Interventi a gamba tesa

Manchester United e Chelsea: il Carnevale è finito


Il carnevale oggi, per molti è poco più che un’occasione di svago e divertimento a base d’alcol e musica, con la semplice variante dell’abbigliamento inusuale. Per secoli invece ha rappresentato l’unica occasione di divaricazione dal percorso prestabilito, di deviazione da quanto indicato dalla morale dominante, il momento in cui l’opposto diventa realtà, anche se solo per un breve istante. La passata stagione di Premier League può essere rappresentata come un lungo, quasi interminabile Martedì Grasso, in cui il Leicester City ha potuto per una volta vestire i panni della testa coronata, mentre Chelsea e Manchester United hanno indossato un inconsueto costume da buffone di corte. La prima giornata di questa stagione sembra volerci ricordare che al termine del Carnevale comincia la Quaresima. Si ritorna alla vita di tutti i giorni, i costumi tornano in soffitta, i carri vengono smantellati (anche quello del vincitore) e la satira dell’opposto lascia il posto alla dura realtà. Più che discutere della sconfitta dei campioni in carica del Leicester, ho voluto gettare un occhio agli esordi di Manchester United e Chelsea, le formazioni colpite in maniera più pesante dalle bizzarrie della passata stagione. 


I perenni contendenti al titolo del Manchester United e il Chelsea, ormai non più un semplice parvenu del calcio che conta ma una solida realtà, arrivavano a questo esordio reduci da una stagione da incubo, o meglio nel caso dei Red Devils, di almeno un paio di stagioni deludenti. Paradossalmente, la Champions League, il boccone più prelibato del calcio europeo, sembra essere sempre più lontano dalla portata di chi teoricamente ha disposizione i mezzi economici più imponenti, sotto forma di petrodollari e contratti televisivi tanto imponenti da poter quasi competere con gli accordi siglati dalle maggiori leghe sportive professionistiche americane e aver definitivamente preso la volta della destinazione vacanziera preferita dai britannici, ossia la Spagna.

In un mondo del calcio in cui la velocità è tutto e la pazienza è una virtù quasi del tutto scomparsa, la necessità di ricostruire e in fretta è apparsa fin da subito prioritaria, a Londra come a Manchester. Pare improbabile che Tottenham, Leicester City, Manchester City e Arsenal possano interrompere lo strapotere iberico e spostare nuovamente il baricentro del potere calcistico oltre manica, come fecero nel 1588 con il trionfo navale sull’Invincibile Armada.

Per questo motivo è di fondamentale importanza seguire con attenzione il percorso di Manchester United e Chelsea, che favorite dall’assenza di obiettivi europei importanti potranno concentrarsi sulla ricostruzione di gioco e spirito di squadra totalmente assenti lo scorso anno, in modo da poter tornare sul palcoscenico più importante in grande stile e non dalla porta di servizio. In particolare mi vorrei soffermare sul ruolo di due figure tanto simili quanto incompatibili, come quelle di Josè Mourinho e Antonio Conte e sul modo in cui hanno vissuto e sono arrivati a questo appuntamento.

United che in questa sessione estiva di mercato ha speso neanche 200 milioni.

Screenshot (98)

Ho guardato Bournemouth-Manchester United in un pub in pieno centro a Bournemouth, a un paio d’ore a sud di Londra. Di tifosi locali nemmeno l’ombra. Nemmeno la classica famiglia a gustare il tipico arrosto domenicale. Bournemouth non mi è mai sembrata essere una città il cui cuore batte forte per il calcio, fattore comune a tutto il sud del paese, ma certamente non mi aspettavo un’accoglienza così fredda da parte dei tifosi locali. Maglie vecchie e nuove dei Red Devils ad ogni angolo, insulti all’ex Liverpool Jordan Ibe ad ogni tocco di palla e un cantare incessante rivolto a Zlatan Ibrahimovic, il nuovo re di Manchester. Un coro che fa più o meno così:

Zlatan Ibrahimovic,

He is a Swedish hero.

On a free from PSG,

He cost us f***ing zero.

6 foot 5; hard as f**k,

He gets the Reds excited.

Stick your City up your a**e,

‘Cos we are Man United!

Se non fossi stato sicuro di essere nel mio caro “assolato” Dorset, sarei stato convinto di essere stato trasportato nel sonno in qualche pub immerso nel grigiore mancuniano. La prima di campionato, per ogni tifoso che si rispetti è come il giorno di Natale, è il momento in cui si aprono i regali, e non me ne voglia Paul Pogba, l’uomo da 89 milioni di sterline, ma nessun regalo è paragonabile all’arrivo di Josè Mourinho e Zlatan Ibrahimovic, per cui l’eccitazione dei tifosi dei Red Devils è più che comprensibile.

Il Chelsea invece, si è presentato al primo appuntamento al termine di una post-season meno roboante ma non meno importante. Anche qui un avvicendamento in panchina, e Antonio Conte è diventato il decimo tecnico della gestione Abramovich. Mourinho, Conte, Guardiola. Prima dell’arrivo del grande nome in attacco, le big inglesi si sono assicurate il meglio che potesse offrire il panorama manageriale europeo.

Cosa accomuna Josè Mourinho ad Antonio Conte? La passione e l’esuberanza. La capacità di ottenere sempre il massimo sforzo dai propri giocatori. Un ego spropositato e la capacità di attirare tanto l’amore incondizionato dei propri supporter quanto l’odio più genuino di tutto il resto dei tifosi. Si tratta di due figure polarizzanti e controverse.

Pillole di Antonio Conte.

Ma una cosa mi ha impressionato di questi prime settimane di Josè e Antonio alla guida di United e Chelsea. Si tratta del silenzio. Un silenzio quasi assordante, specie da parte di Josè Mourinho, che dai tempi dell’Inter senza scordare il suo ritorno al Chelsea non ci aveva mai risparmiato le sue dichiarazioni al vetriolo (e chi se lo scorda il ritornello del Mou “Ma io non sono un pirla!” o “I’m the Happy One?”) e un certo livello costante di teatralità. Stavolta sembra che Mou abbia fatto parlare il mercato, lasciando che fossero Ibra e Pogba a prendere il centro della scena, posizione che l’allenatore portoghese ha sempre fatto fatica a cedere a chiunque. Forse lo stesso Mourinho capisce l’importanza di questa stagione, per la società e per la sua carriera, decidendo di tenere un profilo più sobrio, Arsene Wenger permettendo ovviamente.

Il carisma e la passione che sconfina nell’arroganza di Conte, lo hanno reso uno degli allenatori più amati e allo stesso tempo detestati di sempre in Italia, caratteristiche che invece gli hanno permesso di entrare nel cuore degli italiani durante la sfortunata ma esaltante cavalcata europea di quest’estate. Da quando è sbarcato oltremanica invece Conte ha dimostrato di aver capito di essersi calato in un contesto troppo diverso, troppo estraneo a livello culturale. Impressiona la sua volontà di imparare, di assimilare l’ambiente che lo circonda, come quando ha dichiarato la sua onesta difficoltà a mantenere la tradizione tutta inglese di condividere un bicchiere di vino con l’allenatore avversario.

La curiosità attorno a Conte è tanta. Il calcio inglese ha sempre avuto un certo fascino per i tecnici italiani, considerati sempre più preparati rispetto alle controparti locali, nonostante l’interesse per il nostro movimento sia ai minimi storici.

Quanto sono lontani i tempi in cui in Inghilterra andava in onda un programma come questo.

Il rispetto per quanto fatto con la Juventus è tanto, ma è poca roba in confronto all’attenzione che ha ottenuto grazie agli exploit con la maglia azzurra all’europeo di Francia. Il pubblico e i media britannici sono piuttosto isolazionisti e non sono famosi per il loro interesse nell’approfondire i contesti calcistici d’oltremanica, se escludiamo super potenze come Barcellona e Real Madrid. Mondiali ed europei sono una vetrina imprescindibile per chiunque voglia farsi notare dal grande pubblico e dalla stampa inglese e l’ex coach del Bari, con il suo ardore latino e con la coesione trasmessa dal gruppo azzurro ha lasciato un’idea piuttosto forte sul pubblico inglese.

L’esultanza di lunedì al gol vittoria di Diego Costa ha già fatto il giro dei maggiori outlet d’informazione sportiva ed è immediatamente diventata virale sui social network. Conte ha vinto la prima battaglia, sul campo e a livello mediatico. Il “Guardian” ad esempio ha rimarcato il fatto che di cambiamenti veri e propri rispetto all’era Mourinho non ne sono avvenuti, né a livello di uomini, né come stile di gioco. La fiducia nelle capacità del tecnico di forgiare la squadra a sua immagine però è intatta e molto forte, come del resto il fascino tutto britannico per il colore latino, per la passione italiana. Sono proprio curioso di sapere quanto durerà quest’inconsueta (per Conte) luna di miele.

Considerazioni varie

  • Il Chelsea di Conte di certo non ha impressionato per la qualità del suo gioco, ma se non altro sembra davvero pronto a livello fisico. Dubbi sulla prestanza di Kante non ne avevamo, ma ho visto una squadra sempre pronta sulle seconde palle e sono rimasto impressionato dalla grinta di Oscar, sempre attivo nella pressione anche in seconda battuta. Non dimentichiamo che il gol del vantaggio dei Blues è arrivato grazie al pressing del brasiliano, capace di mandare nel pallone Michail Antonio e costringerlo al fallo da rigore.
  • Nonostante l’intenzione di Conte sia quella di giocare con la difesa a quattro, i due terzini Azpilicueta e Ivanovic sono rimasti molto alti per tutta la durata della partita, confermando l’attitudine dell’allenatore pugliese nello sfruttare gli esterni. Il serbo nel primo tempo, e lo spagnolo nel secondo tempo sono stati una presenza costante nella metà campo degli Hammers, il tutto facilitato dalla presenza a tutto campo di Kante, che ha permesso ai due laterali bassi di prendersi un maggior numero di licenze dai propri compiti di copertura.

Heat map di Branislav Ivanovic.

Heat map di Branislav Ivanovic

  • Malgrado la costante spinta dei terzini, gran parte della manovra d’attacco si poggia sugli spunti individuali di Eden Hazard. Oscar, inserito al posto di Cesc Fabregas, non ha certamente l’esplosività o l’inventiva del belga, il quale però mi è sembrato limitare la propria azione all’accentramento in seguito alla sovrapposizione del terzino col passaggio tagliato verso il centro dell’area alla ricerca di Diego Costa. Questa combinazione, cercata davvero troppe volte e come mostra anche il grafico a lato, non ha mai permesso al Chelsea di creare nitide occasioni da gol.

I passaggi dei Blues nell’ultimo terzo e i palloni recuperati da Hazard.

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  • Ancora non si capisce bene quale sia l’assetto tattico a livello offensivo del Manchester United. Martial parte dalla sinistra, Ibrahimovic è impossibile da collocare e Rooney ormai gioca a tutto campo. La manovra dello United nel match contro il Bournemouth è apparsa una conseguenza dell’entropia generata dai due accentratori: imprevedibile ed estemporanea allo stesso tempo. Ibrahimovic in particolare non ha impressionato, salvo poi segnare con un rasoterra da 30 metri.

La prestazione anarchica di Zlatan.

La prestazione anarchica di Ibra

  • A Mourinho piace sorprendere. E chi si aspettava Juan Mata a marcire in panchina fino a quando non si fosse trovato un’altra sistemazione, si è forse stupito a vederlo titolare al posto del neo acquisto Mkhitaryan. Lo spagnolo, notoriamente non uno dei preferiti dello Special One, ha anche sbloccato il risultato, segnando la prima rete dell’epopea del portoghese allo United in Premier. Per quello che ne sappiamo, dalla settimana prossima Mata potrebbe ritrovarsi al Paris St.Germain o al Las Palmas, ma la sua prestazione di domenica prova ancora una volta quanto Mourinho sia abile nell’utilizzare l’intera ampiezza della rosa che si ritrova a disposizione.
  • Una struttura con Pogba-Herrera a metà campo, dietro Mkhitarian-Rooney-Martial e con Ibra davanti sarà sostenibile sul lungo termine e contro formazioni capaci di offrire maggiore resistenza dei cherries? Pogba è un giocatore dalla fisicità preponderante e che di certo non disdegna il contatto fisico, ma è anche noto per le sue pause di gioco. Ma è anche tanto complicato immaginare Pogba che prende il posto di Wazza sulla trequarti lasciando Fellaini al fianco di Herrera?