Interventi a gamba tesa

Febbre a 90′ e la vita quotidiana dei sudditi di sua Maestà


Il Regno Unito è terra di contrasti, si sa. Una delle nazioni in cui è più facile fare impresa, ma anche uno degli stati del primo mondo con più disuguaglianze sociali. Una serie di bollenti situazioni e pesanti eredità da gestire, come ad esempio la questione irlandese, le conseguenze del Thatcherismo o il conto del passato coloniale. Paesaggi bucolici e pastorali tra i più belli del mondo si alternano a periferie orribili, brutalismo architettonico e terre di nessuno urbane, che assai poco concedono a estetica e vivibilità. Un paese al contempo commovente e quasi anacronistico nella tendenza alla tutela delle tradizioni, ma spesso anticipatore dei tempi e dei costumi. Per non parlare del meteo, da un lato assai romanticizzato, ma forse non così facile da gestire nel quotidiano. E dato che il calcio “è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”, non poteva non succedere che il calcio inglese divenisse un’enorme valvola di sfogo e uno dei mezzi di espressione prediletti dai sudditi di Sua Maestà. Insomma il football nella terra dell’Union Jack appartiene alla vita quotidiana, in una maniera talmente ampia e influente che ben pochi movimenti nel mondo hanno l’onere o l’onore di vantare.


TRADIZIONI & STORIA
Gli inglesi possono vantare, per dirla con uno che di Inghilterra se ne intende, un discreto triplete: la paternità del gioco, la regolamentazione di esso e la responsabilità della diffusione globale del fenomeno. La nascita del fenomeno ha sostanzialmente due padri: scuola e industrie. Circa a metà dell’800, la celebre scissione in seno al movimento rugbistico portò alla nascita del football e della Federazione, la Football Association, con l’iscrizione dei primi membri e la codificazione delle regole. Le prime partite vennero organizzate all’interno degli istituti scolastici,  le  cui classi, composte da 10 alunni e da un maestro, formavano il team: da lì il numero di titolari, 11. Man mano vennero perfezionate altre caratteristiche tipiche del gioco più bello del mondo: falli, dimensioni di campo e porte, fuorigioco. La fanbase, sia a livello di giocatori che di tifo e di appassionati, crebbe in maniera incredibile, per due motivi principali: pur essendo nato nei costosi istituti britannici, il calcio divenne presto lo sport nazionale della working class: gli altri sport in voga nel periodo erano costosi ed elitari (come il polo, l’ippica e il cricket) o troppo duri e complessi (come il rugby). Pian piano il fenomeno si diffuse in quella che si può definire  lower class, e che essa vedesse nel giocare a football un modo per evadere dalla grigia e complicata quotidianità del periodo industriale, e nel tifare un club un modo per esprimere un’appartenenza.

Le migliori partite del calcio inglese dagli anni ’20 agli anni ’60, e come il football è cambiato nel frattempo

Nella trendy e snob Londra il calcio divenne il mezzo per eccellenza per sbandierare e raggrupparsi intorno a un identità geografica, sociale o etnica altrimenti difficilmente esprimibile in una città enorme,  dalle mille anime e in perenne mutamento (non c’è un solo team tra i più di 20 team della Capitale a chiamarsi “London”), mentre per le città del Northern England e delle midlands il calcio diviene rapidamente una questione molto più importante e concreta, e la  cosa si ripercuoterà per tutto il secolo sui rapporti di forza in campo: città come Nottingham, Newcastle, ma soprattutto  Manchester e Liverpool solo nel calcio e nella musica sono riuscite a raggiungere e a volte superare la capitale, altrimenti egemone dal punto di vista politico, economico e culturale. Ma appunto la società cambia: le tecnologie corrono, l’architettura si reinventa, i riti si modificano o scompaiono  (il tè delle 5 non esiste più, con gli adulti troppo impegnati a far soldi nella City e i giovani indaffarati in binge drinking, e viceversa), i flussi migratori reinventano i quartieri. Ma sull’Isola il calcio è molto, a volte tutto. E allora Oltremanica la palla rotola sì veloce verso il futuro, specie da quando è stata istituita la Premier, ma è diventato anche un modo di proteggere un’identità e una memoria. Qualsiasi citizen sa che a Wimbledon comanda il bianco, che ad Ascot lo spettacolo sono i cappelli, e che il caro e vecchio campionato potrà anche essere dato in mano a magnati orientali o televisioni, ma che qualcosa dei “good old days” resterà sempre


FA CUP

La FA è un caso unico nel calcio, punto. Unico per diversi motivi: e’ stata la prima manifestazione della storia di questo sport (la prima edizione risale al lontano 1872) e la finale dal 1923 in poi è stata sempre giocata a Wembley e a New Wembley. (tranne i 6 anni trascorsi tra il 2000 e il 2006, in cui il caro e vecchio Wembley già demolito non era ancora stato sostituito dal nuovo, pronto a riceverne la pesante eredità; per la cronaca in questo breve lasso di tempo la finale venne giocata al Millennium Stadium di Cardiff.) Il torneo ha poi un fascino unico per seguito, essendo la coppa nazionale più considerata del campionato europeo (vale quasi quanto uno scudetto, per alcuni team anche di più) ed il double lega + coppa viene visto come un vero e proprio trionfo. Ma la cosa più bella è il tabellone: le prime quattro leghe sono iscritte al torneo, e sono possibili varie eccezioni equivalenti della “wild card” in altri sport, facendo arrivare così a più o meno 600 il numero di partecipanti.

Non sono previsti rigori o supplementari in caso di pareggio ma bensì la ripetizione della partita (in passato il record è di 6 replay, ora il massimo consentito è di 1 ripetizione, a causa del sempre più affollato e stressante calendario nazionale ed internazionale). La squadra che gioca in casa viene estratta a sorteggio e non ci sono teste di serie. Unica concessione al potere e al blasone è che le squadre delle serie maggiori subentrino dopo nel tabellone, verso gennaio, mentre quelle delle leghe più basse si ritrovino impegnate già ad agosto.  L’impegno è sempre al massimo, i “giants killer”, ossia le piccole squadre che portano a casa lo scalpo delle grandi fanno parte della letteratura del calcio inglese, la magia di vedere i vari United, Arsenal e Liverpool giocare nei piccoli campi dell’Essex o dell’Oxfordshire è assoluta, e i bui periodi in cui il calcio inglese si è trovato bannato dalle competizioni europee per comportamenti violenti (dopo l’Heysel ad esempio) o in cui il movimento non era in grado di dimostrarsi competitivo sul Continente, non hanno fatto altro che accrescere il valore di questa coppa, nata più di un secolo fa, ma in forma come non mai.


BOXING DAY

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Nei paesi anglosassoni il Boxing Day ( che cade nella giornata di Santo Stefano), è una festività assai sentita per un semplice motivo: era consuetudine che quel giorno i ricchi proprietari terrieri e gli industriali donassero scatole con beni di prima necessità ai più bisognosi. Ovvio che per la classe lavoratrice la data fosse segnata con cerchietto rosso sul calendario.  La prima partita ufficiale della storia del calcio, nel 1860, cadde proprio il 26. Alcune edizioni hanno contribuito ad accrescerne la fama: quella del 1963 vide segnati ben 66 gol in 10 partite, mentre nei pioneristici primi passi della Lega e agli albori dell’Association, per i problemi di trasporto dovuti alle festività,ci si vide molto spesso costretti a inserire a calendario derby locali piuttosto che improbabili trasferte.  Aggiungiamo che tutti gli altri campionati fermi, il ventre molle delle feste (con la noia o eventuali problemi che sembrano sempre più sentiti nel period= e la possibilità di  festeggiare sugli spalti ra le birre di troppo delle feste, i giorni di vacanza e la possibilità per possenti armadi tatuati di vestirsi da befana o Babbo Natale ed il gioco è fatto. Insomma, se in Italia è normale passare il 26 dicembre a tavola, con i parenti, in UK è normale passarla sulle gradinate, che si sia giovani sbandati o tranquilli padri con famiglia al seguito.


THE GOOD OLD DAYS IN WEMBLEY

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Le torri di Wembley sono uno dei simboli più inconfondibili del calcio che fu. 5 finali di Coppa dei Campioni, una finale dei Mondiali (vinta peraltro dai padroni di casa dei Tre Leoni contro gli acerrimi nemici tedeschi), una finale degli Europei, praticamente ogni finale possibili di FA Cup, Community Shield e League Cup, La selezione inglese, seppur poco consistente e con un seguito sicuramente un po’ troppo spesso sopra le righe, è comunque una delle più seguite al mondo, ed a Wembley è qualcosa di più che padrona di casa. Decine di eventi sportivi, che siano Olimpiadi, corse di levrieri o mastodontiche edizioni del wrestling. E poi il Wembley nella cultura pop, altrettanto importante: Beatles, Oasis, Freddie Mercury, Live Aid, Pink Floyd, Michael Jackson, Genesis, Blur, Guns ‘N’ Roses (e spesso molti di questi impegnati in performance leggendarie e al meglio della loro carriera). Inaugurato nel 1923, venne chiuso nel 2000 e demolito nel 2003.  “Wembley è la cattedrale del calcio. È la capitale del calcio. È il cuore del calcio”. Questa frase l’ha detta nientepopodimeno che Pelè. Ora basta aspettare, per vedere se negli anni -anta del 2000 qualcuno con un pò di pedigree dirà la stessa cosa di New Wembley.


RIVALITÀ

Le rivalità sono il sale del calcio, ma non tutte sono uguali: a volte nascono nel mondo della palla rotonda e lì si fermano. Nel Regno Unito spesso non è così: ogni episodio della storia britannica, ogni divergenza di opinione, ogni peculiarità geografica trova sfogo in tribuna e nei pub. E’ normale quando ogni “district” ha la propria squadra (come accade a Londra, ad esempio). Quando una città o un quartiere ha un conto in sospeso con un’altra città o quartiere per vicende extra-calcistiche (Manchester – Liverpool o Millwall – WestHam per diatribe tra portuali e operai a riguardo di scioperi e manifestazioni agli albori del ‘900, Newcastle e Sunderland per divergenze di pensiero politiche ai tempi della guerra civile inglese). Quando una città ha un conto in sospeso con un’altra per questioni calcistiche (Derby, Leeds, Forest e un solo uomo come unico denominatore comune: Brian Clough). Quando una squadra ha una forte connotazione sociale o etnica (gli operai dell’EastEnd e del Merseyside di Liverpool contro i bohémien della Chelsea anni ’60, i razzisti skinhead della capitale ed il loro odio per la comunità ebraica di Tottenham, i mancuniani proletari del City e di Maine Road  sparpagliati fan del potente United). Ogni contea e provincia ha il suo derby, con le sue storie, tragedie e caratteristiche: Goodison Park e Anfield a Liverpool sono vicinissimi, divisi da un parco, ed è commovente come i Toofies celebrino la memoria degli scousers morti durante il disastro di Hillsborough.

Un Chelsea-Liverpool della FA Cup 1978: finì 4-2 per i padroni di casa.

È assai meno commovente ricordare i temibili skinhead e hooligans dell’InterCityFirm degli hammers o degli Headhunters del Chelsea andare a caccia di stranieri e tifosi avversari armati di lame e mazze chiodate. Se usciamo da Albione ma restiamo nel Regno carne al fuoco ce n’è da vendere, nel bene e nel male: i derby di Belfast, il derby di Edimburgo tra Hearts ed Hibernian e soprattutto l’OldFirm, tra Celtic e Rangers: qui il calcio va a braccetto con politica e religione. Insomma, Oltremanica il campo da gioco non è quasi mai solo un campo da gioco.


IL CALCIO BRITISH E LA CULTURA POPOLARE
Moda, calcio, pub life e musica, sono stati, sono e presumibilmente saranno il sale della vita della working class britannica. Se si aggiunge il fatto che altra cosa che sanno fare benissimo gli anglosassoni è girare film e scrivere libri il quadro è completo e facilmente intuibile: il pallone fa parte della vita quotidiana di ogni giorno, ed influenza ed è estremamente influenzato da ciò che accade nei club, nei parchi, nelle arene, nei pub, nelle piazze e nei negozi di qualsiasi città brit. I libri sul calcio inglese si sprecano (sia scritti da locals che da stranieri o expats): Il maledetto United (sulla romanticissima storia di  Brian Clough, uno dei più leggendari allenatori della storia, vincitore di ben due coppe dei campioni con il Nottingham Forest), The Best (l’autobiografia di George Best, il quinto Beatle), Febbre a 90°(forse il miglior libro sul tifo calcistico mai scritto), Congratulazioni hai appena incontrato l’InterCityFirm (sugli hooligans del West Ham), l’autobiografia di Tony Adams, roccioso difensore dell’Arsenal che tra i primi racconta le ombre del successo e i problemi di alcol e gestione della fama che si trovano ad affrontare molti atleti)… In più una vagonata di libri stranieri a narrare le luci ed ombre del calcio dei maestri, e la snervante ed ossessiva presenza dei tabloid a documentare fatti e soprattutto misfatti delle spesso poco sobrie ed assai raramente inappuntabili star e starlette del calcio d’Oltremanica: da Giggs a Best, da Gazza a Ferdinand, gli eccessi sessuali e alcolici sono pane quotidiano di qualsiasi testata giornalistica e mass media. E non provate a chiedere una copia del Sun a Liverpool: l’ignobile campagna mediatica del tabloid dopo la strage di Hillsborough è ancora, giustamente, ben vivida nella memoria degli orgogliosi scousers di stanza sul fiume Mersey.


CINEMATOGRAFIA

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Inevitabilmente ciò che diventa successo su carta spesso viene riproposto, con risultati non sempre eccelsi, sul grande schermo. Uno dei grandi misteri del XX secolo è su come il calcio sia difficilissimo da proporre nelle sale, se non in veste di documentario o in veste di pellicole in cui il calcio ha solo un ruolo periferico. Da segnalare la letteratura cinematografica sugli hooligans (Hooligans e il simile ma assai più realistico FootballFactory),  la trasposizione in pellicola di Febbre a 90°, la presenza di Eric The King Cantona (“Il mio amico Eric”) e soprattutto, come sopra citato, i documentari reperibili nelle sedi più svariate: dagli speciali delle squadre, alla spesso altissima qualità dei prodotti targati BBC.


CALCIO & MODA

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Ogni stagione giovanile britannica si appropria di dei simboli distintivi e la propria colonna sonora; le sottoculture sono da sempre  alla base della vita dei lads in Albione. È un vortice in perenne movimento, ed entrare in questo discorso richiederebbe sicuramente giorni, probabilmente mesi. A seconda dei cambiamenti sociali, delle tecnologie disponibili, della situazione economica, del luogo,  dello stato di salute del calcio inglese, le terraces diventano vere e proprie anticipatrici dei tempi e laboratori di mode poi diffusesi anche nel resto d’Europa, ma anche un fertile terreno di coltura in cui le radici di odio, razzismo, abuso di stupefacenti e violenza spesso germinano facilmente, a seconda dei venti che tirano: le sottoculture punk, skinhead, mods, teddyboys, rave devono molto di più che qualcosa alle gradinate di Londra, Birmingham Manchester, Newcastle e Liverpool, e viceversa. Ovviamente moda e musica (e conseguentemente droga) vanno di pari passo, e i settori popolari diventano uno dei luoghi migliori per capire le tendenze del momento: ai mod di Carnaby Street griffati con camicie BenSherman e rigorosamente alla guida di Lambrette & affini, seguirono prima i chiodi e DocMartens delle turbolente terraces popolate di giovani “on the dole” (forma di sostegno simile alla nostra cassa integrazione), e poi l’abbigliamento rilassato oversize dei lisergici raver di Madchester anni ’80. Gli anni ‘ sono gli anni del ritorno dei parka, del britpop e delle sneakers Adidas. degli anni ’90. Una menzione d’onore anche per la sottocultura “casual”, una delle  subcultures più longeve e impattanti: gli hooligans inglesi, stanchi di essere identificati dalla polizia a causa di targhe automobilistiche, sciarpe e divise da gara cominciano a girare in treno e metro vestiti elegantemente: Lacoste, Tacchini, Barbour, StoneIsland, Fred Perry , Burberry e via dicendo, in parte per non farsi riconoscere, in parte per nascondere le umili origini operaie o post-operaie… Quei ragazzi crearono sì un sacco di scompiglio, ma va anche detto che la classe e l’influenza che ebbero su tutto il trentennio a venire fu indiscutibile.


MUSICA

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Difficile anche sintetizzare la quantità incredibile di legami che calcio e musica hanno in Britannia: dai cori ripresi dalle canzoni più famose (leggendari “You’ll Never Walk Alone” di Anfield, “Just can’t Enough” di CelticPark, “I’m Forever Blowing Bubbles” degli hammers, “Nobody likes us” del Millwall (una dei cori più nichilisti del panorama britannico è ripreso sull’aria di una delle canzoni lente più romantiche e malinconiche di Rod Stewart, ossia “Sailign””Sunshine on Leith” cantata dai supporters degli Hibernian di Edimburgo, “One Step Beyond” dei Madness cantata a Stamford Bridge): ogni oscuro blues degli anni 30, ogni top10 del pop della “cool britannia”, ogni successo internazionale (“Volare” del Leicester, forte omaggio a Mr Ranieri), ogni canzone dei favolosi sixties è un occasione per esprimere senso di appartenenza per i lads che affollano gli spalti. Altra cosa è il forte legame affettivo e sbandierato che i musicisti hanno con la propria squadra del cuore: gli Oasis e il City. Pete Doherty che dice che potrebbe morire per “Parigi, l’amore e il QueensParkRangers”, Johnny Rotten dei SexPistols e l’Arsenal. Damon Albarn e il Chelsea, Harris degli IronMaiden e il WestHam. Rod Stewart e il Celtic. Elton John addirittura presidente del Watford. Quasi ogni musicista di spessore ha calcato le terraces da giovane, ha collaborato in qualche maniera con il club e ha sbandierato la sua fede appena possibile. Certo in Italia abbiamo i cantautori milanesi, Venditti legato a Roma o tutta la schiera di cantanti legati a Napoli, ma non è propriamente la stessa cosa.


 

'89, brianzolo non praticante, un passato ignorante in Curva del Milan (più Nick Hornby che John King, più Abatantuono che ICF), tendente a un allegro e sereno alcolismo. Grandi passioni: calcio, birra, viaggi, musica, cultura casual popolare inglese e lettura. Crede nel furtogrill, nel Borghetti, nella grigliata di ferragosto, nel coro becero e in Martin Palermo.