figura di primo piano della politica italiana degli ultimi anni, nel bene e nel male. Spregiudicato e all'attacco, come le squadre di Sacchi, del vincere e convincere, dove l’1-0 non basta, serve il cappotto, 40% e tutti sotto la doccia. Poi però capita che Baggio sbagli il rigore, il tono delle voce di Pizzul, compreso, tradisce l’amarezza del momento, e perdi i Mondiali. «Alto! Il Campionato del Mondo è finito, lo vince il Brasile», le parole di Bruno rimbombano nei salotti  di tutta Italia. 

Sì, ancora fa male...

Brazil vs Italy

Flashforward. 22 anni dopo. 4 dicembre 2016, ore 23, le urne vengono sigillate. Ora negli stessi salotti si ascolta Mentana. In quelli di Palazzo Chigi, invece, c’è aria di trasloco. Passa infatti meno di un’ora e il risultato appare chiaro: è una sconfitta, dura, netta, forse definitiva per Matteo Renzi. Dopo una campagna elettorale bruttissima e senza esclusione di colpi, dopo aver personalizzato il referendum per mesi e dopo averne passati altrettanti (invano) a spersonalizzarlo, gli italiani avevano deciso: non sulla riforma della Costituzione, di quella non fregava a nessuno, piuttosto sul governo Renzi, il più longevo della storia della Repubblica, che doveva interrompersi lì. Un sogno infranto, per chi votava Sì, per chi tifava l’Italia, politicamente e calcisticamente.

Berlinguer-Zeman. Zero compromessi (se eccettuiamo i tentativi per quello Storico), nessun passo indietro, un’idea da portare avanti a scapito dei risultati e dell’effimero successo, un sistema da denunciare, una continua lotta al potere. Sono questi i traits d'union, un ponte tra Sassari e Praga che lega queste due forti personalità. Ok, forse non li ricorderemo per i loro successi, non hanno vinto scudetti o elezioni a differenza dei loro avversari, hanno vissuto il panorama calcistico e politico da protagonisti, ma non sono mai riusciti a dominarlo, a imporre la loro idee. Ma non hanno smesso di provarci, di combattere contro i mulini a vento, hanno immaginato un’idea di calcio e un’idea di politica e di comunismo diversi, che facessero stare meglio le persone (perché si sa, il comunismo, ma anche il calcio, è quella cosa che sei felice solo se lo possono essere anche gli altri, nelle vita, allo stadio). E forse è proprio per questo che nonostante tutto, rimangono fra i più amati.

Prodi-Capello. I due vecchi saggi della politica e del calcio, entrambi hanno ormai da tempo abbandonato le scene in favore delle nuove generazioni. Hanno vinto in Italia e in Europa, perdendo raramente la compostezza e la placidità che li contraddistingue. Occhiali dalla montatura fina, lenti spesse, occhi di chi ha ci sempre visto lungo, forse troppo. Uno, “l’allenatore degli allenatori”, l’altro colui che ci ha portato nell’Euro, senza passare per il ranking Uefa, e l’unico capace di battere due volte Silvio Berlusconi ad un’elezione politica, nel ‘96 e nel 2006, e senza il voto di Don Fabio. L’allenatore pierissino, infatti, in quelle due annate si trovava in Spagna, più precisamentea a Madrid, dove era impegnato col Real a vincere la Liga. Ai posteri la sentenza su quale delle due doppiette resti la migliore.
Ora entrambi si sono ritirati dal calcio e dalla politica attiva. Fabio commenta la partite alla tv, Romano preferirebbe rilasciare meno dichiarazioni possibili, ma quando lo fa, ragazzi miei, sposta ancora più voti del partito di Civati e quello di Speranza messi insieme.

Andreotti-Trapattoni. Per concludere, i due campioni di tattica per eccellenza, il 7 volte presidente del consiglio e il 7 volte campione d’Italia, il recordman di palazzo Chigi e quello delle panchine. Ispirati dai rispettivi mentori, De Gasperi e Rocco, si sono presi le poltrone e le panchine più ambite d’Italia, vincendo come nessun altro riuscirà a fare. Impossibile non mettere a confronto il politico e l’allenatore più rappresentativi del secondo dopoguerra. Due palmares ineguagliabili, composti da campionati di mezza Europa e ministeri di mezza Italia. Ma entrambi si portano dietro il rimpianto più grande. Per il campione della Democrazia Cristiana è la Presidenza della Repubblica, sfuggitagli di mano nel 1992: il Divo Giulio è uno dei papabili ai ranghi di partenza, ma una situazione politica un po’ più complessa farà naufragare la sua candidatura. Guarda e impara come si sta al mondo. Dieci anni più tardi e diverse migliaia di km di distanza, i sogni di gloria mondiali del Trap andranno a schiantarsi nei pressi di Daejeon, nel centro della Corea del Sud, quella dei Buoni, in teoria. Anche lì la situazione era un po’ più complessa, quella arbitrale sicuramente. La reazione del Trap, a ragione, non sarà altrettanto democristiana.

Il Trap da sempre maestro della marcatura a zona.

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