Interventi a gamba tesa

Il destino di Paredes

Photo by Luciano Rossi/AS Roma via Getty Images


Carlos Paredes è uno dei simboli della cultura portoghese, uno dei più grandi divulgatori del fado, la chitarra portoghese, che grazie alle sue vanacões, spesso improntate a dimostrare il suo stesso virtuosismo, ha preso piede come strumento solista superando i limiti che lo avevano sempre contraddistinto. Una delle sue massime più celebri è: “A arte é de facto uma forma única, espantosa, de tornar simples e claras coisas extremamente complexas” (l’arte è davvero unica, sorprendente, rende più semplici e chiare le cose estremamente complesse). L’aforisma del maestro portoghese potrebbe essere attribuito anche al suo omonimo Leandro. La qualità principale del Mago è infatti normalizzare, grazie alla sua arte: il calcio.


In Brave new world di Aldous Huxley le persone vengono selezionate sin dagli embrioni per seguire un futuro già scritto; il futuro di Leandro Paredes, quando a soli sedici anni e quattro mesi esordì con la maglia del Boca contro l’Argentinos Juniors, subentrando a Viatri, e i tifosi Xenies lo iniziarono a soprannominare El Heredero, l’erede del Mitad mas uno Riquelme, sembrava scritto esattamente come le differenze sociali tra i cittadini alfa e quelli beta del Mondo nuovo. Al contrario del teatro di Schiller o della Forza del destino di Verdi, dove il protagonista non riesce a sfuggire ad un destino già fissato, per quanto ardentemente si sforzi, Paredes intraprenderà però una strada diversa da quella del suo idolo Riquelme nella loro comune ricerca dell’estetica nel calcio.

«Accettare l’esistenza del fato comporta un suicidio, in quanto toglie ogni responsabilità all’essere.» Osho Rajneesh

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Due anni dopo l’esordio, Paredes, complice l’addio di Riquelme, conquista un posto fisso in squadra, ovviamente viene schierato enganche. Il concetto di trequartista nel classico 4312 argentino è completamente diverso da quello a cui siamo abituati in Europa. All’enganche si chiede di sviluppare il possesso palla sulla trequarti avversaria. Si può però notare subito quanto a Paredes venga naturale abbassare il proprio raggio d’azione per favorire il primo sviluppo della manovra. Paredes è un mix tra il volante e ciò che gli viene chiesto di fare,  juega de cinco, “gioca da 5” . Leandro, pur interpretando il ruolo in maniera atipica, conquista i tifosi della bombonera, come solo chi gioca in una squadra da quando aveva otto anni può fare. Si arriva addirittura a spingere perchè gli venga assegnato el diez. L’arrivo di Julio Felicioni peggiora però le cose. El Mago viene spostato addirittura sull’esterno di sinistra come ala di un 442, a piede invertito. Paredes non disdegna il dribbling ma difficilmente ha la forza di arrivare sul fondo; il suo è un calcio più ragionato, in cui saltare l’avversario serve a creare la possibilità di uno scarico più pericoloso o a eludere il pressing. Viene scavalcato nelle gerarchie e i due infortuni subiti durante la stagione gli consentono di giocare appena nove partite.

Arrivato in Serie A nella sessione invernale al Chievo Verona, per la mancanza di spazi da extracomunitario alla Roma, gioca solo 25′ contro il Torino e due partite con la primavera. Oltre all’infortunio patito all’arrivo in gialloblu, ciò che maggiormente influisce sullo scarso impatto con il campionato italiano di Paredes sono l’hype e le aspettative createsi intorno al suo nome, che inizialmente inficiano molto nella costruzione del giocatore. Nella lista dei 100 giovani più promettenti nati dopo il ’93 di Don Ballon e erede designato di un giocatore che rappresenta un vero e proprio culto a Buenos Aires e nel mondo, Paredes sembra costretto a seguire una strada che non si confà alle sue caratteristiche, che lo relega ad un fraintendimento tattico riguardo la sua posizione in campo sin dai primi anni della carriera.

Il passaggio in prestito all’Empoli, dopo una stagione da comparsa a Roma, rappresenta la svolta definitiva. La fine del enganche; Paredes finalmente juega de cinco, Parades trova finalmente il suo metodo per ricercare l’estetica nel calcio. Giampaolo lo schiera come regista alla dodicesima giornata, in un Empoli che, orfrano di Mirko Valdifiori, aveva alternato nel ruolo Diousse e Maiello. È la più classica epifania in stile James Joyce. Paredes è nato per giocare lì, è l’archetipo del regista moderno, con una tendenza in stile sudamericano a trovare il recupero palla in anticipo, spesso in tackle (qui contro un suo attuale compagno di squadra piuttosto veloce: http://www.goalscout.com/video/paredes-in-tackle-ruba-palla-in-grande-stile-a-bruno-peres-17803/).

El Mago ha numeri impressionanti nella gestione del pallone, soprattutto se riferiti a questo inizio di stagione nella Roma: 90.3% di passaggi riusciti, che arrivano al 96% se rapportati a quelli nella sua metà campo, con 76.6 passaggi a partita (il doppio di quando indossava la maglia dell’Empoli). Paredes sfrutta poco il lancio lungo, anche se è un fondamentale che ha migliorato tantissimo nell’ultimo anno aumentando la lunghezza media dei suoi passaggi a 18,70 metri rispetto ai 18 della scorsa stagione, ma è incredibilmente abile a far girare il pallone, sia in orizzontale che in verticale, e nel posizionarsi in modo da fornire sempre un’alternativa di passaggio o creare lo spazio per chi riceve, grazie a delle abilità cognitive e spaziali fuori dal comune.

Non è che non abbia la capacità di lanciare lungo, è solo una scelta.

È molto difficile che perda il pallone e questo lo aiuta a gestire i tempi del gioco, dandogli il tempo di riflettere. Per il suo calcio c’è bisogno di pensare, di abbassare i ritmi quando l’avversario alza il pressing, ma anche quando è in possesso così da poter intuire il movimento del compagno e servirlo nella posizione migliore possibile. Ha infatti ammesso che lo facilita molto giocare con Salah, che è il giocatore che può più facilmente trovarsi nello spazio che Paredes vede prima degli altri.

“Ahi la tiene Paredes” semicit.

Non è un caso isolato quello del fraintendimento tattico sui giocatori con la capacità di vedere e capire calcio come Paredes, che si trasformano da trequartisti a registi, da enganche a volante. Il 29 agosto del 1999 al Pier Luigi Penzo di Venezia fa il suo esordio in Serie A David Pizarro, subentrando a Andrea Sottil. Pizarro con la maglia del Santiago Wanderers ha sempre giocato trequartista, ma all’Udinese Luciano Spalletti vede in lui il prototipo di regista ideale per la sua idea di calcio e lo reinventa, rendendolo un giocatore fondamentale sia per la sua Roma che, negli anni successivi, per la Fiorentina. Con Paredes, Spalletti non è chiamato ad una trasformazione tanto netta quanto quella impressa al Pek, ma solo ad affinare un processo che Giampaolo ha iniziato ad Empoli e che El Mago, da autodidatta, già interpretava nei suoi primi anni alla Bombonera. La possibilità concreta è che l’heredero di Riquelme, che potrebbe invece essere quello di Pizarro, possa diventare un cinco ideal. 

Nel linguaggio moderno la parola fato, che deriva dal participio passato neutro di fati (fatum), ovvero “ciò che è detto”, è stata sostituita dal termine destino. Nell’antichità però Fato e Destino avevano due accezioni completamente diverse: anche Giove doveva sottostare al fato, ma il destino poteva essere cambiato; come scrive Sallustio nelle Epistualae ad Caesarem senem de re pubblicaFaber est suae quisque fortunae” (ciascuno è artefice del proprio destino). Paredes non potrà sottrarsi al fato, che ha voluto che venisse considerato el heredero e che lo costringe alla perenne ricerca dell’estetica nel calcio, ma è riuscito a cambiare il suo destino.

Perchè ho voluto il 5? In Argentina chi gioca nel mio ruolo ha quel numero“.

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Nato il 24/08/1992, esattamente quindici anni dopo Denílson, mi vanto da sempre di avere il suo stesso talento anche se in campi diversi, sperando che almeno il mio non rimanga incompiuto a forza di pasos dobles. Iscritto all'università di Pisa in Scienze Politiche, dedico la mia vita allo sport e ai libri di Bukowski, Huxley e Palahniuk. Amo il calcio, la birra, Guccini, De André, Toni Servillo e il vero talento. Esteta del calcio, juventino di nascita e tradizione, ho donato il mio cuore a Camoranesi, che ultimamente sembra averlo girato a Dybala.