Interventi a gamba tesa

La metamorfosi di Mertens in 3 momenti (+1)


“La meravigliosa ala sinistra che diventò riserva di lusso, la riserva che diventò centravanti, il centravanti che sfidò l’imperatore”. Se non fosse per la presenza di vocaboli prettamente calcistici, questo periodo starebbe meglio in un kolossal hollywoodiano, magari doppiato da Luca Ward. Eppure può descrivere in maniera tutto sommato efficace, l’avventura partenopea di uno dei calciatori più amati dai tifosi azzurri: Dries Mertens. Addirittura potremmo usare le tre frasi che introducono il pezzo come “titoli” di tre momenti fondamentali dell’esperienza del belga al Napoli, che potremmo in un certo senso definire paradigmatici delle varie tappe che hanno segnato il cammino azzurro del fuoriclasse.


Premessa:

Anche se può sembrare incredibile (a maggior ragione dando un’occhiata al suo profilo Instagram) l’esperienza in azzurro del folletto belga non è sempre stata all’insegna dell’amore quasi idilliaco nei confronti della squadra e della città: al contrario numerosi sono stati i sali-scendi emotivi provati sia dal calciatore sia in particolar modo da tifosi e addetti ai lavori all’annuncio dell’acquisto, da parte del club di De Laurentiis, di questo esterno offensivo non propriamente giovanissimo (Mertens ha appena compiuto 26 anni quando approda alle pendici del Vesuvio) che si misurava per la prima volta con uno dei campionati maggiori d’Europa e con la Champions League, competizione alla quale gli azzurri partecipavano per la seconda volta in tre anni senza passare dai preliminari. La data, che a modo suo diventa iconica, dell’arrivo di Mertens è il 17/06/2013, ed è il primo importante check-point di Mertens in azzurro.

La data in cui i migliori intellettuali della Napoli bene si riunirono per discutere, davanti a un ideale bicchiere di brandy, del nuovo strampalato acquisto di Bigon. La dichiarazione di Eziolino Capuano (sì proprio lui, quello che “vi scanna se perde con la Carrarese”) è di quelle che non si dimenticano più.

In realtà mister Capuano, che teniamo sottolineare conosce benissimo il giocatore, non ricorda che i destini dell’ala belga e del Napoli si sono incrociati già due volte, sempre ai gironi di Europa League, quando Dries indossava la maglia prima dell’Utrecht nel 2010 e poi del più blasonato PSV Eindhoven due anni dopo, lasciando il segno in entrambe le occasioni con due assist decisivi per il 3-3 finale ai tempi di Utrecht e contribuendo con questa volée al 3-0 con cui il PSV sconfisse gli uomini di Mazzarri.

Sulla panchina del Napoli però non siede Capuano, ma Benitez,  che al contrario conosce perfettamente la reale caratura del calciatore: ma sa anche che il calciatore ha bisogno di un naturale periodo di ambientamento a un nuovo calcio, specialmente se difficile ed estremamente aspro nei confronti di calciatori dal talento cristallino come il suo. È anche per questo che, nei piani dell’allenatore iberico, Mertens parte inizialmente dalla panchina, dietro a un calciatore più giovane e per certi versi simile ma per altri diverso come Insigne (l’italiano è infatti meno estroso del belga, ma assai più associativo e con una sensibilità particolare per l’assist) , che conosce già bene la Serie A, e benissimo (e d’altronde chi se non un indigeno come lui?) l’ambiente Napoli.

È lo stesso Insigne a voler mettere le cose in chiaro con il nuovo arrivato (anche se in realtà il malinteso è nato tutto dal pessimo inglese di Auriemma)


1) La meravigliosa ala sinistra che diventò riserva di lusso

L’inizio di Mertens fu, come già detto, lento e graduale: il suo ruolo nel 4-2-3-1 impostato dallo spagnolo è quello di esterno sinistro, con licenza al dribbling a rientrare e al tiro in porta. Porta che però viene centrata per la prima volta solo ad Halloween, durante la difficile trasferta fiorentina.
Da lì in poi quello di Mertens diventa uno dei casi più seguiti in casa Napoli, che tiene sulle spine sia l’allenatore, sia i tifosi che letteralmente impazziscono per questo esplosivo piccoletto dal dribbling fulmineo e dalla classe cristallina, capace quando in campo di sfornare cambi di direzione improvvisi, di saper usare il corpo (nonostante la forza fisica non sia propriamente un suo punto di forza) per difendere il pallone, di avere una più che notevole tecnica di base, e di segnare gol mai banali.

Tuttavia sembra che tutto questo non basti per avere un posto garantito nell’undici azzurro: nonostante una stagione più prolifica per il belga, e un mondiale disputato a livelli decisamente più alti, Insigne è sempre il prediletto dell’allenatore spagnolo, che vede in Mertens solo una formidabile arma da utilizzare a partita in corsa, quando gli avversari sono stanchi e la tecnica e la velocità del fuoriclasse belga possono spaccare in due le difese avversarie. Nemmeno gli atteggiamenti sopra le righe  del napoletano, che lo mettono spesso in cattiva luce nei confronti della tifoseria che al contrario stravede per Dries, o la rottura del LCA che tiene per lungo tempo lo scugnizzo fuori dai campi di gioco aiutano Mertens a rifarsi: per Benitez diviene sempre più una riserva di lusso, un uomo a cui chiedere il miracolo quando le cose si fanno difficili, quando i suoi prescelti (fra cui c’è ancora Insigne, che rientra apposta per il rush finale verso il terzo posto e il sogno europeo arenatosi in semifinale) non sono stati in grado di spezzare le organizzate difese su cui spesso gli azzurri vanno a sbattere.
Se possibile l’addio di Benitez, con il conseguente arrivo di Sarri, peggiora ulteriormente le cose: l’ex allenatore dell’Empoli, al contrario dell’iberico, non è un sostenitore del turn-over meticoloso, bensì nutre una fiducia cieca nell’undici titolare, cui difficilmente apporta sostanziali modifiche. Se a questo aggiungiamo che il rivale di sempre, Insigne, sta al contrario vivendo la sua migliore stagione in assoluto, e che la sua intesa con Higuain gli sta permettendo si realizzare gol e assist come mai prima d’ora, è facile intuire come la situazione per Mertens, ala talentuosissima all’apice della propria carriera dall’alto dei suoi 28 anni, punto fermo della generazione d’oro del Belgio e con numerose offerte (ci ha provato per tutta l’estate l’Inter) per un eventuale trasferimento, si faccia sempre più insopportabile.

Il momento che meglio rappresenta questa declassazione a “riserva di lusso” per Mertens, e come questa gli pesi come un macigno: al San Paolo si gioca Napoli-Palermo e Sarri, al 65′, sostituisce Insigne con Mertens, fra i mugugni per nulla celati dell’attaccante di Frattamaggiore. All’80’ Mertens chiude definitivamente la pratica con un gol dei suoi ma non esulta coi compagni, bensì ulula come un coyote verso la luna tutta la sua rabbia e la sua frustazione nei confronti di Sarri, di Insigne e delle poche chance che gli vengono concesse.

2) La riserva che diventò centravanti

Come in tutte le grandi storie però, seguendo un tópos molto caro alla narrativa epica, nel momento di maggiore difficoltà per l’eroe ecco che tutto il villaggio ha bisogno di lui per non essere bruciato dal drago: è appena iniziata la stagione (con numeri a dir poco ottimi per gli uomini di Sarri sia in campionato che in Champions) quando, durante la pausa per le nazionali di ottobre, una notizia sconvolge gli equilibri faticosamente creati dal tecnico toscano: durante l’amichevole Polonia-Danimarca Arkadiusz Milik, il nuovo centravanti chiamato a raccogliere la pesante eredità di Higuain nel frattempo passato alla Juventus, rimedia una rottura totale del LCA del ginocchio sinistro, finendo fuori dai giochi per diversi mesi. Una brutta gatta da pelare per Sarri, che si ritrova all’improvviso senza un vero finalizzatore in grado di catalizzare l’enorme mole di gioco creata dal resto della squadra in fase di costruzione della manovra. Persino Gabbiadini, il sostituto designato del polacco, fallisce nell’impresa, mettendo definitivamente in luce tutti i suoi limiti, tattici (è palesemente un pesce fuor d’acqua all’interno dei meccanismi degli azzurri) ma soprattutto caratteriali.
In questo preciso momento però avviene il colpo di scena: Sarri, messo alle strette dalle contingenze (due le giornate di squalifica per Gabbiadini, che salta gli impegni con Empoli e soprattutto il big match con la Juventus) decide, in assenza di un titolare, di ricorrere al suo dodicesimo uomo, alla sua riserva di lusso. E indottrina Mertens, l’eroe dimenticato chiamato in causa sempre nei momenti più disperati affinché si carichi tutte le difficoltà sulle spalle e le spazzi via calciandole a giro sul secondo palo, per trasformarlo nel centravanti che adesso il Napoli non ha.

Il progetto è tanto ambizioso quanto lungo e laborioso da portare a termine: sono numerosi i punti lasciati per strada dagli azzurri proprio in virtù del fatto che manca un vero centravanti lì a far da sponda, creare spazi per gli inserimenti delle mezzali e per i tagli degli esterni e finalizzare i palloni dalle fasce come aveva ben fatto fino ad allora Milik. Eppure pian piano il folletto belga trova sempre più naturali i movimenti richiesti da Sarri, e anzi sembra quasi possano dar libero sfoggio del suo talento cristallino. Man mano Mertens trova sempre più fiducia nei suoi mezzi e, anche attraverso gol così che contribuiscono a galvanizzare qualsiasi attaccante, completa la sua metamorfosi.

Solito schema corto da calcio d’angolo: Mertens dapprima finta di attaccare il secondo palo ma poi, quando Hysaj è sul fondo e può solo crossare in mezzo, si muove in controtendenza rispetto a compagni e avversari, ormai schiacciati sulla porta, sfilando all’indietro e verso il secondo palo per ricevere comodamente il pallone e mandarlo in porta. Un gol figlio di movimenti da centravanti puro, che non appartenevano a Mertens. Possiamo parlare, senza timore di smentita, di un Mertens 2.0.

Animated GIF - Find & Share on GIPHY

 

3) Il centravanti che sfidò l’imperatore

Quando Mertens ha finalmente fatto vedere a tutti che il difficile e rischioso (che è costato il definitivo accantonamento di una risorsa del club come Gabbiadini) lavoro di upgrade tentato da Sarri aveva dato finalmente i suoi frutti, Mertens aveva già segnato 4 gol nella precedente settimana, uno in Champions contro il Benfica e una tripletta a spese del Cagliari. Insomma una notevolissima dimostrazione di forza per l’attaccante belga, ormai idolatrato dal tifo azzurro come pochi altri prima di lui.
Eppure non è ancora abbastanza: Mertens infatti sembra quasi sotto gli effetti di un incantesimo, uno di quelli che danno la percezione di onnipotenza a chi ne è sotto l’influsso. Incantesimo o no, quel che è certo è che Mertens è ormai dentro alle dinamiche del gioco come pochi altri calciatori sanno essere, in grado di plasmare le situazioni di gioco, i tempi e gli spazi a proprio piacimento, al servizio del suo smisurato talento. A giocatori in queste condizioni di forma viene richiesto sempre di più, dal punto di vista tecnico ma anche caratteriale: devono essere leader, metterci la faccia, lanciare il guanto di sfida.

Il guanto di sfida di Dries Mertens è di seta pregiata: è il segno che la metamorfosi non solo è completa, ma ha anche raggiunto una dimensione inaspettata, mentale prima che tecnica o tattica. Il belga infatti già prima di ricevere il pallone pensa alla soluzione più veloce per arrivare al gol, indipendentemente se essa è anche la più semplice da mettere in pratica. Sa che l’unico modo per  far sì che la palla scavalchi la difesa schierata da posizione defilata e in precario equilibrio è solo calciandola sotto, come a voler fare un “cucchiaio”, ma colpendola col collo-interno per darle quell’effetto unico che la rende irraggiungibile per Hart. Un gol straordinario, da leader impavido e con una discreta faccia tosta che affronta i suoi avversari e non li batte, bensì li irride, beffandosi anche persino delle leggi fisiche. Un gol tipico di quei giocatori che a Napoli piacciono da impazzire, un gol maradoniano.

Un gol che ha conquistato non solo i “sempli” tifosi: anche il vip per eccellenza fra i tifosi azzurri mostra inorgoglito la maglia del nuovo idolo azzurro.

Un gol con il quale Mertens sembra sfidare il più grande avversario di tutti, quello che il Napoli affronterà fra febbraio e marzo nella doppia sfida più attesa della storia recente: quella squadra, il Real Madrid, che sembra davvero l’imperatore del calcio internazionale, con la sua spocchia tipica dei vincenti nati, per i quali la sconfitta non è contemplata nemmeno come remota possibilità. E col quale vuole far sapere che è pronto a giocarsela, fino all’ultimo, attaccando all’arma bianca alla guida del suo Napoli: nemmeno l’arrivo di un vero centravanti come Pavoletti infatti è riuscito a scalzare il belga da una posizione ormai diventata sua a suon di gol e che sta difendendo ancora dall’alto dei 17 gol stagionali fin qui realizzati.
E se anche con il ritorno di Milik, sempre più imminente, Sarri deciderà di affidarsi a questo Mertens, creatura che ha plasmato con le sue mani e che gli ha risolto tante magagne, nella partita più importante della stagione, non ci meraviglieremmo: in fondo, come si fa adesso a farlo tornare una riserva di lusso?


 

Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio e raccontarne le numerose storie. Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.

4 Responses to “La metamorfosi di Mertens in 3 momenti (+1)”

Comments are closed.