Interventi a gamba tesa

Nostalgia canaglia, 2a parte


Siete fan di “Ritorno al Futuro”? Siete preoccupati per il cambiamento climatico? Pensate che i procuratori siano il male del calcio moderno? Ma soprattutto: avete il like sulla pagina “Serie A – Operazione Nostalgia”? Qua, per chi se la fosse persa, la 1a parte: https://www.sportellate.it/2016/11/08/nostalgia-canaglia-parte-1a/


Napoli, aprile 1987

“Sai che ti dico, Bino? Se non fosse tutto reale, sarei portato a credere che siamo i protagonisti di un’opera di fantasia. Voglio dire, tu hai digitato semplicemente ‘Napoli’, e tra tanti posti dove potevamo finire, siamo capitati proprio davanti a una tabaccheria, così possiamo comprare subito i biglietti per la partita! Che botta di culo!”

“Vado io, tu rimani in macchina”.

Comincio il conto alla rovescia: dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro…Bino si affaccia dalla porta del negozio: “Senti, non è che puoi offrire tu? Ho speso gli ultimi soldi per mettere a posto la macchina, sono al verde”. Lo sapevo.

“Arrivo”. Un attimo prima di aprire la portiera, noto che l’almanacco è poggiato sul cruscotto. Siamo nel 1987: un almanacco del 2004 lasciato in bella vista alla mercè di tutti desterebbe come minimo qualche sospetto, senza contare che basterebbe rompere un vetro per impossessarsene. Fortunatamente, ho visto “Ritorno al Futuro” e non ho intenzione di correre alcun rischio: prima di uscire dalla macchina, nascondo accuratamente il prezioso libro all’interno del piccolo vano del cruscotto (tra l’altro, aprendolo, noto che è pieno di schifezze “nostalgiche” di Bino che non vi sto a dire). Certe volte sono proprio fiero della mia scaltrezza.

“Due biglietti per la partita, nei distinti va bene”.

“Me l’ha già detto il suo amico. Ripeto che sono 20”.

“Ecco a lei”. Faccio per intascare i biglietti, mentre porgo la banconota.

“Cosa sono questi? Mi volete fregare? DATEMI 20000 LIRE O USCITE SUBITO DAL MIO NEGOZIO”.

Solo in quel momento io e Bino ci scambiamo un’ occhiata eloquente e realizziamo che gli euro non servono a molto negli anni ’80.

Veniamo sbattuti fuori giusto in tempo per vedere la nostra macchina allontanarsi all’orizzonte.

“Gino, ma tu le chiavi le hai prese?”

“Pensavo le avessi prese tu”.

“Sei un coglione”.

Silenzio.

Ancora silenzio.

“Ok, Bino: siamo a Napoli nel 1987, senza una lira, e senza il nostro unico mezzo per tornare indietro. Che facciamo?”

Silenzio.

“Che ore sono?”

“Quasi mezzogiorno”.

“Avviamoci, Fuorigrotta è lontano da qui e tra poco inizia la partita”.

 



Periferia di Napoli, zona stadio.
Due ladri esaminano una squallida ‘600.

“Certo che tra tante macchine potevamo rubarne una migliore”.

“Si, ma quando ce ne ricapita una con le chiavi già inserite, pronta a partire? A caval donato…”

“Ok, però ci serve a poco. Poi ‘sti pezzi che ci sono nel cofano sono stranissimi, non li ho mai visti prima. Nessuno li comprerebbe. Controlla se almeno dentro c’è qualcosa di valore”.

“A prima vista non c’è nulla…aspetta che apro il cruscotto. Allora…qui c’è un pacco di caramelle Rossana, qualche figurina vecchia, poi…che è sta roba? Sembra un santino, però questo non è Padre Pio, ma uno col codino…pare un calciatore. Bah. E poi qua in fondo c’è un libro…ma che cacchio, possibile che non c’è niente?” . Il ladro scaraventa tutto  giù dal finestrino, con rabbia.

“Ah, ecco, qui in fondo ci sono delle monetine che…boh, non le ho mai viste prima, saranno straniere. Prendo queste, meglio che niente”.

“Senti, vienimi a dare una mano. Smontiamo le gomme e andiamocene, non perdiamo ulteriore tempo con questo rottame”.

Le immagini di Nedved, Shevchenko, Adriano e Totti in copertina sorridono guardando il cielo: mentre due malviventi si allontanano con quattro pneumatici sotto braccio e qualche euro in tasca, l’almanacco giace abbandonato sull’orlo di una pozzanghera.

 


 

Stadio “San Paolo”, ore 15,10.

“La partita è iniziata e non abbiamo ancora i biglietti. Che facciamo ora?”

“Facciamo quello che si faceva negli anni ’80 in questi casi: scavalchiamo”.

Solo negli anni ’80?

“È illegale scavalcare, non so se è il caso…”.

“Maradona è nostalgia pura”.

“Ok, andiamo”.

Come recita il famoso detto? “Tra il dire e il fare…”. Il fatto è che ho un serio problema con i cancelli. Non si tratta di vertigini, è proprio un blocco mentale: non riuscirei a scavalcare neanche un cancello alto un metro. Da piccolo ogni volta che c’era da scavalcare un cancello era un dramma: ginocchia sbucciate, giubbini strappati, minuti interminabili passati attaccato come un ramarro in cima al cancello nel punto esatto in cui era tanto difficile tornare a terra quanto andare avanti. Credevo di averla superata con gli anni, ma il cancello del San Paolo è davvero troppo alto per me. Ed eccomi di nuovo qui,  a 23 e rotti anni, sospeso a mezz’aria con le gambe a cavalcioni e i coglioni che, compressi contro il ferro, gridano aiuto, mentre cerco di comparare due rischi nel solito, eterno, dilemma: continuo o torno indietro? Ancora un po’ e potrò realizzare un sogno: Maradona è li, a pochi metri da me, e sta dando spettacolo. Sento lo stadio ribollire, le voci, i cori…ancora un piccolo sforzo, ancora un secondo…

 


 

Ora, non trovandomi nei suoi panni non sono esattamente sicuro che sia andata esattamente così, ma credo proprio che la scena che si sia prospettata dinanzi agli occhi della vecchia abitante della casa popolare vicino allo stadio che si trovava occasionalmente sul balcone a stendere i panni sia stata grossomodo questa: un tizio alto e dinoccolato correre come un ossesso (Bino), seguito a ruota da un altro tizio un po’ più basso e sbraitante per il dolore alla schiena dovuto ad una rovinosa caduta all’indietro (io), e, un po’ più distante nell’inseguimento, un grasso e goffo vigile che, urlando, ordina ai due di fermarsi. Credo che siamo riusciti a beccare l’unico vigile che stesse facendo il suo lavoro anziché guardare la partita.

Cinque, dieci, quindici minuti di corsa. Vicoli tutti uguali fra loro percorsi a grandi falcate: destra, sinistra, poi ancora destra, destra, sinistra…e avanti così, dobbiamo seminare quel ciccione. Dalla mia bocca escono rantoli sempre più affannati, ho un male cane alla schiena e un dolore lancinante alla milza, come sempre quando inizio a correre a perdifiato. Davanti a me sempre Bino. Dietro di me, il solito vigile, deciso a non mollare l’osso. E dentro me una domanda: “Ma come ho fatto a infilarmi in questo casino?” E, non troppo latente, anche la risposta: “Sono un coglione, sono un coglione, sono un coglione, sono un coglione…”. Dopo altri interminabili minuti di corsa, quando sento che l’acido lattico è ormai padrone assoluto dei miei muscoli, all’ennesimo vicoletto spunta fuori, improvvisa e inaspettata, la soluzione ai nostri mali.

“È LEI!” Bino non può credere ai suoi occhi, e in fondo neanch’io: non sono mai stato così contento di trovarmi davanti a quel cesso di macchina che abbiamo scelto di usare come mezzo di trasporto transtemporale.

“Veloce, veloce!” In un baleno siamo dentro la ‘600. I ladri hanno lasciato portiere aperte e chiavi inserite. Abbiamo finalmente seminato il vigile. “Sai che ti dico, Gino? Se non fosse tutto reale, sarei portato a credere che siamo i protagonisti di un’opera di fantasia. Voglio dire: era quasi impossibile ritrovare la mia adorata ‘600 in meno di mezza giornata”.

“È senza ruote, però”.

“Le ruote non ci servono, te lo sei dimenticato? Metto in moto, inserisco la prima, tiro giù questa apposita leva e dò un leggero colpettino all’acceleratore. Dobbiamo solo selezionare la meta prescelta”.

“Allora, ho bisogno di un bagno caldo. Seleziono subito Bologn…ma cosa succede?”
La macchina comincia a sobbalzare: qualcuno dà forti colpi  sul bagagliaio. Ci giriamo, spaventati: è quel maledetto vigile che, cingendo la parte posteriore della vettura, non ne vuole sapere di mollare la presa: “USCITE DI QUI, BASTARDI! HO GIA’ SEGNATO IL NUMERO DI TARGA, È INUTILE CHE FACCIATE RESISTENZA”.

“Dai, Bino, fai in fretta: dobbiamo sparire da qui”.

Bino mette in moto.

“USCITE O SPACCO IL VETRO” (diobò ma questo esagitato di vigile proprio noi lo dovevamo trovare?). Inserisce la prima.

“USCITEEEEE”.

Tira giù l’apposita leva. Intanto io inserisco la data: anno del Signore duemilae…

“L’AVETE VOLUTO VOI”.

È un attimo: nello stesso istante in cui Bino dà il colpettino all’acceleratore, un manganello si abbatte sulla vetrata posteriore della povera auto, mandandola in frantumi. Il colpo mi fa sobbalzare, proprio mentre sto digitando la data d’arrivo.

Nel giro di un secondo, uno steward napoletano si trova con la faccia per terra e il manganello in mano: la macchina contro cui stava sfogando la sua ira è svanita nel nulla.

“Ma cos’è sta neve? E’ abnorme! Dove siamo finiti? Sembra il Circolo Polare Artico”.

“Siamo a Bologna, Bino”.

“È impossibile: non ho mai visto in vita mia montagne di neve così alte qui in città”.

Indico il monitor al mio amico, serio in volto.

Un misto di stupore e sorpresa percorre la faccia di Bino quando legge: “Bologna, 2036”.

 

Intanto (si fa per dire), circa trent’anni prima, a Napoli:

Le immagini di Nedved, Shevchenko, Adriano e Totti in copertina sorridono dal basso a tutte le persone che scavalcano la pozzanghera. Un ragazzino con la testa tra le nuvole, un’anziana signora con le buste della spesa, un uomo a spasso col cane e una coppietta di innamorati passano oltre, distratti.

Carmine è un tipo sveglio. A soli vent’anni parla già tre lingue: ha vissuto tutta la vita in Olanda, ma nelle sue vene scorre sangue campano. Si è recato per un breve periodo a Napoli a fare visita ad alcuni parenti e a vedere un po’ la città. Al momento di attraversare la strada, è sovrappensiero. Prima di attraversare, si volta a sinistra, poi gira lentamente il capo, osserva anche a destra. Quindi, guarda davanti a sé: una coppietta di innamorati ha appena finito di attraversare e adesso si trova sul marciapiede proprio di fronte a lui. Una macchina sfreccia veloce e li elimina temporaneamente dal suo campo visivo. Le strisce pedonali sono libere. Ai suoi piedi c’è una pozzanghera. Nella pozzanghera c’è un libro.

Le facce sorridenti di Nedved, Shevchenko, Adriano e Totti in copertina osservano dal basso questo ragazzo dal naso adunco. I suoi occhi vispi indugiano sul volume, lo scrutano da destra a sinistra, dall’alto al basso, senza un attimo di pausa. Nel giro di pochi secondi, i volti dei campioni del 2000 vengono oscurati dalla mano di Carmine, che, repentina, afferra il libro e lo fa sparire nella tasca interna del giubbino.

C’è qualcosa di molto strano in quel libro: la data. Basta un’occhiata per rendersene conto.  Un ragazzino con la testa tra le nuvole, un’anziana signora con le buste della spesa, un uomo a spasso col cane e una coppietta di innamorati erano troppo distratti per farci caso. Se n’è accorto Carmine Raiola, detto Mino, che sa bene quanto è importante essere attenti ai particolari.

 


Bologna, giugno 2036

“Pago le due birre”

“Sono 10”

“Ecco a lei”. Gli porgo la banconota, faccio per uscire.

“No, guardi, questi andavano bene un decennio fa. Adesso gli euro non ci sono più, siamo tornati indietro agli scellini”.

“Senta, non so che dire…”

“Per stavolta offro io, ragazzo, buona serata”.

Esco fuori. Bino è piegato in due, vomita nella neve. Non ho tempo per lui, adesso: ho un terribile sospetto e devo verificare una cosa. Vado verso la macchina, apro il cruscotto. Come temevo: l’almanacco non c’è più.

“Abbiamo perso l’almanacco a Napoli. In qualche modo è finito tra le mani di Raiola e questo è ciò che abbiamo ottenuto. Sei soddisfatto adesso?”

Bino lancia un urlo straziante: “Non era questo che volevo!”

“Abbiamo sconvolto il normale flusso temporale! Ma per cosa, poi?”

“Avevamo un buon motivo!”

“Ma certo. Dovevamo convincere Baggio a giocare in stampelle. Per Dio!”

“Se non eri d’accordo potevi rimanere a casa!”

“Non è questo il punto. Per colpa della tua maledetta “nostalgia” abbiamo combinato un casino!”

“Non è colpa della nostalgia!”

“Si invece! È ora di farla finita con questa storia: non puoi guardare al passato idealizzandolo come fosse l’età dell’oro. Quante baggianate mi è toccato sentire in questi anni. Hai rimpianto dei veri e propri bidoni. Hai costruito un epos su dei giocatori assolutamente normali, se non addirittura mediocri. Cristo Santo: Nippo Nappi titolare in Nazionale…ma ti ascolti mai quando parli?”

“ADESSO BASTA! FINISCILA! TU NON SAI…”

“IO SO CHE NON PUOI CONTINUARE A VIVERE NEL PASSATO! Anche quell’epoca aveva dei difetti, non puoi esaltarla sempre in maniera acritica!”

“Non è solo questo, è che…”

“…è che guardando a quegli anni sembra tutto più bello, lo so.”

“…io…io da piccolo ero felice”.

“No. Eri semplicemente bambino. C’erano altri problemi, altri crucci, ne sono sicuro. Non devi guardare alla tua infanzia come a un paradiso perduto. Sei nella terza decade della tua vita, porca miseria! Non puoi passarla a rimpiangere i primi anni. Vivi il presente, cogli l’attimo, costruisci qualcosa di buono. Io non ti sto dicendo di dimenticare i momenti in cui sei stato felice: dopotutto, chi non guarda con dolcezza e rimpianto alla propria infanzia? Ma ci vuole equilibrio: non puoi startene chiuso tutta la vita in un garage a costruire macchine del tempo”.

“Io…io credo che tu possa avere ragione, ma adesso…” tira su con il naso, poi scoppia a piangere a dirotto: “Adesso come facciamo a sistemare questo casino?”

“Senti, Bino, non farla melodrammatica adesso. Non siamo mica in un film: non c’è bisogno di tirarla troppo per le lunghe”.

“Cos’hai in mente?”

“Allora: noi abbiamo sconvolto il normale andamento degli eventi grazie ai nostri viaggi nel tempo, giusto? Ma è ancora possibile rimediare: basterà tornare indietro al 2016, al giorno in cui hai terminato la costruzione della tua macchina, e distruggerla. In questo modo, tutto ciò che è avvenuto a causa nostra verrà cancellato dalla linea temporale: è semplice, tutto sommato”.

“Ma tu consideri il tempo come una linea. E se, invece, il tempo fosse una dimensione?”

“Hai visto Interstellar di recente, eh?”

“Si”.

“Ecco. Ma questo non è un film: questa è realtà. Dammi retta, funzionerà. Andiamo in macchina”.

“Hai allacciato la cintura?”

“Si”.

“Senti, Gino…io ho capito la lezione, te l’assicuro, però…ecco, lo vedi l’indicatore? Qua dice che abbiamo ancora due viaggi nel tempo a disposizione. Uno dobbiamo usarlo per porre rimedio al tutto e sarà l’ultimo…ma l’altro…”.

“Cos’hai in mente?”

“Anche se non possiamo convincerlo a giocare per altri dieci anni, dammi almeno la possibilità di incontrare Roby e chiedergli un autografo”.

“Senti, Bino, non so se è il caso…dopotutto, ne abbiamo già combinate abbastanza…”.

“In fondo, Baggio è nostalgia”.

Purtroppo non posso dargli torto. Baggio è davvero, pienamente, incommensurabilmente, nostalgia.

“Andiamo, dai”.

“Aspetta che inserisco la meta…ok…pronto? Preparati. Metto in moto. Inserisco la prima. Tiro giù questa apposita leva. Do un colpettino con l’acceleratore. Arriviamo, Divin Codino!”

 


Giugno 2004

I primi raggi di sole del mattino baciano le piante ricoperte dai chicchi di rugiada mentre il brusio dei grilli accompagna il risveglio della natura nelle campagne della Pianura Padana.

Io e Bino sostiamo, mezzi appisolati, da almeno due ore nella nostra ‘600, in attesa che il nostro eroe si svegli e metta il muso fuori dalla porta di casa.

“Sono così contento che siamo arrivati fin qui, Gino. Forse il nostro viaggio era carico di aspettative troppo alte: dopotutto, mi andrebbe benissimo anche solo tornare a casa rimediando un autografo di Roby Baggio”.

“Magari non c’era bisogno di costruire una macchina del tempo per questo, ma lasciamo stare. Sono davvero stanco”.

“Devo ammettere che anche io sono piuttosto provato. Però, ci pensi? Che grande avventura che abbiamo vissuto! Siamo stati a Napoli…”

“…senza vedere Maradona”.

“Abbiamo visto il futuro…”

“…che fa veramente schifo”.

“E ora siamo davanti casa di Roberto. Ormai è ora, so che è un tipo molto mattiniero. Dobbiamo aspettare che esca e sono sicuro che troverà cinque minuti per noi, dopotutto è sempre stato molto cortese con i tifosi”.

“Ehi, vedo la porta aprirsi, finalmente!” Non nascondo che provo anch’io un grande entusiasmo, dopotutto non capita tutti i giorni di incontrare uno dei propri idoli d’infanzia.

“Eccolo, finalment…” Bino rimane basito.

Anche io rimango a bocca spalancata. Non posso credere a quello che sto vedendo.

“Quanti altri viaggi ancora ci rimangono, Bino?”, la voce fremente di rabbia.

“Uno solo purtroppo, e dobbiamo tenercelo per sistemare tutto”.

“MA SI PUO’ ESSERE TALMENTE COGLIONI DA SPRECARE COSI’ UN’OCCASIONE UNICA?”

“Ma non è colpa mia, Gino! Mi hai visto anche tu digitare <Casa di Baggio, 2004>”

“Dannata ‘600! Stupida macchina del tempo buona a nulla, è andato a puttane anche l’ultimo motivo per cui questa odissea avrebbe potuto avere un senso. Mi sono rotto, torniamo a casa!”

“Non fare così. Dopotutto, anche Dino Baggio è nostal…”

“TORNIAMO A CASA, HO DETTO”.

Nessuno credette mai a Dino Baggio quando raccontò di aver visto quella mattina una ‘600 davanti la porta di casa sua dileguarsi nel nulla…

 


Bologna, novembre 2016

“Devo proprio, Gino?”

“È giusto che a farlo sia tu, Bino”.

Lo spettacolo che mi si prospetta davanti agli occhi è di una rarità eccezionale. Io e Bino nel suo garage, con ben due ‘600 stavolta: una estremamente provata dagli innumerevoli viaggi nel tempo e ormai pronta per essere rottamata, l’altra completamente tirata a lucido e manchevole solo degli ultimi dettagli prima di partire. Peccato che il suo viaggio non inizierà mai: Bino impugna una mazza da baseball, deciso a distruggerla.

Non è stato rapido né indolore: colpo su colpo, la ‘600 comincia a cedere. Buttandola giù pezzo dopo pezzo, il mio amico segna una tappa importante della sua vita: è finalmente giunto alla conclusione che  vivere solo ed esclusivamente nel passato è nocivo, oltre che inutile. Distruggendo la sua creatura, sta scegliendo finalmente di vivere, di andare avanti. Forse questo viaggio non sarà servito per vedere Maradona o per conoscere Roby Baggio, ma almeno ha permesso a Bino di capire, di maturare.

Osservo compiaciuto l’ammasso di rottami giacente ai nostri piedi, quando noto che il mio pollice è sparito.

“Gino, cosa sta succedendo? Le mie mani sono scomparse! Anche le tue! Anche i piedi, adesso”

“È normale Bino: hai distrutto la macchina del tempo prima che entri in funzione: noi adesso non siamo nient’altro che delle possibilità non realizzate. In questo momento ci sono un altro Gino e un altro Bino che stanno dormendo nei propri letti: tra qualche ora Bino verrà in garage e troverà la macchina completamente distrutta. Non viaggeremo mai nel tempo: tutto ciò che abbiamo vissuto non sarà mai accaduto”.

È solo un attimo prima di dissolvermi completamente nel nulla che realizzo un aspetto finora non considerato: in questo modo Bino non avrà imparato alcuna lezione da tutta questa storia.

“Ma porca putt…” Troppo tardi, dissolto.

 


Epilogo:

Bino ha trovato la macchina del tempo in pezzi. È stato una settimana chiuso in casa per lutto. Non saprà mai se la sua folle idea di viaggiare nel tempo avrebbe funzionato. È più fissato che mai con la nostalgia. 

Gino continua ad andarlo a trovare…in fondo, anche lui è un fissato.

Mino Raiola arriverà comunque a dominare il mondo.

Roby Baggio è e resterà sempre l’unico, vero, grandissimo, idolo nostalgico.


 

Salernitano, classe 1992. Laureato in Medicina e Chirurgia a Bologna, ma solo perché la Facoltà “Storia del calcio e filosofie dei sistemi di gioco” ancora non è stata inventata. Tifoso del Chievo dai tempi in cui i “Mussi” volavano per la prima volta in Serie A, sono innamorato di questo sport per la quantità incredibile di storie che è in grado di offrire.

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