Interventi a gamba tesa

L’armata tedesca


Quando l’arbitro serbo Mazic ieri ha fischiato la fine, mi è subito venuta alla mente una frase storica di Gary Lineker: “Il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine la Germania vince”. In questo caso si tratta di club, ma il principio rimane validissimo: basta sostituire Germania con Bayern Monaco. Perché i giornali inglesi alla vigilia della partita ci credevano: questo poteva essere l’anno dell’Arsenal. Come capita però da 7 anni ormai, l’avventura europea dei ragazzi di Wenger è già finita agli ottavi. A meno di clamorosi miracoli calcistici.


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Il Bayern, ieri sera, ha dato una lezione di calcio all’Arsenal e il risultato gli permette di andare a Londra con un biglietto già in mano per i quarti di finale. Gli inglesi, dopo un’ora di gioco, si sono completamente spenti e tornano nella madre patria con 5 gol, ma attenzione: potevano essere molti di più. Nemmeno gli aiuti arbitrali hanno evitato il disastro. I Gunners hanno sofferto la serata stellare di Thiago, il killer instinct di Lewandowski e una macchina da guerra vicina alla perfezione.

La storia di sempre: l’irrimediabile destino dell’Arsenal di Wenger, inchiodato in una panchina ad accumulare delusioni come l’uomo che colleziona francobolli. Sono lontani i successi dei Gunners, un club fermo e immobile che deve, molto velocemente, andare avanti. Lo fa il Bayern con la semplicità di un grande, ringraziando il lavoro di Guardiola e ammirando, finalmente, il gioco di Ancelotti: questa volta la squadra tedesca ha espresso al meglio il suo calcio e ha surclassato gli avversari. Il tabellino offre pochi dubbi al riguardo.

Cattura

A fine primo tempo, il risultato di 1-1 andava di lusso agli uomini di Wenger. Era stato un primo tempo con pochissimi tiri in porta da parte degli uomini di Wenger ma con un rigore a favore, a mio avviso un pelo generoso, da parte dell’arbitro serbo. Tornati dagli spogliatoi però, la storia è cambiata: Özil si trasforma nell’uomo invisibile e Alexis nell’eroe frustrato, stanco di lottare da solo per una vittoria alla quale probabilmente solamente lui credeva.

Se c’è una cosa che non devi fare all’Allianz Arena è mollare la presa, perdere le distanze. Anche solo per 10 minuti. Soprattutto in Champions League. Aggrappato al pareggio, l’Arsenal ha commesso quest’errore e neanche il tempo di rendersene conto si è ritrovato sotto di 2 gol. Lewandowski e soprattutto Thiago Alcantara hanno messo in ridicolo i quattro uomini della linea difensiva di Wenger costretti ora già a salutare la massima competizione europea.

Ospina ha parato tutto il parabile, ma la fine era vicina. Ecco allora, a 2 minuti dalla fine, Müller, entrato da poco (non ci crederete, ma è panchinaro in questo Bayern), chiudere definitivamente il discorso: gli è bastata una palla buona per fare il quinto e catapultare l’Arsenal all’inferno. Da troppo tempo la squadra inglese è un semplice invitato negli scontri diretti della Champions.

Bayern Munich 5 Arsenal 1: Second half meltdown leaves Gunners and Arsene Wenger on the brink

A inizio partita c’è stato però qualcosa che mi ha fatto sobbalzare dal divano, perché si parla spesso di far giocare i giovani (e nel Bayern ce ne sono) ma su quella fascia destra giocano sempre loro, Robben e Lahm, come se gli anni per loro non fossero mai passati. E quella fascia è stata, per tutta la partita, il centro di gravità di tutto il palcoscenico, come un fuoco permanentemente acceso dai passaggi di Xabi Alonso, che nessun giocatore dell’Arsenal è stato capaci di spegnere. Per il Bayern era molto semplice trovare a uno dei due “veterani”, il portatore di palla trovava metri davanti a lui senza barriere efficaci fino al limite dell’area e da lì si appoggiava sulla punta per definire l’azione.

Analizzandola qualche ora dopo, e soprattutto studiando la relazione che hanno con la Champions League sia Arsenal che Bayern Monaco, il risultato sorprende ma meno di prima. Forse è un passivo troppo pesante ma i tedeschi li conosciamo, quando vincono, vincono bene. La Champions scrive sempre la sua storia. A fine anno Lahm appenderà gli scarpini al chiodo, mancano ancora tante partite e le avversarie sono pure loro fortissime, ma sarebbe bello immaginarsi questo piccolo grande terzino destro alzare quella coppa con le orecchie a Cardiff, il 3 giugno.


 

Santiago Tedeschi, nato a Roma, classe '93. Appena laureato in Mediazione Linguistica e Interculturale e pronto per una magistrale in Giornalismo e Comunicazione Digitale. Italo-spagnolo e una grande passione, il calcio e il Barcellona.